Il nostro debito spaventa Bruxelles

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Nei giorni scorsi è comparso su Formiche un pezzo di Giuseppe Pennisi che cercava di spiegare – e secondo me ci riusciva benissimo – perchè a Bruxelles temono il debito pubblico italiano. Lo sottopongo ai nostri lettori. I nostri politici, e il presidente del consiglio è maestro in questo, fanno la voce grossa in Europa, ma la realtà è che i nostri conti non sono sotto controllo ed è bene che tutti lo sappiano.

Il debito sovrano dell’Italia e la stagnazione ormai quindicennale della produttività italiana preoccupano Bruxelles. Ciò traspare sia dalla “scheda Italia” che unitamente a quelle degli altri Stati dell’Unione Europea (UE) viene pubblicata oggi 26 febbraio sia dalle conversazioni del presidente della Commissione Jean Claude Juncker sia dal presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi che sempre oggi a Roma faranno alle 15 una conferenza stampa congiunta.

Sulla produttività, il discorso è di lungo periodo, ma a Bruxelles si esprime inquietudine per “lo scempio” che, nella disattenzione apparente dell’Esecutivo (preso dalla normativa sulle “unioni civili”), la Commissioni Parlamentari starebbero facendo del disegno di legge sulla competitività (primo passo per un aumento della produttività) presentato mesi orsono dopo un lungo lavoro del Ministero dello Sviluppo Economico.

Sul debito, l’Italia ha sempre affermato che “è sostenibile” ma il recente rialzo del differenziale dei tassi sui titoli a lungo termine rispetto ai loro omologhi tedeschi induce preoccupazioni. Più significativi di un movimento che potrebbe essere di breve periodo e potrebbe rientrare presto sono due lavori in bella vista sulle scrivanie di coloro che a Bruxelles seguono il “caso Italia” ed il cui distillato è nella cartella che Juncker porta a Roma.

Il primo è un saggio di Victor Echevarria Icaza della Università di Madrid (lavoro ancora inedito). In esso si esamina l’evoluzione del debito e della pressione fiscale dell’eurozona dal 1980 al 2013 per studiate la “fiscal fatigue” (la stanchezza fiscale) che induce uno Stato a non aggiustare più i propri conti pubblici quando il debito (in rapporto al Pil) continua a crescere, nonostante un prolungato periodo di “manovre”, l’economia ristagna ed il debito (in rapporto al Pil) cresce. L’Italia è uno degli Stati UE dove la “fiscal fatigue” si avverte di più. Nonostante le ripetute promesse di riduzione della pressione fiscale, modesti tagli dell’imposizione statale sono stati più che compensati da un aumento del 30%, negli ultimi sette anni, di quella delle autonomie locali, nonché di riduzioni di servizi in settori essenziali come il sanitario. Inoltre, le voci su riduzione di pensioni di reversibilità e di fortissimi incrementi delle imposte di successione hanno aggravato la “fatica” dei contribuenti, con ricadute disastrose su investimenti produttivi, crescita economica e debito.

Anche il secondo è un lavoro ancora inedito. Ne è autore John Whittaker dell’Università di Manchester. Il titolo è eloquente: Eurosystem Debts Do Matter, ‘I debiti dell’eurosistema contano’. Sulla base dei dati Target 2 (i saldi delle banche centrali nazionali dell’eurozona) che la Banca centrale europea pubblica dal settembre 2015, vengono simulati gli effetti di eventuali insolvenze di Stati iper-indebitati avrebbe conseguenze pesantissime sull’eurozona, e potrebbero causarne al limite la dissoluzione.