Papa Francesco e l’etica dell’impresa

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Confesso: ho un’opinione assai nebulosa di Papa Francesco. L’idea che la sua elezione sia funzionale ad un rifacimento d’immagine – necessario e improcrastinabile – della Chiesa di Roma mi accompagna dalla prima ora della sua elezione a Pontefice, da quel suo esordio tanto “normale”, quando salutò tutti con quel bonario “buonasera” che stupì il mondo per la sia semplicità.

I lettori più affezionati, quelli che ci seguono fin dall’edizione cartacea del giornale, sanno anche che sono un liberale convinto, assertore fino in fondo del libero mercato e della libera concorrenza, e che sono però, al tempo stesso, anche convinto del ruolo sociale dell’impresa.

Leggendo la newsletter dell’Istituto Bruno Leoni, questa mattina, nella solita rassegna stampa, mi sono imbattuto in questo editoriale che vi sottopongo integralmente e che mi ha riportato alla mente i pensieri che feci sul Papa, e la mia idea sul ruolo sociale dell’impresa: io e lui siamo davvero sempre più lontani.

All’incontro con i rappresentanti del mondo industriale, il pontefice ha evocato l’etica del fare impresa. Un’espressione che nell’uso corrente pare significare l’opposto dell’etica dell’impresa.

Contribuire attraverso la quotidiana attività imprenditoriale all’edificazione di una società più prossima ai bisogni dell’uomo è nello stesso atto costitutivo dell’impresa. Ci sono persone che scommettono su un bisogno e organizzano il lavoro proprio e altrui per soddisfarlo: generano occupazione, danno salari e stipendi, forniscono beni e servizi che altrimenti non si riuscirebbe ad organizzare, contribuiscono alla creatività e all’elevazione dalla schiavitù dei bisogni. Dietro un’impresa, non necessariamente c’è la benevolenza verso i propri simili: c’è il desiderio di benessere per sé e i propri cari, ma anche il desiderio di migliorare, progredire, soddisfare lo spirito creativo dell’uomo e adoperarsi al meglio nel ruolo che si è dati.

Il papa, riconoscendo negli imprenditori i costruttori del bene comune, ha ricordato il valore sociale del «fare insieme», invitando gli industriali alla collaborazione e condivisione: cosa altro è, tuttavia, un’impresa se non essenzialmente un luogo di collaborazione e cooperazione?

Nelle parole del pontefice, invece, è risuonato prevedibile il pregiudizio dell’imprenditore come affarista dedito alle raccomandazione e ai favoritismi, ai facili compromessi e alla disonestà e, soprattutto, ai «tristi egoismi» alla «sete di guadagno».

Da qui, l’esigenza di un riscatto dell’impresa e l’invito a farsi veicolo di giustizia e dignità, come se essa già non fosse, per dirla con le parole del predecessore Giovanni Paolo II, «più che un patrimonio di strutture materiali», «un bene sociale».

Un’esigenza e un invito non originali: la responsabilità sociale d’impresa, i bilanci sociali e ambientali, le attività filantropiche sono iniziative lodevoli, ma non necessarie a conferire all’impresa il carattere solidaristico che essa, per sua natura, ha. Non abbiamo bisogno di prediche che ci ricordino che l’impresa deve imparare a contribuire all’edificazione materiale e spirituale dell’uomo. Abbiamo, anzi, bisogno di prediche che ci ricordino che l’impresa è un sistema collaborativo di uomini, lavoro e mezzi che già adempiono a questi compiti.