ANFO – Apertura e visite guidate alla Rocca. Tutto lo splendore dell’edificio museale

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Anfo, 15 agosto 2015, ore 9,30. Giornata fresca all’inizio ma che si va rapidamente scaldando: il livello del lago d’Idro è basso ma qui il morale è alto. È una giornata importante: dopo il discorso delle autorità si taglierà il nastro che aprirà ufficialmente le visite guidate alla Rocca d’Anfo, una delle più importanti e spettacolari costruzioni belliche a livello nazionale che copre un’area di 50 ettari.

Prima di entrare nel merito occorre sottolineare che l’inaugurazione della Rocca rappresenta l’emblema dell’Italia che funziona. Un lavoro formidabile rispettato al centesimo di secondo; un’amministrazione (a tutti i livelli, da quello comunale a quello regionale) che ingrana armonicamente con le progressive esigenze che maturano ‘sul campo’; gruppi di volontari efficienti, disponibili e coesi, legati da forte amicizia e dall’obbiettivo comune di (ri)dare vita a un monumento storico unico.

Antefatto (molto succinto)

Dopo trent’anni la Rocca (la prima pietra fu posata dalla Repubblica di Venezia per difendersi dal Principato Vescovile di Trento poi ci passarono anche i francesi con Napoleone che fecero un lavoro mastodontico e anche i Garibaldini; qui fu curato il Giuseppe per una ferita alla gamba rimediata durante la battaglia di Monte Suello che dista poco da qui) è passata dal Demanio alla Regione Lombardia che ne ha affidata la gestione alla Comunità montana della Valsabbia. Come ha sottolineato il presidente della Comunità montana Giovanmaria Flocchini il lavoro di sistemazione e messa in sicurezza continuerà ancora per molto tempo.

Verrà presentato un progetto a Fondazione Cariplo per ultimare la parte relativa alla messa in sicurezza delle pareti rocciose e la sistemazione delle strutture (caserme, camminamenti, fortificazioni). Si procederà per gradi, ovviamente, dato che il costo completo di tutta l’operazione per rendere nuovamente accessibile l’intera Rocca potrebbe aggirarsi, all’incirca, attorno ai cinquanta milioni di Euro. La Rocca d’Anfo si avvia quindi a divenire un’eccellenza nazionale e non solo, sia dal punto di vista architettonico che storico.

Il Lavoro (dietro le quinte)

Appaltatrice del lavoro di messa in sicurezza della parte, diciamo così, ‘naturale’ (disgaggio, ovvero pulitura delle pareti rocciose dalla vegetazione e dai massi pericolanti, posa di reti e barriere paramassi, sistemazione dei gabbioni di sassi) è la ditta Stazi Livio di Bovegno Valtrompia che ha iniziato i lavori il cinque maggio (5/5/15: tre cinque nella data. Per la numerologia spicciola: cinque è il numero di Shiva e indica il dominio degli elementi acqua, fuoco, aria, terra ed etere. Per la Smorfia è la mano; più sintomatico di così!). 7-8 mila metri quadri di parete verticale disgaggiate, 6-7 mila metri quadri di rete in aderenza posata, 260 metri lineari di barriere paramassi erette (reti alte cinque metri) e 150 metri cubi di gabbioni. Flocchini ha elogiato, nel suo discorso prima del taglio del nastro, l’impresa per la sua flessibilità e capacità di rispettare gli stati di avanzamento dei lavori, che non sono ancora terminati se non nella parte identificata come ‘visitabile’.

Flessibilità che sarà richiesta anche nel prossimo periodo. Per sei weekend (fino al 20 settembre), infatti, la Rocca sarà aperta alle visite guidate. Questo significa che durante il fine settimana le macchine operatrici (ruspe, compressori, mezzi di cantiere, miscelatori di cemento) dovranno essere interdette al pubblico; gli strumenti di lavoro (martelli da perforazione, tiranti, rotoli di rete, funi d’acciaio, flessibili, sacchi di cemento e sabbia) dovranno essere riposti in luoghi inaccessibili ai visitatori. Insomma il venerdì sera, dopo essere stati attaccati via per tutto il giorno a una fune a decine di metri dal suolo, gli operai della Stazi Livio dovranno delimitare con apposita fettuccia le zone interdette e avere un occhio a non lasciare in giro roba: non si sa mai che il giorno dopo qualche visitatore voglia mettersi a giocare con un flessibile e tagliare una qualche gamba a qualcuno o beccarsi una scheggia in un occhio.

La visita (finalmente)

Orsù, si parte per la visita. Sono le dieci e siamo quasi una trentina di persone. La guida, Maurizio Zenucchi, dopo averci fornito di caschi rossi e averci illustrato le norme di sicurezza comincia subito a descriverci la struttura della Rocca partendo dalla Caserma Zanardelli: costruzione che, logisticamente, è deputata alla preparazione delle escursioni e al ristoro essendo la prima che si incontra. La visita si protrarrà per oltre tre ore e ci porterà sino all’Osservatorio che rappresenta l’apice fisico del sistema di costruzioni della Rocca. Per inciso: tre ore sono poche perché il Maurizio avrebbe tante cose da raccontare e spiegare.

Dal perché le scale a chiocciola dell’Osservatorio girano, salendo, verso destra (bisogna rifarsi ai tempi di cappa e spada: l’invasore saliva le scale spada in pugno e si trovava davanti il difensore che, ovviamente, le scale le scendeva ma chi saliva, essendo presumibilmente destro, aveva il muro a man dritta che gli impediva di brandeggiare liberamente la spada). Alla costruzione dei cunicoli con intercapedine per contrastare gli effetti negativi dello stillicidio, all’evoluzione dei sistemi di difesa passivi (muraglie e trincee) e attivi (cannoni) nel corso degli anni. Tenete conto che la visita copre un 65% di quello che sarà visitabile. Insomma queste guide si sono fatte un mazzo tanto per carpire tutti i segreti della Rocca e potreste stare ad ascoltarle per un giorno intero senza stancarvi (“Ghet presente la pubblicità del Trivago che i ghe ha tut dei hotei? Eco… Noter de piò”).

Il Museo (una chicca)

Poco prima dell’ingresso, diciamo così, ufficiale della Rocca, alla base delle Mura Venete (attualmente non agibili), nella vecchia caserma, c’è il Museo della Rocca dove sono raccolte vestigia dei soldati della Grande Guerra. Calze, elmetti, gavette, bombe a mano, torpedini, scarponi, racchette da neve, protesi di gambe. Una miriade di oggetti che raccontano la storia di muti eroi figli di anni disgraziati e padri del nostro benessere. È l’Emanuele Calabria da Gussago che mi apre le porte del Museo, prima del taglio del nastro. Com’è consuetudine da queste parti, anche l’Emanuele è un tipo che gli manca la parola: comincia a raccontare cose alla Caserma Zanardelli e dopo un’ora abbondante, quando torniamo e già gli oratori si sono addentrati nelle prolusioni ufficiali, è ancora li che racconta. Il fatto è che l’Emanuele conosce la storia di ogni singolo oggetto, la tipologia delle bombe a mano o da mortaio.

La storia delle borracce, delle mannaie d’ordinanza per tagliare la carne, delle baionette. Spiega che tra il 1859 e il 1866 la Beretta trasformò il fucile ad avancarica da innesco a pietra focaia a capsula; c’è anche una museruola per i muli. Museruola per i muli? Sui ghiacciai, spiega l’Emanuele, i muli prendevano la congiuntivite a causa del riverbero del sole e, quindi, i conducenti proteggevano i loro occhi con occhiali verdi. I poveri muli, vedendo tutto verde pensavano di trovarsi in lussureggianti pascoli: per evitare che gli animali si ingozzassero di neve gli alpini si inventarono queste museruole. C’è anche da aggiungere che il Museo è stato ripristinato in un paio di settimane: pulizia e sistemazione dei locali, recupero e installazione degli oggetti e relative didascalie (molto c’è ancora da esporre ma è ancora in giro per altre mostre). Ora si tratta di organizzare la vita del Museo: orari, visite, guide.

Il Buffet (Aaaah!)

Volendo, con un piccolo sforzo di volontà, si può raggiungere tavola imbandita per il rinfresco sotto il portico della caserma Zanardelli. Prodotti locali preparati dal Caseificio Sociale Valsabbino arricchiscono la tavolata per il piacere degli occhi e della gola. I due baldi giovani che prestano servizio, come consuetudine di queste parti, sono avari di parole: basta fare una domanda sui prodotti e per un’oretta sei a posto. Dal che se ne deduce che la produzione del Caseificio è molto variegata e si va dalla ricotta e dai fioriti al Sabbio (latte parzialmente scremato, stagionato anche ventiquattro mesi, somiglia un po’ al Grana) passando attraverso il Conca (latte intero, morbido, stagionato cinque-otto mesi) e varie formaggelle.

Il Caseificio lavora circa trentamila quintali di latte l’anno che viene conferito da dodici stalle (la tendenza è verso una diminuzione delle piccole stalle mentre aumentano le dimensioni delle unità). I latticini sono da assaggiare con una goccia di salsa (su tutte la salsa di zucca allo zenzero). E poi vi sono gli insaccati: si assaporano in maniera così eroica e ardimentosa, visto il luogo, che il colesterolo scappa lontano. Il Caseificio sarà presente durante tutti gli weekend di apertura della Rocca così che i visitatori possano tornarsene a casa con un gustoso souvenir valsabbino.

Il GAL (doveroso)

Su tutto l’evento soffia l’alito del Gruppo di Azione Locale Garda Valsabbia che, su incarico della Comunità montana, si occupa degli aspetti gestionali dell’apertura straordinaria. Il GAL, utilizzando i fondi dell’Unione Europea, promuove la rivalutazione del territorio, soprattutto in ambito rurale. Tradizioni, luoghi, attività e materiali tradizionali trovano nel GAL nuovo sostegno grazie anche a iniziative che coinvolgono, in una edificante sinergia, enti locali, imprenditori privati e associazioni di volontariato. Le iniziative, che si rivolgono principalmente al contesto locale, hanno anche, ovviamente, una ricaduta economica perché quando un ambiente, naturale o artificiale, è bello, ben tenuto e vissuto in maniera armoniosa innalza la qualità della vita ed è vettore di turismo e di iniziative qualificanti.