PEZZAZE. Colle San Zeno, tra i cacciatori alla prova di “Segugi e Segugisti”

0

Tra gocce di sudore e sonnolenze strascicate, emerge il ricordo di un’esperienza fresca, anche se un po’ datata, che avrebbe dovuto produrre un articolo. Ma ci è voluto il solleone di questi giorni affinché detto articolo giungesse a maturazione. Eccolo con le mie più calorose scuse per l’enorme ritardo al Piero e ai gagliardi cacciatori di lepre. La terra non gira o bestie! Perché se la terra girasse, è evidente, tutta quella nebbia che c’era sulla groppa del Colle di San Zeno sarebbe scivolata via. Parliamo di domenica 3 maggio, seconda giornata della sedicesima prova di lavoro con cani da seguita su lepre per il “Memorial Faustino Viotti”. Alle sei di mattino la strada è deserta. Ma proprio deserta. Visibilità una cinquantina di metri.

Solo le buche nell’asfalto ti rendono cosciente che sei su questo mondo e non su un altro pianeta. Mondaro di Pezzaze è invece brulicante di vita, voci, guaiti di cani, risate. I cacciatori aspettano l’assegnazione della zona e del turno di lavoro. L’Orchidea, il locale eletto centro operativo, sforna caffè, cappuccini e brioches a getto continuo. Finalmente, con calma eccitata, i cacciatori si disperdono per raggiungere le varie zone di prova. Il Piero Zenti, “deus ex machina” di questo appuntamento, se ne va sulla sua allegra, traballante e scoppiettante Samurai-Santana: per alcune ore girerà sui monti per vedere, chiedere, informarsi su come stanno andando le prove. La nebbia, con tellurica magia, inghiotte cose, persone, rumori e voci: il paese torna tranquillo.

Salendo il Colle, in beata solitudine e misticamente avvolto da nebbia ultraterrrena, la situazione acquista dimensioni metafisiche: il cartello stradale che recita “strada senza barriere” si eleva, da mera indicazione Anas a sublime percezione di una realtà onirica: ti viene a significare la perdita delle barriere che nel quotidiano limitano il tuo pensiero e il tuo agire. Qui i suoni sono diversi, lo scorrere del tempo è diverso, i rapporti con le (poche) persone sono diversi. L’aria la mastichi, l’erba la aspiri, con gli alberi ci parli, ti innamori di un sasso, bevi nebbia. Insomma, sono quegli impagabili e inenarrabili momenti di sostenuta confusione mentale derivanti dall’avere tempo e spazio liberi (e il cervello un po’ sminchiato, a detta di alcuni, forse, sotto sotto, invidiosi).

Dopo aver vagato per il Colle immergendomi “senza tante barriere” nella natura amica, torno al “Cacciatore” (o “Da Franca”) che è il ristorante centro di ritrovo per gozzovigliare degnamente prima delle premiazioni. Questa di Pezzaze è una delle più importanti manifestazioni del bresciano e vede concorrenti provenienti da tutto il nord Italia. A piccoli gruppi i cacciatori arrivano, seguiti dall’immancabile uggiolare degli splendidi cani. Ed è subito uno scambiarsi di salaci battute, pareri, considerazioni, il sublime profumo dello spiedo eccita uomini e animali, tutti perennemente affamati. Il mondo, sino a poco fa tranquillo e cogitabondo, esplode con lenta, inarrestabile forza in una rutilante geografia di risate, grida, scherzi (esempio: qualcuno è riuscito a mettere nel baule della macchina dell’amico, poi vittima di ammiccamenti e battute, un’enorme pietrone).

Prima del lauto pasto intercetto la segretaria di “Segugi e Segugisti”, l’ineffabile Romina da Lodrino al settimo mese di gravidanza (adesso, ovviamente, avrà già partorito). Mi spiega che la sede dell’associazione è a Ome e che negli ultimi anni è cresciuta molto arrivando ad avere circa trecento iscritti. Delle cinque gare che organizzano annualmente questa è quella che raccoglie più iscritti tanto che si raggiungono le otto e a volte nove batterie. Ah: al tempo non si conosceva il sesso del nascituro “ma sarà sicuramente un cacciatore o una cacciatrice” dixit! Ci si siede, al fine, per il pranzo. A capotavola c’è il Menec. Qui occorre fare una premessa. Il Menec è un 61enne di Marone, pensionato della Dolomite, ed è una figura storica, un pilastro della caccia alla lepre. Il suo aspetto non è molto conviviale perché, in situazioni normali, ha un po’ la “cera del diaolah” ma, come capita di frequente, una volta instaurato un buon rapporto, è uno che non lesina parole sincere e profonde, dialoghi aperti e condivisione di personali esperienze.

Nel giorno del Gudizio Universale quando il Piero Zenti, su incarico di San Piero, farà l’appello e valuterà l’impegno dei cacciatori di lepre, il Menec avrà un posto d’onore accanto al Grande Segugio nel Divino Banchetto. A Pezzaze l’ho sempre visto: indaffarato, incazzato, polemico, estroverso, attivo, amicone. Ma non mi ha mai cagato neanche di strisscio. Oggi invece, Santi Filippo e Giacomo, è una giornata magica e riesco a parlargli. E racconta. Ha allevato, più o meno, 150 cani: moltiplicateli per il numero delle zampe di ciascun cane (che normalmente sono quattro e sono importantissime in un segugio) e avrete un’idea di quanti pasturali, garretti e speroni sono passati tra le mani del buon Menec. Attualmente ha dodici segugi e la sua preferenza va alle femmine (e non solamente di segugio, capite bene!). Racconta, il Menec, di quando si iniziava a fare le prove in Vaghezza con la Pro Segugio: poca gente, strade libere, poche regole e forte amicizia.

Poi il mondo si evolve e si complica: non si può partecipare a tutte le prove organizzate dalle associazioni ed è necessario selezionare. Pezzaze è un appuntamento fisso: la zona è bella, vasta e ricca di selvaggina. E’ una delle più belle, se non la più affascinante, prove non solo della Provincia (non ditelo al Piero se no mi ingrassa!). Lo accompagna il figlio Nicola che, in quanto a passione, ha preso tutto dal padre. Verso la fine del sontuoso pasto, scambio due parole con il presidente per Brescia della “Segugi e Segugisti” Elio Minelli. Spiega che la sede nazionale è a Conegliano e che dalla sua fondazione, circa venticinque anni fa, l’associazione è quadruplicata. Uno degli aspetti principali che ha reso così popolare la “Segugi e Segugisti” è che da sempre ha organizzato le prove su terreno libero (mentre la Pro Segugio sfruttava solo le zone di ripopolamento): questa scelta ha consentito una maggior flessibilità anche se richiede un maggior impegno organizzativo e quindi un maggior coinvolgimento dei volontari e degli appassionati.

Comunque, quello che emerge da queste giornate di prove, al di là del forte desiderio di salvare l’ambiente naturale nella maniera più semplice e immediata possibile, è un’etica orientata alla caccia come liturgia ancestrale di appartenenza al gruppo di uomini liberi e fieri, animali e predatori intelligenti (in sostanza e non a parole. Avete presente la pubblicità che fa vedere uno splendido gatto grigio, a occhio un Certosino o un British Shorthair blu, e fuori campo la voce dice “Eccolo che va a caccia…” e poi una mano ribalta in un piattino cibo per gatti? Ma che caccia è? Ecco: questi cacciatori sono tutto il contrario, la preda va sudata e onorata).