MILANO – “Artisti italiani per Expo”, Marrocco (Brera): “L’arte deve avere un ruolo primario”

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Continuano le nostre interviste ai grandi pittori italiani contemporanei, oggi è nostro ospite Franco Marrocco, illustre artista nonché Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. Ecco l’intervista che ci ha concesso.

In che modo si inserisce la sua opera nella mostra “The last last supper_Leonardo e la visione ritrovata” e qual è la motivazione del titolo “Il grande disegno”?

L’opera che ho realizzato per la mostra nasce da un mio pensiero, da una riflessione su Leonardo e soprattutto sul Cenacolo. La mostra pone l’accento sui vari modelli di interpretazione e modi di “fare arte” creando differenze e mettendole in evidenza. In questo senso la mostra è una sorta di grande campionatura di quello che è il contemporaneo oggi: il mio lavoro si pone in parallelo con gli altri, ma segnala nel contempo una evidente differenza con le altre opere esposte. Riguardo al titolo scelto ho riconsiderato e reinterpretato “il grande disegno” di Leonardo nell’ idea dello sfondamento delle finestre: è  un disegno che guarda oltre, probabilmente al cielo, spinge verso qualcosa d’altro che è inafferrabile e impalpabile, in questo senso è “Il Grande Disegno”.

Come si lega il tema dell’Ultima Cena con l’Esposizione Universale?

Expo è occasione di incontro e di riflessione attenta sui problemi generali che attanagliano l’esistenza e questo mondo. L’idea di THE LAST LAST SUPPER è quella di un tema che può essere riproposto nel senso più ampio del termine: non è solo il cibo quotidiano, ma l’idea più alta del convivio, un progetto per il futuro. Questa riflessione si può estendere a tutto Expo e potrebbe essere, probabilmente, una chiave di lettura e di interpretazione, la direzione da seguire. E’ un tema importante, non limitato o occasionale, consente anzi una riflessione dell’ uomo sull’uomo anche sul piano psicologico, sociologico e culturale.

A suo avviso qual è il ruolo assegnato all’arte nell’ambito di Expo?

Il ruolo assegnato all’arte dovrebbe essere, secondo me, primario perché l’arte comprende e sintetizza tutto, il contemporaneo, il moderno o l’attualità e ci proietta nel futuro. La mostra di questi giorni alla Triennale si pone, come dire, ai margini dell’evento e questa è una carenza. Il tema dell’arte dovrebbe essere una sorta di fulcro centrale, come accaduto per tutte le edizioni delle Esposizioni Universali che hanno visto opere straordinarie, rimaste nella storia come emblema della Contemporaneità: penso alla Torre Eiffel a Parigi o al Padiglione di Barcellona, una delle opere principali dell’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe pensata e costruita in occasione dell’Esposizione Universale di Barcellona del 1929.

Quali sono le iniziative che l’Accademia di Brera sta realizzando per Expo?

L’Accademia di Brera sta facendo da motore nel palazzo di Brera per l’Expo e sta portando avanti iniziative importanti sia ai Padiglioni sia in città, con attività espositive e di laboratorio. Martedì 28 inaugureremo due importanti mostre “Accademia aperta” dove apriremo le aule e gli spazi e disporremo le opere dei nostri allievi e “Brera in contemporaneo” una grande mostra con opere di Manzoni, Fontana, Castellani ed altri presso la Sala Napoleonica,  mentre nell’Orto Botanico saranno esposte opere di arte contemporanea con un grande intervento di Michelangelo Pistoletto. Nell’Osservatorio sarà proposta una installazione di Bagnoli, mentre la Biblioteca Braidense ospiterà opere di G. Richter. Nella Pinacoteca continua la grande mostra sempre da noi coordinata di opere di Paolini, Garutti, Kounellis e Fabro.

Tempo fa lei ha detto “Io non sono un pittore astratto, ma nemmeno un figurativo”…, “da anni mi ascrivono all’una o all’altra corrente, ma io faccio il pittore e seguo la mia strada che può anche cambiare come è già successo in passato”. Il “grande disegno” dove si inserisce nel suo percorso di ricerca artistico espressiva?

Questa è come dire una domanda un po’ sottile. Normalmente quando si parla di arte si parla di un artista che è astrattista piuttosto che figurativo o concettuale; io credo invece che l’arte non possa essere ascritta ad un unico linguaggio. Credo che il mio sia un percorso che attinge dalla fotografia, dalla pittura, dall’astrazione come già artisti del passato hanno fatto. Il mio è un lavoro analitico e minimale, barocco, vuoto o pieno di immagini. Non credo che l’arte debba essere considerata per il linguaggio che l’artista utilizza, l’Arte E’. In questo caso ho osservato,  come osservo abitualmente, tutta l’Arte del passato cercando di coglierne magari l’essenza per poter guardare al futuro, sperando che il mio lavoro possa essere ascritto all’Arte.

Siamo quasi arrivati al termine della rubrica culturale “Artisti italiani per Expo 2015”. Può rilasciarci un suo autorevole giudizio su questa attività che abbiamo cercato di portare avanti?

Credo che sia un contributo assolutamente straordinario che deve continuare a vivere e registrare il tempo, ad offrirci indicazioni, perché questo contributo è utile a noi oggi in contemporanea, ma è anche utile per il futuro come traccia per decodificare le questioni dell’umanità e dell’arte. Può essere un modello da seguire: è un’ opera unica di sedimentazione del tempo.

NOTA BIOGRAFICA

Franco Marrocco è nato a Rocca d’Evandro (CE), il 7 dicembre 1956 è Docente di prima fascia di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano della quale è Direttore.

Negli anni della formazione, rivolge la propria ricerca espressiva allo studio della pittura ponendo attenzione alla tradizione realistica, riprendendo temi che poi documenterà nella prima mostra personale, nel 1978.

Nel 1986 è invitato alla XI Quadriennale di Roma, ove espone il trittico Sul mio cielo volano anche gli angeli (1986), che testimonia un uso espressivo unito ad una gestualità che dialoga con la strutturazione schematica dell’immagine. Della seconda metà del decennio è la personale allestita alla Chambre de Commerce Italienne pour la France di Parigi nel 1989 e la partecipazione a rassegne, tra queste, nel 1986, al XXXV Premio San Fedele organizzato presso il Centro Culturale San Fedele, Milano.

La tendenza verso l’astrazione introduce una pittura dai toni lirici in cui il colore diluisce la rappresentazione e la costrizione del racconto, per accogliere gli inquieti registri dell’emozione. Gli anni Novanta vengono inaugurati dalla personale allo OCDE, Parigi alla quale segue quella tenuta a Palazzo dei Priori, Perugia, nel 1991 e la presenza alla mostra “The Modernity of Lyrism”, promossa dall’Istituto Italiano di Cultura presso la Gummensons Kontgallery di Stoccolma nel 1991 e poi al Joensouu’s Art Museum in Finlandia. Nelle opere esposte in quest’ultima occasione la pittura di Franco Marrocco, dalla narrazione figurativa muove verso evocazioni emotive, ove il colore si dispone in un dialogo frontale con la memoria e i sensi.

La seconda metà degli anni Novanta vede l’artista rapportarsi in modo nuovo al supporto che viene ora velato attraverso la sovrapposizione di trasparenze cromatiche: a questa traccia operativa si rapportano le opere esposte nelle personale tenuta presso il Palais d’Europe, Strasburgo (1994); Sala Polivalente del Parlamento Europeo, Bruxelles, (1998); Museo Butti, Viggiù, (1998); Palazzetto dell’arte, Foggia, (1998); Chiostro di Voltorre, Varese, (1999), nonché in occasione della XIII Quadriennale di Roma. Del 1997 sono gli inviti alla mostra “Artinceramica”, Palazzo Reale di Napoli trasferita poi, nel 1998, al Medelhavsmuseet di Stoccolma e al “49° Premio Michetti”, Francavilla al Mare, Pescara.

Negli ultimi dieci anni la pittura di Marrocco individua nel colore un vero e proprio tema, affrontato in grandi cicli di tele monocrome: si tratta del blu de Gli occhi conficcati (2002-03) che sembrano percepire in modo tattile la materia liquida; del nero di Brace, parole mute (2004) da cui emergono forme che descrivono la dilatazione, l’espansione, la contrazione, suggerendo una riflessione decantata delle deflagrazioni del rosso di Traiettorie e di Tracce (2007-08) che “generano la permanenza di una traccia nella memoria della retina”.

Tra le principali esposizioni personali di questi anni si segnalano quella ospitata a Villa Rufolo a Ravello e poi alla Reggia di Caserta, (2000); Istituto Italiano di Cultura, Vienna, (2009); Museo Diocesano, Milano (2011); Castello di Sartirana (2011); Chiesa Bianca, Maloja (con Alessandro Savelli) Svizzera(2012; Galleria Valmore, Vicenza (2014); Frac Baronissi (2012); Piccola Sacrestia del Bramante, santa Maria delle Grazie, Milano (2013); ADC Building Bridges, Santa Monica, California (2014). In questi stessi anni è invitato a diverse mostre collettive e rassegne, tra queste “La pittura come metafora dell’essere” ospitata dall’Istituto Italiano di Cultura, Stoccarda 2005; al 56° e 60° Premio Michetti, Francavilla a Mare; “Il Gioco del Tessile”, Royal Museum, Pechino e Ve Pat Nedim Tor Muzesi, Istambul (2007); “In contrattempo – la pittura malgrado tutto”, Galleria d’Arte Moderna, Cento; “Un mare d’arte – mediterraneo specchio del cielo”, Palazzo Sant’Elia, Palermo 2007; “Segni del Novecento. Disegni italiani dal secondo futurismo agli anni novanta”, Museo dell’Alto Tavoliere, San Severo di Foggia (2010); 54ª Biennale di Venezia (2011); “Call For Papers”, Istituto Italiano Cultura Los Angeles (2014).

Fonte: Christian Flammia