#letterealdirettore, circa 100 italiani combattono pro Islam. Ma è vero?

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Direttore buongiorno. Ho letto da qualche parte che sarebbero almeno 100 i nostri concittadini, quindi italiani, che combattono in zone di guerra al fianco dei jiadhisti.

Secondo te è vero? Ma se è vero ti chiedo: cosa li spinge a farlo e che pericolo rappresentano per noi?

Lucia Poli

Risponde il direttore.

Cara lettrice buongiorno a te.

Ho fatto qualche ricerca in rete e ho trovato un pezzo dell’Ispi scritto a quattro mani da Lorenzo Vidino e Francesco Marone, che approfondisce l’argomento che tu mi hai sottoposto. Personalmente non ho mai effettuato ricerche approfondire in merito. Per questo sottopongo a te e a tutti i lettori interessati a questo argomento l’articolo completo, degli autori di cui ti ho parlato, che mi sembra ben fatto e dettagliato.

“L’azione dei cosiddetti foreign fighters viene spesso presentata come una grave minaccia alla sicurezza. Il fenomeno non è certamente inedito. Già in passato vi erano state ondate di combattenti, anche di matrice jihadista, diretti verso aree di conflitto all’estero, come l’Afghanistan, la Bosnia e l’Iraq. Nondimeno, la recente mobilitazione di mujahidin verso la Siria e l’Iraq ha presentato ritmi e dimensioni senza precedenti: stime recenti segnalano, in totale, oltre 40.000 combattenti, da più di 110 paesi. Tra questi almeno 6.000 sono partiti dall’Europa, con una significativa differenza da paese a paese; gran parte dei foreign fighters del Vecchio Continente proviene infatti da quattro Stati: Francia (oltre 1.700 individui), Germania (oltre 900), Regno Unito (circa 850) e Belgio (circa 480). In questo contesto, il contingente italiano appare di dimensioni relativamente modeste, con 125 individui censiti ufficialmente dalle autorità.

I foreign fighters possono, in primo luogo, offrire il proprio contributo nel teatro di guerra. In secondo luogo, da una prospettiva occidentale, la minaccia principale è costituita dall’eventualità che questi individui possano ritornare nel paese di origine o in altri Paesi occidentali con l’intenzione di portare a termine o quantomeno di supportare attacchi terroristici, approfittando delle competenze e abilità, dei contatti e dello status sociale che hanno acquisito sul campo di battaglia.

Schematicamente si possono infatti indicare quattro esiti o traiettorie principali nel percorso dei foreign fighters jihadisti in Siria e Iraq: 1) morte in battaglia; 2) prosecuzione dei combattimenti nel teatro di guerra; 3) trasferimento verso altre aree di conflitto; 4) ritorno nei paesi di origine.

È chiaro che la crisi militare dell’auto-proclamato Califfato in Iraq e Siria, messa ulteriormente in evidenza dalla recente perdita di città cruciali come Mosul e Raqqa, ha aumentato la probabilità del verificarsi delle ultime due opzioni.

A questo proposito, vale la pena di segnalare alcune stime recenti disponibili su quello che, come accennato, è di gran lunga il più ampio contingente nazionale in Occidente, quello francese: nel mese di dicembre 2017 le autorità di Parigi hanno dichiarato che su circa 1.700 foreign fighters francesi partiti per la Siria e l’Iraq dal 2013, approssimativamente 400-450 sono stati uccisi, 250 sono ritornati in Francia, 500 sono ancora nella zona del conflitto. Rimangono quindi circa 500 individui di cui di fatto sono state perse le tracce.

In relazione all’intero continente europeo, secondo stime del 2017, il 30% dei combattenti stranieri era già rientrato dall’area del conflitto. A questo proposito, è opportuno evidenziare che non tutti i reduci sono necessariamente pericolosi: alcuni potrebbero essere disillusi e disposti ad abbandonare l’ideologia jihadista; d’altra parte, è chiaro che altri potrebbero essere interessati a proseguire la lotta con metodi terroristici.

Com’è noto, la possibilità che un foreign fighter ritorni nel paese (o nella regione) di origine tragicamente si è già realizzata, anche in Occidente. Basti pensare alla cellula belga dello Stato Islamico responsabile dei gravi attentati del 13 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo 2016 a Bruxelles, che comprendeva numerosi militanti con precedenti esperienze di combattimento in Siria e Iraq.

Secondo il database originale degli attacchi jihadisti compilato da ISPI e dal Programma sull’Estremismo della George Washington University, su 91 attentatori che hanno portato a termine attacchi in Europa e Nord America dalla proclamazione del “califfato” (29 giugno 2014) al 15 dicembre 2017, 14 vantavano esperienze di combattimento all’estero: una minoranza di attentatori (15%), quindi, che si è però rivelata particolarmente pericolosa: infatti la letalità media degli attacchi (nel complesso, 6 morti per attacco) sale notevolmente quando sono coinvolti foreign fighters (quasi 30 morti per attacco).

In conclusione, i foreign fighters di ritorno possono rappresentare una minaccia seria alla sicurezza, offrendo un contributo diretto o indiretto all’esecuzione di attacchi terroristici, anche più complessi e sofisticati della media.”


Come vedi non è solo il nostro paese ad essere interessato da questo fenomeno.

Erano per l’esattezza 125 gli italiani andati a combattere per l’islam e se le statistiche dicono che circa il 30% è tornato ai paesi d’origine vuol dire che più di 40 sono tornati in Italia.

Possono essere pericolosi? Penso che non lo siano in prima persona ma che, sicuramente, potrebbero giocare il ruolo di fiancheggiatori di eventuali attentatori.

Abbiamo il vantaggio, rispetto agli altri paesi UE di avere forse di sicurezza e “intelligence” certamente maggiormente coordinati tra loro e più efficienti rispetto ad altri paesi europei.

Ci basterà? Possiamo solo sperarlo.