I grandi giornali si suicidano sul web?

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I grandi giornali – da Repubblica a la Gazzetta, passando per il Sole 24 Ore – stanno tentando di delineare strategie per il web, in un momento di grande confusione.

Su “Formiche” è apparso un’analisi di Roberto Sommella che poi vi riporto ma sulla quale dico subito che non ne condivido un pezzo, laddove dice “…gli editori di tutte le taglie devono trovare il coraggio per un’operazione shock: oscurare tutte le informazioni sui social network (Facebook, Twitter etc). Può far paura ma è una strada obbligata. Che senso ha vendere un prodotto agli abbonati – cartacei o digitali – se poi chiunque navigando trova “pillole” di informazione gratuita?”

Vero. Non ha senso vendere le informazioni che poi si trovano in pillole sui social. Ma la soluzione non credo sia toglierle dai social. E’ come la storia di quello fatto cornuto dalla moglie che per farle dispetto sapete tutti cosa fece.

Ma ecco il pezzo di Roberto Sommella.

Finalmente gli editori si stanno rendendo conto che restare on line e soprattutto sui social network, senza far pagare una fee di ingresso, è come vendere abbonamenti a teatro e far entrare gratis la gente ogni sera. Meglio tardi che mai, anche se in fondo Umberto Eco, appena scomparso, li aveva ammoniti in tempo sui rischi di imbarbarimento della stampa tradizionale, sempre alla rincorsa suicida delle e-news.

Il dibattito apertosi per il ruolo informativo di Facebook nelle ore più drammatiche vissute a Parigi la notte del 13 novembre 2015 e la scelta di testate storiche come Il Corriere della Sera di adottare un paywall all’americana per far leggere a pagamento i propri contenuti impongono una profonda riflessione. Soprattutto alla luce dei dati di accesso Internet, che parlano chiaro. I lettori abituali di quotidiani sul web sono costantemente cresciuti dal 2009 fino al 2014, passando dai 10 milioni del 2009 (45,4% dell’utenza Internet di almeno 15 anni di età) ai 12,4 milioni del 2015 (40,7% dell’utenza Internet). Nel 2015 il loro numero è sceso leggermente per la prima volta dall’inizio delle misurazioni ma è presto per dire che si tratti di un’inversione di tendenza. Tuttavia, le alternative alla fruizione dell’informazione di attualità offerte dai Social Network e dalle App sono sempre più numerose e si può immaginare che abbiano iniziato a erodere una quota di attenzione dei lettori dai siti Web degli editori.

Gli oltre 100 siti d’informazione internettiani, analizzati dal recente studio Newsruption, possono essere suddivisi in quattro segmenti definiti sulla base del traffico espresso in numero di visite mensili. Nel segmento dei grandi siti d’informazione si trovano 5 testate mentre nel segmento dei siti minori ve ne sono 64. Il numero di visite mensili da PC è complessivamente calato del 15,6% ma questo non ha influenzato le quote di traffico dei quattro gruppi, che cambiano solo di alcuni decimali di punti.

La concentrazione di traffico rimane quindi elevata e nel 46,1% dei casi si produce sui primi 5 siti (Repubblica.it,Corriere.it, Gazzetta.it, Ilfattoquotidiano.it, Fanpage.it), attratta da una produzione editoriale pari al 15% del totale delle 100 testate esaminate. Ansa.it si colloca all’ottavo posto dopo LaStampa.it e Ilsole24ore.com. È l’unica agenzia di stampa presente nei primi dieci posti, ed è tra le grandi testate tra le poche che non produce informazione sul portale a pagamento. Il gruppo più ampio, composto dalle 64 con minor numero di visite mensili, offre circa un quarto degli articoli (il 25,2%) e raccoglie il 9,5% di attenzione. Le testate più grandi sono tutte dotate di almeno un’app per dispositivo mobile mentre solo la metà delle testate minori ne propone una ai propri lettori.

Che la Rete fosse il futuro dell’informazione lo si sapeva peraltro da un pezzo. La comparsa sul Web dei siti giornalistici è cresciuta nel tempo a partire dall’ormai lontana era geologica 1996 e ha visto due momenti di particolare fermento: la prima ondata, negli anni dal 1998 al 2001, con la nascita di 36 testate, molte delle quali promosse da editori tradizionali, mentre la seconda è stata caratterizzata (al 90%) da nuovi editori esclusivamente digitali, che non esistevano prima.

Quasi tutti, siti nativi digitali, editori tradizionali, agenzie di stampa, pretendono di vendere notizie ad abbonati e nel contempo informare il pianeta quasi gratuitamente. E’ una strategia suicida. Sarebbe il caso di provare ad immaginare qualcosa di forte. In tre mosse. Innanzitutto, incentivando la produzione “core” del notiziario, rendendola indispensabile. In secondo luogo, ottenendo finalmente un concreto riconoscimento al diritto d’autore on line. Ma, soprattutto, gli editori di tutte le taglie devono trovare il coraggio per un’operazione shock: oscurare tutte le informazioni sui social network (Facebook, Twitter etc). Può far paura ma è una strada obbligata. Che senso ha vendere un prodotto agli abbonati – cartacei o digitali – se poi chiunque navigando trova “pillole” di informazione gratuita?

Le regole del gioco sono chiare ormai. Se vuoi informarti subito, anche e soprattutto in momenti drammatici come quelli che si stanno vivendo, basta un click. Ma non è più possibile vendere con una mano quello che con l’altra si regala.

Se qualche lettore vuole dire la sua lo spazio non manca.