#letterealdirettore. Corea del Nord: sarà guerra? Dipende, ma da cosa?

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Egregio Direttore, siamo ad inizio anno e una delle situazioni più pericolose al mondo non viene assolutamente menzionata nei tg nazionali: la Corea del Nord. Cosa ne pensa?

Anna C.

La risposta del direttore

A inizio anno uno degli scenari meno prevedibili al mondo è ciò che potrebbe succedere nella penisola nordcoreana. La domanda della signora Anna mi consente di offrirvi una attenta analisi di Antonio Fiori pubblicata sul sito di Ispi, notoriamente un istituto di ricerche bene informato sugli scenari internazionali di crisi o di guerra.

Io condivido che sia difficile fare previsioni attendibili, anche alla luce della poca stabilità del dittatore nordcoreano. Certo è che le condizioni economiche del paese sono drammatiche e le la popolazione – per quanto se ne sa – vive di stenti, anche se pubblicamente inneggiano in ogni occasione il loro presidente.

Penso che gli Stati Uniti abbiano avuto troppa indecisione nell’affrontare la situazione e, ormai, un’opzione militare – per quanto sempre possibile, sarebbe ad oggi una follia pura, che porterebbe alla morte di molti innocenti. I presidenti americani degli anni scorsi avrebbero potuto pensare a questa soluzione agli inizi del problema.

Ora la soluzione penso debba passare attraverso una collaborazione tra le vere grandi potenze dell’area: Cina, Russia, Usa. Vedremo.

Intanto approfondiamo con il pezzo di Fiori.

Fino a non molti anni fa il regime nordcoreano era considerato come una ‘tigre di carta’ e la sua abilità nel dotarsi di missili nucleari intercontinentali veniva bollata come una possibilità estremamente remota. Ma gli sviluppi recenti compiuti in ambito missilistico dalla Corea del Nord non possono essere ignorati. La Corea del Sud e il Giappone si trovano già ampiamente nel mirino dei missili a corto e medio raggio di Pyongyang; almeno in teoria, pertanto, questi vettori potrebbero facilmente essere equipaggiati per il trasporto di armi di distruzione di massa, di tipo nucleare, batteriologico o chimico. 

Pyongyang si è strenuamente impegnata negli ultimi anni a compiere dei considerevoli passi in avanti verso l’acquisizione della condizione di stato nucleare, che per  il regime è vitale sia in chiave  interna  sia internazionale. Internamente, infatti, Kim Jong-un brandisce  tale strumento per mostrare ai suoi “sudditi” e all’élite politica di essere fermamente alla guida di una nazione assediata. Nei rapporti con l’esterno, le armi atomiche appaiono indispensabili  quale imprescindibile fattore di dissuasione per prevenire qualunque tentativo volto a condizionare – o persino a sovvertire – l’ordine retto dalla famiglia Kim. È quindi assolutamente poco plausibile, per i motivi appena esposti, che a questo punto il leader nordcoreano possa arrestarsi o, ancora peggio, fare inversione, dato che ciò lo delegittimerebbe enormemente, trasformandolo in una guida debole e incline a dare ascolto alle minacce delle grandi potenze. I precedenti di Saddam Hussein e Mu’ammar Gheddafi, peraltro, corroborano il convincimento nordcoreano che l’arsenale nucleare non rappresenti soltanto l’unica leva negoziale per ottenere una futura risistemazione politica della penisola fondata su condizioni più vantaggiose per Pyongyang, ma anche una polizza di ultima istanza per sventare una potenziale ‘decapitazione’ dello stesso Kim Jong Un.

La crescente assertività del Nord nel far sfoggio delle proprie crescenti capacità in ambito atomico, inoltre, può incarnare anche un espediente tattico per seminare zizzania e scompiglio fra i maggiori attori regionali, e, più in dettaglio, nell’alveo dei legami fra gli Stati Uniti e i propri alleati asiatici. Gli USA, nonostante le periodiche voci e speculazioni circa possibili sganciamenti dall’area, restano infatti l’attore di maggior peso dell’Asia orientale, potendo vantare un network di alleanze bilaterali – il cosiddetto sistema ‘hub and spokes’ – faticosamente eretto durante gli anni della Guerra Fredda. La chiave di volta per porre fine alla condizione di guerra, tecnicamente ancora in corso,  a cavallo del 38° parallelo e per dare una soluzione all’attuale crisi nordcoreana è, quindi, nelle mani degli americani. Nondimeno, come gli ultimi drammatici sviluppi della crisi dimostrano chiaramente, il governo statunitense possiede uno spettro piuttosto limitato di opzioni per impedire che la Corea del Nord progredisca ancora in ambito nucleare e missilistico, e ancor meno per forzare un eventuale smantellamento del suo arsenale. Le opzioni sul tavolo non sono particolarmente promettenti e, chiaramente, esse richiederebbero il costante sostegno di Pechino e Seoul.

In linea con le precedenti amministrazioni, l’obiettivo di Trump è quello di giungere ad una denuclearizzazione della Corea del Nord che sia completa, verificabile e irreversibile. Tale approccio, così come l’opinione diffusa in base alla quale il regime sia destinato a crollare, sembra però poco promettente. Nelle ultime settimane la possibilità di un intervento militare ai danni della Corea del Nord si è concretizzata chiaramente nelle parole del presidente americano Trump e degli uomini del suo governo. Gli Stati Uniti dispongono certamente di un ampio ventaglio di possibilità nell’area del Pacifico per intensificare la pressione contro Pyongyang ed, eventualmente, per intervenire militarmente ai suoi danni. Il Comando statunitense nel Pacifico possiede enormi capacità militari e Washington potrebbe mandare in appoggio un gruppo di portaerei e una notevole aliquota di sottomarini nucleari. Nondimeno, il ricorso all’opzione militare rappresenta l’eventualità più pericolosa e meno promettente in assoluto.

I presunti obiettivi sul territorio nordcoreano, come le rampe di lancio dei missili e i siti di stoccaggio delle armi nucleari, infatti, sono stati precisamente identificati grazie alle fotografie satellitari; molti altri impianti e depositi sono invece presumibilmente nascosti all’interno di profondissimi tunnel sotterranei, al riparo dai satelliti occidentali. Sarebbe, quindi, virtualmente impossibile colpire e distruggere tutti questi siti simultaneamente per mezzo di incursioni aeree o di forze speciali. Qualunque tipo di intervento militare, quindi, comporterebbe un altissimo grado di rischio e incertezza. Anche nel caso in cui i raid statunitensi dovessero concentrarsi esclusivamente sulle basi missilistiche, il conflitto potrebbe immediatamente amplificarsi mietendo un numero altissimo di vittime, in particolare civili. D’altro canto, persino un intervento militare a tappeto riuscirebbe, con tutta probabilità, a ritardare, ma non ad arrestare definitivamente lo sviluppo di missili nucleari a lungo raggio da parte di Pyongyang.

Lo scenario sarebbe ovviamente molto diverso nel caso in cui fosse lanciata un’azione militare preventiva che includesse un’invasione su larga scala del paese. Ciò, tuttavia, richiederebbe l’invio di un massiccio numero di soldati dagli Stati Uniti e dai paesi alleati. Un conflitto di questo genere si protrarrebbe verosimilmente per settimane o addirittura mesi, e potrebbe avere delle conseguenze poco prevedibili. Uno scenario di guerra in cui si facesse ricorso meramente ad armi convenzionali comporterebbe la morte di almeno un milione di persone, ma tale stima aumenterebbe drammaticamente nel caso di impiego di armi nucleari.

La possibilità di un conflitto non è, comunque, escludibile a priori: per le ragioni già specificate non sembra plausibile che la Corea del Nord faccia un passo indietro sul programma nucleare o missilistico; nel caso in cui gli Stati Uniti dovessero percepire una minaccia reale ai loro danni non esiterebbero probabilmente a sferrare un attacco, con conseguenze disastrose per la penisola coreana e, soprattutto, per la stabilità della regione del nordest asiatico.”