MARMENTINO – Dalla valle alla vita in acqua, Michela e Mauro due cuori e una barca

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Sì, viaggiare… Bello il viaggio orizzontale. Da qui a là, passando per lì e poi ritorno. Ritorno al quotidiano, all’ora di 3.600 secondi, scanditi e rosolati da attività intensa e produttiva (produttiva in senso strettamente economico). Più bello, più faticoso mentalmente e, socialmente, meno appagante il viaggio verticale. Il viaggio immobile di chi, eremita al mondo, cerca un’essenza profonda, spirituale e cosmica. Da qui a qui passando per il centro dell’anima. Unire i due tipi di viaggio non è affare semplice. E’ una scelta di vita che richiede un certo coraggio. Così, però, è capitato a due ragazzi che da Marmentino, in alta Valtrompia, hanno deciso di vivere su una barca. Storia singolare, quindi, quella di Michela Fontana e Mauro Bonomi.

Lei figlia unica e lui rappresentante di un folto gruppo di fratelli, alcuni dei quali hanno messo in piedi il famoso “Colorificio Valtrompia” a Gardone Valtrompia e svolgono l’attività di lattonieri, con un magazzino a Preseglie. Fatto sta che i due, uniti da sentimento amoroso, svolgono attività diverse: l’uno con i fratelli e l’altra in una società immobiliare a Brescia. Capita poi che Michela che, guarda caso è una Pesci (essendo io nobile cavaliere vi dirò solo che è nata il 20 febbraio di un anno imprecisato), trova un lavoro di sei mesi in una boutique alle Maldive. Nonostante il lavoro duro (si tratta di aprire la boutique ben quattro volte al giorno per ben un’ora per volta) frequenta un corso di sub. Essendo partita a dicembre del 2005, a febbraio del 2006 è ancora là a lavorare.

Il Mauro decide, in occasione del suo compleanno (compleanno di Michela, non del Mauro che è nato l’11 settembre 1974) di raggiungerla per una ventina di giorni. Ora, immaginarsi il Mauro di allora alle Maldive è come immaginarsi un orso polare sulle dune del Sahara: cosa si fa alle Maldive? Si prende il sole e si fanno immersioni. Si da il caso, tuttavia, che tra il Mauro e l’acqua ci sia sempre stato un profondo rispetto, come tra lui e la regina Elisabetta: uno da una parte e l’altra dall’altra. E l’abbronzatura il Mauro se la fa sui tetti a rifare le coperture con la fiamma a gas. Poi c’è il viaggio. Le Maldive sono un 1.200-1.400 piccolissime isole raggruppate in atolli e devi beccare quella giusta. Ma l’amore smuove le montagne e anche il Mauro decide di darsi una mossa. E che mossa.

Ritroviamo, quindi, il nostro eroe a febbraio del 2006 (alle Maldive è alta stagione) che, dopo una decina di ore di volo si aggira per l’aeroporto di Male, la capitale. Ma di lì deve raggiungere l’isola di Maafushivaru (che già ricordarsi il nome è un esercizio non da poco e che in lingua dhivey significa “isola dei fiori”) nell’atollo di Ari Sud. I collegamenti tra le isole sono garantiti o dalle tipiche barche chiamate dhoni, per i viaggi più brevi, o da idrovolanti (gestiti da una società canadese) per i collegamenti più lunghi. Quest’ultimo è il caso del Mauro: deve aspettare un idrovolante. Che finalmente arriva. E sembra un po’ un film di Bud Spencer. Pilota a piedi scalzi, finestrini aperti, tutto molto “sciallo”, ma aereo moderno ed efficiente.

A noi, con invidiosissima ironia, piace immaginare questo nostro amico triumplino, trafelato e smarrito, con camicia a fiori, bermuda, borsoni (con dentro magari anche una giacca a vento e una berretta perché non si sa mai, in quei posti…), sguardo acuto ma sperso, assediato a perdita d’occhio da un essere severo e aristocratico quasi sconosciuto come l’oceano, che si chiede “Madona Hignùr ma ‘ndo hoi? “Ndoel el Golem?”. Anche perché l’idrovolante abbandona il nostro Mauro su un pezzo di legno, chiamato eufemisticamente “pontile”, in mezzo al mare. Da li, finalmente, passa un dhoni che lo porta all’isola della quale non riscriverò il nome, ma sulla quale si trova l’amata Michela. Baci, abbracci e tenerezze durano un bel po’. Ma dopo, che fare? Il Mauro cazzeggia un po’ in giro, prova ad entrare in acqua: sino alle ginocchia, inizialmente. Aiuta anche la Michela nel suo duro lavoro (il resort è italiano e di lusso: nella boutique capita anche una principessa con la Master Card nera, quella che non ha limite di spesa e che il Mauro, fascinoso macho della Valtrompia, ha l’onore di servire).

Nel tempo libero prende sempre più dimestichezza con il mare. Indossa pinne, maschera e boccaglio e inizia, timidamente, a fare snorkeling. Si copre anche di gloria, il nostro Mauro, salvando da annegamento un turista che a causa della folta barba e dei baffi si era ritrovato la maschera piena di acqua e non era capace di svuotarla. Insomma, quando uno c’ha le palle c’ha le palle, anche se non sa nuotare. Comunque Mauro prende familiarità con l’acqua. Familiarità? Si innamora del mondo acquatico. Tornato a Brescia frequenta un corso di apnea e fa immersioni nel lago di Garda. Torna poi anche Michela. Con Mauro si immerge nel Garda ed è uno shock. Ormai abituata alle acque calde (sui trentuno gradi di media) e limpide delle Maldive immergersi nell’acqua fredda e buia del lago è quasi un trauma. Comunque Michela va a lavorare in un’agenzia immobiliare, prendono casa a Salò, continuano a fare immersioni.

Là, Michela, tanto per occupare il tempo libero, diventa istruttrice subacquea, prende la patente nautica e segue un corso di vela (ironia: l’istruttore del corso di vela è un maldiviano. Che uno si chiede cosa cavolo c’ha nella testa uno delle Maldive che viene a vivere dalle nostre parti… boh!). Si comperano anche una barca sul lago. Il sogno, però, resta il mare sconfinato. Cazzeggiando su internet Mauro trova la barca ideale a Genova. Michela però è restia. Lui insiste. Alla fine, in occasione del Salone Nautico del 2009, i due si trovano a passeggiare sul molo dell’Acquario… E la vedono. Fine prima puntata. Seconda puntata: tra la Steel Lady e la coppia di bresciani si accende il lume del destino. Nel giro di poco la barca diviene (diverrà) la casa di Mauro e Michela. La Steel Lady è un diciotto metri per cinque, in acciaio, con due alberi (per gli esperti: armo tipo “Ketch”). Dopo circa nove mesi portano la Steel Lady da Genova a Cagliari. Continuano a lavorare per un paio di anni.

Nel 2013 la scelta: si trasferiscono definitivamente sulla barca: da maggio a ottobre lavorano nei resort e da ottobre a maggio sistemano la barca. Il primo novembre dello scorso anno decidono di partire per le Canarie (dopo che la Michela, ligia al dovere, con abnegazione, si era fatta un viaggio esplorativo di un paio di settimane). La data non ha deposto a favore del viaggio perché, per una serie di inconvenienti, hanno dovuto ormeggiare la Steel Lady ad Almerìa, sulla Costa del Sol (posto peraltro di una magnificenza incomparabile), a un giorno di navigazione dallo Stretto. Il fatto è che si è chiusa, nonostante abbiano navigato per tappe forzate di cinquanta ore, la finestra di “tempo bello” e si è aperto il periodo di “mare confuso”. E si sa quando qualcuno è confuso (mare o individuo) è meglio stare a guardare. Nota: l’equipaggio della Steel Lady è formato da Michela Fontana, capitano e da Mauro Bonomi, mozzo e cambusiere. Proprio Mauro cerca di spiegare lo stile di vita a bordo.

Capite che non è faccenda semplice far entrare in testa a un triumplino dimensioni vaste, quasi infinite dello spazio e del tempo: le montagne limitano orizzonti, idee e valori. Un giamaicano, probabilmente, si gode di più la vita anche perché ha negli occhi e, soprattutto nel cuore, infiniti spazi, stupendi tramonti, rapporti umani semplici e “leggeri”… tutte cose che, generalmente, non si trovano tutte insieme nelle valli. Comunque il Mauro ci prova e parla di lentezza, di tempi lunghi, di essenzialità nell’utilizzo delle materie prime e dell’energia, del sapere quando parti ma non sai quando arrivi… A fare il caffè ci impieghi un’ora: macini con il vecchio macinino a mano della nonna (per risparmiare corrente). Poi aspetti che il caffé “venga su”, quindi ti rolli una cartina e guardi il mare, sempre uguale sempre diverso.

Anche l’acqua va usata con parsimonia: primo perché sulla barca non c’è ne un’infinità e poi quando apri un rubinetto metti in moto una pompa elettrica e l’elettricità te la devi guadagnare (adesso mettono le celle fotovoltaiche… ed è un buon aiuto). I progetti? I sogni? Calma: ci maciniamo il caffè e ci rolliamo la cartina… Siamo pronti. L’ideale sarebbe il turismo scientifico (che io, in tutta sincerità, non ho capito benissimo in cosa consista). Qualche progetto, penso, di qualche università, per dire, cui sta a cuore il mare, che coinvolga la Steel Lady e il suo solerte equipaggio. Oppure il turismo di chi voglia fare vacanze alternative ed esclusive. Ricordatevi però che se chiedete il caffè non è come al bar (è mille volte meglio… non foss’altro che per l’attesa). Per Michela e Mauro da ottobre inizierà, al cento per cento, il nuovo corso: non lasceranno più la barca, con i nostri auguri.