Isis, l’antiterrorismo e la routine dei giornali

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Si sa che i giornali sono spesso più attenti alle notizie che fanno vendere qualche copia in più o che aumentano gli accessi online piuttosto che ai contenuti dei loro articoli. E in questo caso, quello di cui parla qui sotto, sono d’accordo con Stefano Vespa che su Formiche mette in evidenza come le nostre forze antiterrorismo stiano facendo un buon lavoro di intelligence rispetto a quelle di altri Paesi europei che – invece – paiono annaspare di fronte al fenomeno Isis e compagnia cantante.

Intendiamoci, non si tratta di fare l’elogio del politico di turno, nella fattispecie il ministro degli interni.

Si tratta di elogiare gli uomini e le donne che lavorano nei reparti di sicurezza, che stanno facendo un grande lavoro con mezzi spesso al limite della sussistenza.

Qualche volta anche la stampa più autorevole rischia di ridurre a semplice routine un arresto importante nella lotta antiterrorismo. E’ accaduto quando la Digos di Campobasso, il 9 marzo, ha arrestato un imam somalo di 22 anni che aveva richiesto asilo e che l’antiterrorismo considerava davvero pericoloso: il suo obiettivo era farsi esplodere alla stazione Termini di Roma. Il giorno dopo su alcuni giornali la notizia è finita in colonnini di poche righe. Un errore di valutazione non cambia la realtà, ma certo rischia di mandare un messaggio sbagliato all’opinione pubblica. E basta dare un’occhiata ai numeri per rendersene conto.

Dall’inizio del 2015 a oggi, infatti, grazie al lavoro del servizio Antiterrorismo della Polizia e del Ros dei Carabinieri sono state arrestate 39 persone per attività legate al jihadismo più altre 10 in Norvegia nell’operazione del Ros del 12 novembre scorso. Vanno aggiunti diversi ricercati forse già all’estero quando è stato emesso l’ordine di custodia, una persona sottoposta a regime di sorvegliato speciale e ben 73 espulsi dall’Italia, di cui 66 nel 2015 e 7 quest’anno. Tra le operazioni più eclatanti, si possono ricordare quella di Olbia nell’aprile 2015, con 10 arrestati componenti di una cellula di Al Qaeda nei cui piani c’era l’intenzione di un attentato in Vaticano nel 2010; quella del 1° luglio 2015 con 10 arrestati tra cui i genitori e la sorella della jihadista italiana Maria Giulia Sergio, partita nel settembre precedente per unirsi all’Isis; oppure appunto quella del 12 novembre 2015, quando vennero arrestati 16 curdi e 1 kosovaro: 7 dei 17 arresti avvennero in Italia, 4 degli arrestati vivevano a Merano e 3 tra Bolzano e dintorni, dov’era basata una cellula alle dipendenze di un imam detenuto in Norvegia.

Non è finita qui perché le sorprese spuntano anche da normali controlli, come nel caso dei quattro siriani fermati nel novembre scorso: due all’aeroporto bergamasco di Orio al Serio il 18 e altri due a quello romano di Ciampino il 20 novembre, con passaporti falsi e con immagini legate alla jihad sul telefonino. Erano tutti diretti a Malta.

Certo non è questione di graduatorie perché anche l’arresto di un singolo individuo, come il somalo di Campobasso, può sventare una minaccia grave. Piuttosto è la conferma che la prevenzione fatta dall’intelligence e dalle forze dell’ordine funziona e che comunque non c’è da stare allegri. Nella recente relazione annuale al Parlamento curata dal Dis, il dipartimento che coordina i nostri servizi segreti, è scritto chiaramente che in Europa sono possibili «nuovi attacchi eclatanti sullo stile di quelli di Parigi, ma anche forme di coordinamento orizzontale tra micro-cellule, o azioni individuali sommariamente pianificate e per ciò stesso del tutto imprevedibili. Rispetto a questo scenario, il modulo virtuoso del nostro sistema di prevenzione, imperniato sullo stretto e assiduo rapporto tra intelligence e Forze di polizia, deve necessariamente integrare un più ampio dispositivo che preveda tra l’altro: l’elaborazione di mirate strategie volte a disinnescare l’azione di propaganda e proselitismo di matrice radicale; il rafforzamento dello scambio informativo a livello internazionale, con lo sviluppo di best practices anche con riguardo al rischio di infiltrazioni terroristiche nelle filiere migratorie e all’utilizzo di documenti falsi o contraffatti; l’adozione di formule cooperative e condivise per neutralizzare i canali di finanziamento del terrorismo».

In attesa che migliori la collaborazione internazionale, speriamo che la prossima volta certa informazione non si faccia travolgere dalla routine.