Ambiente, aspettando l’enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco

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Pubblichiamo una riflessione di Celso Vassalini, volontario e vice presidente dell’Aifos Protezione civile, sull’ambiente, l’uomo e la tecnologia

Attendiamo la seconda enciclica “Laudato sì, sulla cura della casa comune”. Questo il titolo scelto da papa Francesco sulla difesa dell’ambiente e sull’ecologia. Il Pd organizza un’iniziativa politica nazionale dedicata all’ambiente nella Valverde a Botticino. Siamo così abituati a pensare che l’uomo sia un’entità relativamente piccola e che il pianeta Terra sia sufficientemente grande per riequilibrare la sua mancanza di saggezza e previdenza, che non ci è naturale pensare che le ferite inferte all’ambiente da uno sviluppo industriale e tecnologico irresponsabile possano infine, sommandosi le une alle altre, diventare un problema senza soluzione. Ci riesce innaturale pensare che l’inquinamento del mare, ad esempio, possa raggiungere un punto di non ritorno. Possiamo anche dire che ci è comodo pensare così.

Ci alleggerisce dal senso di colpa e anche dal peso di un’eccessiva responsabilità che ci graverebbe sulle spalle, se tenessimo presente che il potere che l’uomo può esercitare sulla natura è, sì, sostanzialmente effimero, giudicato sulla scala geologica, ma terribilmente distruttivo, invece, se considerato sulla scala che a noi interessa nell’immediato: la scala storica e, almeno in parte (ossia per le conseguenze che lasceremo in eredità ai nostri figli e nipoti), quella biologica. Oppure si possono confrontare le fotografie degli anni ’60 e quelle odierne, relative ai ghiacciai delle Alpi. Anche il nostro ghiacciaio dell’Adamello “era” un solido manto che s’adagia placidamente alla parete della montagna. Il ghiacciaio continua a ritirarsi: in altezza ha perso decine di metri negli ultimi 10-20 anni. Il sole batte, il ghiaccio si ritira e scioglie e restituisce i segni delle piaghe belliche del ’15-’18.

E quando mi fermo a pregare alla “Cima San. Giovanni Paolo II” s’avverte una certa sacralità nella bellezza pura di quella neve, illuminata da un freddo sole che s’affaccia sulla valle. Com’è possibile tanta bellezza in un luogo così intriso dalla sofferenza delle guerre e dalle ferite inferte all’ambiente. Basta guardare in alto e cercare quella croce voluta dal Papa. (E anche di altre parti del mondo, come l’Himalaya o le Ande patagoniche): si vedrà immediatamente una grande differenza. I ghiacci si sono ritirati ovunque, in certi casi di decine di metri. Montagne innevate non conoscono più la neve. Perfino le banchise polari si vanno sciogliendo. Un solo dato: il ghiaccio dell’Aletsch, il gigante delle Alpi svizzere, si è ritirato di oltre 2.700 metri e continua ad “accorciarsi”. Se questo è accaduto, e sta accadendo, al re dei ghiacciai dell’Europa, è facile immaginare cosa stia accadendo a quelli minori. I più piccoli stanno addirittura per scomparire.

La superficie ghiacciata alla sommità del Kilimangiaro, nell’Africa orientale, si è ritirata del 75% (addio alle “nevi del Kilimangiaro”, dunque, per dirla con Ernest Hemingway). Il monte Carstensz, nella Nuova Guinea, ora denominato Puncak Jaya, che è la vetta più alta di tutta l’Oceania, ha visto i suoi ghiacci ritirarsi di parecchie decine di metri solo negli ultimi quattro decenni (il ghiacciaio Meren, nella stessa catena, di ben duecento metri). E si potrebbe continuare a lungo. E adesso, tornando alle nostre fantasie più cupe, dalle quali eravamo partiti per svolgere la presente riflessione, sappiamo che la realtà è diventata più terribile dei nostri peggiori incubi: oggi sappiamo che le correnti dell’Oceano Pacifico stanno portando alla deriva, avanti e indietro, con moto incessante, non una certa quantità di rifiuti, bensì una massa enorme di plastica, così vasta da poter essere definita come un’isola, anzi, come una specie di micro-continente galleggiante.

Il continente della vergogna. Ma l’uomo contemporaneo, l’”homo tecnologicus”, fiero e gonfio d’orgoglio per le sue scoperte e per la sua abilità nel manipolare le cose, è lontanissimo da un simile atteggiamento mentale. Non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di fare un doveroso “mea culpa”. E’ tutto proteso verso nuovi traguardi e stavolta non limitati al dominio sull’ambiente, con la sua lunga scia di prodotti di rifiuto del processo industriale (il che implicherebbe un ripensamento della chimica e specialmente del combustibile liquido quale principale fonte energetica per i trasporti), ma al dominio sulla materia vivente, dalla clonazione alla manipolazione genetica. Ahimè, il punto è proprio questo: che non abbiamo il diritto di ipotecare il futuro delle prossime generazioni. E che finiremo per provocare un completo corto circuito fra la produzione di beni e la creazione di rifiuti difficili da smaltire, se non avremo il coraggio di rimettere in discussione, non la nostra tecnologia, ma il nostro modo di pensare e il nostro atteggiamento di fondo nei confronti di noi stessi e del fenomeno “vita”.

La tecnologia, infatti, non è il problema, ma l’espressione materiale dei valori complessivi sui quali una civiltà si fonda. E in sé stessa, non è né buona, né cattiva. Diventa cattiva, anzi, pessima, se viene posta al servizio di un’idea faustiana e prometeica della presenza umana sul pianeta Terra. Se viene adibita a servire la corsa pazza, sfrenata dell’Ego, che vuole e brama sempre di più, e intanto distrugge ogni cosa al suo passaggio. Noi abbiamo bisogno di meno Ego e di più saggezza, di più umanità. Stiamo diventando disumani, perché ci siamo lasciati dominare dall’Ego: un signore dispotico, che vuole disporre di sempre più cose, anche se non ne ha realmente bisogno. La proliferazione di oggetti inutili e dannosi, a cominciare dai rifiuti industriali, nasce da qui. Abbiamo bisogno, pertanto, di riscoprire il valore della sobrietà, del silenzio e della contemplazione, se vogliamo smaltire l’ubriacatura dell’Ego.

Celso Vassalini