Gardone, dalla fabbrica alla pittura, arte di Giuseppe Pane

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Compito: mangiarsi la vita e risputarla sublimandola in un sogno, in un ciclo di cibazioni e conati purificatori e artistici che non hanno (non dovrebbero avere) fine. Ovvero: forzare il pertugio, violentare la vagina creatrice che ci portiamo dentro da prima della nascita per condividere l’incondivisibile. Ohibò! Che almeno brandelli di comunicazione tra umani possano nascere e svilupparsi. Non parliamo di parole, no!

Le parole, come quelle che state leggendo, dovrebbero essere un ponte tra intelligenze simili. Gli è che tra le parole anneghiamo quotidianamente, affoghiamo in un oceano di parole. Le intelligenze, durante il giorno, annaspano, soffocano, ingurgitano acqua salata e, di conseguenza, di tanto in tanto cercano ossigeno ovvero forme non verbali di comunicazione, ovvero si rilassano nel bello, si piroettano nell’arte intesa in tutte le sue possibili accezioni. Giuseppe Pane è un artista trentunenne che qualche tempo fa ha esposto le sue tele nella Sala Civica di Inzino.

È nato a San Vigilio il 2 agosto 1985. Il nonno paterno, di origini siciliane, ha trasmesso al nipote il piacere per il disegno e la pittura. Crescendo, Giuseppe per un periodo lavora in un’officina meccanica e un po’ fa il carrozziere. All’età di diciotto anni gli Dei decidono che Giuseppe deve trasformarsi, per dirla con James Hillman, da uomo normale (che si identifica con l’adattamento pratico e sociale) in uomo psicologico, che si identifica con l’anima. Dagli antri lunari, quindi, le Potenze Ultraterrene inviano la ninfa Depressione che si infila sotto la pelle di Giuseppe e, pugnacemente, lo conduce in un viaggio di cui noi possiamo osservarne solamente i frutti.

Ed è già qualcosa di notevole! Da luglio 2016 Giuseppe è ospite della residenza “Il Sogno” di Sarezzo. Lo incontriamo durante la sua mostra a Inzino “Visioni Scothcing” perché nelle sue composizioni Giuseppe utilizza sovente il nastro adesivo di carta. Parla molto Giuseppe e, spesso, inutilmente: di fronte a una composizione astratta (anche in senso largo: figure reali giustapposte a tratti sincopati, spruzzati, tranciati, improvvisati) c’è poco da spiegare. L’utente, ignorante come me, si ferma, guarda, cerca di liberare la mente dalle parole, dal quotidiano e in un impeto romantico, possibilmente silenzioso, si addentra nelle emozioni, in pindarici voli che la composizione cromografica (e cronografica) può suscitare qui e ora.

Invece: il ruolo del colore nel suscitare emozioni e pensieri uterini può richiedere una spiegazione. Perché noi, “sgarbianamente” capre, abbiamo bisogno di un indizio, un indirizzo neanche troppo velato per incanalare i nostri pensieri liberandoli da ammennicoli improvvidi e qualunquisti. Quanti di noi, per esempio, di fronte ai tagli di Fontana hanno pensato “sarei capace di farlo anch’io”. Pensiero improvvido e qualunquista: sarei capace non di farlo ma di ri-farlo. È il genio della scoperta e dell’esplorazione. Il segno come apertura al mistero.

Sulle orme di Kandinsky, si direbbe, Giuseppe attribuisce una valenza fondamentale al colore. Ogni macchia, ogni riga, ogni stringa (intesa come enumerazione di infiniti, possibili universi) introduce in un percorso pressoché infinito lungo le vene e i vasi sanguigni dell’immenso corpo spirituale e cosmico dell’uomo. Giuseppe dipinge quando e dove può. A volte, in base a un progetto meditato ed elaborato, a volte d’istinto. Ama tutta l’arte in generale, o tutto ciò che si manifesta sotto forma d’arte e perciò, con saggezza atavica, dice “c’è sempre da imparare”.