MARCHENO – Bozzoli, in laboratorio i materiali presi dall’azienda. E quelle barre “marchiate”

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Dopo i due operai Oscar Maggi e Akwasi Aboagye, i nipoti Alex e Giacomo Bozzoli saranno sentiti solo dopo le feste per la vicenda della scomparsa dello zio nella fonderia di via Gitti a Marcheno. Ma intanto le indagini vanno avanti senza sosta per riuscire a decifrare il mistero della sparizione. I quattro sono tutti indagati per concorso in omicidio volontario e distruzione di cadavere, mentre su altri scenari si stanno cercando nuovi tasselli.

A partire, per esempio, dalla Fiat Punto bianca vista circolare per cinque volte tra le 19 e le 20 nei dintorni dell’azienda. In realtà, sulla base delle immagini riprese dalle telecamere di video sorveglianza in paese si è appurato che alla guida c’era una donna residente sul posto. E non ha nulla a che fare con il caso. Dall’altra parte, l’esperta anatomopatologa Cristina Cattaneo ha concluso la ricerca di tracce nei forni dell’azienda. Tutto il materiale è stato inviato ai Ris di Parma e a un laboratorio milanese per cercare elementi riconducibili all’imprenditore. Come il titanio di cui era fatta la protesi dentaria di Mario Bozzoli.

Dalla procura di Brescia si parla di “indizi pesanti”, anche se i quattro restano a piede libero perché al momento non ci sono prove considerate gravi. Un’attenzione particolare è rivolta a Giacomo Bozzoli che in più di un’occasione avrebbe rivelato l’intenzione di uccidere lo zio. Sembra che tra i due, oltre al fratello Alex, ci fossero dei dissidi soprattutto per il presunto furto di materiali dalla ditta di Marcheno. Prodotti che poi sarebbero stati destinati alla ditta di Bedizzole intestata ai due fratelli.

Secondo indiscrezioni riportate da Bresciaoggi, Mario Bozzoli avrebbe rivelato a un vicino di casa di essere arrivato persino a marchiare con una sigla particolare varie barre lavorate. E avrebbe verificato che proprio alcune di queste sarebbero state rubate. Mentre le indagini vanno avanti, anche per capire i collegamenti con la morte di Giuseppe Ghirardini, i dipendenti chiedono di riaprire l’azienda. Risulta ancora sequestrata da quell’8 ottobre e il timore generale, evocato dai sindacati, è che l’impresa rischi di chiudere o finire in liquidazione.