La “semplificazione”. Un mito per i politici italiani

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Ho trovato un editoriale sul sito di Ibl assai condivisibile sul concetto di semplificazione.

In Italia se ne parla da anni. Mi era piaciuto – al tempo del primo governo Berlusconi – l’allora ministro Tremonti, quando disse che avrebbe “semplificato” la giungla delle imposizioni fiscali: in Italia ne riscontrò circa 120 tra statali, comunali e regionali, delle quali solo otto garantivano l’85% delle entrate. Circa. Disse che ne avrebbe cancellate la maggior parte “semplificando” la vita dei contribuenti e il lavoro dei commercialisti, suoi colleghi.

Ovviamente parole al vento. Chissà in quali faccende fu affaccendato durante la sua permanenza al governo: non che mi sia stupito, intendiamoci. Di chiacchiere ne hanno fatte tante. Tutti. E anche di danni.

Ma torniamo all’Istituto Bruno Leoni e all’editoriale che dicevo.

Una delle parole d’ordine di questo governo, in materia fiscale, è semplificazione. Bandiera di una nuova, presunta era di ‘distensione’ tra fisco e contribuenti è la precompilazione dei redditi per chi è sottoposto al modello 730.

In assoluto, si può già dubitare che la precompilazione sia un effettivo strumento di semplificazione, sia perché si tratta di una dichiarazione necessariamente parziale, dal momento che l’agenzia delle entrate non può essere al corrente di tutte le vicende rilevanti che un contribuente può inserire in dichiarazione, sia perché riguarda solo una parte dei contribuenti e una sola, per quanto rilevante, imposta.

Ma, soprattutto, la semplificazione non può essere uno slogan isolato, valido per una imposta tra le tante, in mezzo al caos e all’oscurità delle regole tributarie.

Limitarlo a questo, vuol dire trovarsi dinanzi al paradosso di avere, accanto al 730 precompilato, la barocca lista di impensabili detrazioni tipiche di un sistema fiscale incapace di pensarsi in maniera organica, generale e astratta, come vorrebbe appunto una corretta idea di semplificazione.

Da anni si dice che il sistema delle detrazioni e deduzioni è contrario sia alla logica della semplificazione sia a quella della riduzione delle tasse, dato che, rappresentando un risparmio fiscale solo per alcune categorie di soggetti, impedisce un corrispondente recupero erariale che potrebbe essere usato per una generalizzata riduzione delle imposte. Tuttavia, agire sulle tax expenditures sembra impossibile, poiché richiede che il governo torni indietro a ‘negare’ alcuni vantaggi, se non privilegi, negoziati con i beneficiari.

Per avere un’idea di quali vantaggi fiscali si tratti, è utile scorrere la circolare dell’Agenzia delle entrate di interpretazione su alcuni oneri detraibili, pubblicate la settimana scorsa. Si scopre, per esempio, che tra le spese sanitarie sono detraibili anche quelle per dermopigmentazione delle ciglia e sopracciglia effettuate per sopperire ai danni provocati dall’alopecia; o che tra i costi di istruzione sono detraibili anche quelli per la frequenza di corsi di laurea di teologia presso le università pontificie ma solo nella misura stabilita per corsi di istruzione appartenenti all’area disciplinare umanistico-sociale della regione in cui si svolge il corso di studi.

Non v’è dubbio che l’alopecia sia una condizione poco piacevole anche dal punto di vista psicologico, specie se effetto secondario di malattia, né che i corsi delle università pontificie non siano meno formativi di quelli delle università italiane. Quello che si mette in dubbio, è pensare che si possa sbandierare la parola semplificazione finché esiste un ginepraio di deduzioni e detrazioni che nemmeno i beneficiari sono in grado di conoscere e, quindi, di sfruttare.