MILANO – Violenza sulle donne, Lombardia più trasparente su fondi per centri. Ma serve di più

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Alla vigilia delle elezioni regionali, ActionAid presenta l’Indice di Trasparenza sulla gestione dei fondi anti violenza delle Regioni e chiede al Dipartimento Pari Opportunità la pubblicazione online di tutte le informazioni ricevute dalle Istituzioni locali. L’organizzazione internazionale indipendente che da sempre si batte per la tutela dei diritti delle donne in Italia e nel mondo, ha ideato la piattaforma open data Donne Che contano con Dataninja: attraverso una banca dati online, infografiche e mappe interattive, il portale ha l’obiettivo di rendere facilmente accessibili le informazioni reperite regione per regione, grazie all’indice di trasparenza formulato da ActionAid e consultabile sul sito, il quale ha lo scopo di illustrare in modo chiaro e semplice come varia, da Regione a Regione, l’accessibilità alle delibere adottate e il dettaglio delle informazioni fornite.

Indice di trasparenza di 7 su 15 per la Lombardia, che nella “forma” rende i documenti sufficientemente accessibili, ma sul piano dei “contenuti” il livello di conoscenza che si può ottenere dall’analisi delle delibere riguardo alle strategie d’azione della Regione non è soddisfacente. In base a un indice di trasparenza pari a 0, maglia nera per Sicilia, Calabria, Molise, Friuli Venezia Giulia e per le Province autonome di Trento e Bolzano, sia nella forma che nel contenuto. Le delibere di queste Regioni e Province sono state di fatto irreperibili, online e su richiesta diretta, e per queste amministrazioni non è stato dunque possibile verificare se le delibere contenessero dettagli sulla destinazione delle risorse per tipologia di intervento e area territoriale, informazioni sul numero di strutture antiviolenza presenti sul territorio, dettagli su fondi aggiuntivi stanziati dalla Regione e quale uso si intendesse fare dei fondi destinati alla programmazione regionale e dei fondi assegnati a ciascuna azione.

“ActionAid, ad oggi, ha indagato sull’utilizzo dei fondi partendo dal reperimento online e l’analisi delle delibere di tutte le Regioni, che spiegano con diverso grado di dettaglio le azioni finanziate con i fondi ricevuti – spiega Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid Italia.- Abbiamo trovato online le delibere di 12 amministrazioni su 21, considerando 19 Regioni e due Province autonome. Le richieste ufficiali via e-mail e Twitter alle altre 9 Regioni hanno ricevuto 5 risposte, ma soltanto 3 hanno inviato le delibere richieste. Abbiamo provato a comporre il mosaico delle decisioni regionali, variegate e spesso non comparabili tra loro, basandoci allo stato attuale solo sulle informazioni contenute nelle 15 delibere individuate. Un punto e virgola più che un punto, insomma, che non ci scoraggia. Anzi, ci stimola a proseguire la nostra battaglia per la trasparenza, restiamo in attesa delle altre informazioni”.

Dall’analisi delle delibere finora reperite, cui dovrà seguire il monitoraggio di altri atti come ad esempio i risultati dei bandi, ciò che si rileva, innanzitutto, è la diversità sia nella definizione delle modalità di spesa, sia del livello di dettaglio delle azioni che le Regioni hanno scelto di intraprendere. Ad esempio, non per forza l’aver reperito la delibera ha portato a comprendere le scelte fatte dalle amministrazioni: è il caso della Puglia e della Campania, le cui delibere si limitano a creare capitoli di entrata e di spesa e rinviano le decisioni sull’utilizzo delle risorse a provvedimenti successivi. Per le Regioni che hanno fornito più informazioni, si registrano scelte differenti nell’organizzazione della spesa. La maggior parte, infatti, ha ripartito le risorse tra aree territoriali (Province o Comuni). Solo la Lombardia ha presentato la ripartizione delle risorse per area d’intervento e non su base territoriale.

Varia inoltre il livello di dettaglio sull’uso dei fondi per la programmazione regionale: in alcuni casi si esplicita l’azione o il servizio che s’intende avviare (ad esempio nel caso dell’Umbria e della Valle d’Aosta). In altri casi, non si forniscono informazioni a riguardo, come la Liguria, che rimanda la decisione alle Conferenze dei Sindaci, e le Marche. Nel caso di alcune Regioni, il numero di strutture antiviolenza incluso nella delibera risulta diverso da quello contenuto nello schema di riparto approvato dalla Conferenza Stato-Regioni: altro elemento che complica il monitoraggio e rappresenta un esempio concreto di come sia necessaria la messa a disposizione di informazioni accurate da parte di Governo e Regioni sul numero e sulla tipologia di strutture presenti sul territorio che beneficiano dei fondi. Un invito che ActionAid rivolge prima di tutto al Dipartimento Pari Opportunità che non ancora ha previsto la pubblicazione trasparente delle informazioni ricevute.

Riguardo alle strutture, in generale, le Regioni non hanno incluso nelle delibere i nomi delle strutture antiviolenza presenti sul territorio che beneficiano dei fondi: unica eccezione la Sardegna (370.789,89 euro il totale del finanziamento ricevuto dal Governo per interventi e strutture esistenti), che include l’elenco delle strutture per ciascuna Provincia. In molti casi si sono specificati criteri minimi delle strutture per poter accedere a bandi, includendo ad esempio un numero minimo di anni di esperienza nel campo della lotta alla violenza sulle donne e il tema della violenza di genere nello statuto delle organizzazioni. In molti casi, l’esperienza minima richiesta è di 3 anni e non 5 come definito dai criteri minimi dei centri dalla Conferenza Unificata, definiti post-adozione di alcune regioni delle delibere.

La Lombardia (1.444.616,98 euro) non solo non fornisce dettagli sulle strutture, ma cita i consultori pubblici e privati come strutture da coinvolgere nell’implementazione delle azioni programmatiche. Elemento preoccupante, poiché si rischia di prediligere strutture non direttamente competenti sul tema della prevenzione e del contrasto alla violenza a scapito dei centri presenti sul territorio. Molte Regioni hanno scelto di riorganizzare l’allocazione delle risorse e di non seguire lo schema di riparto del documento approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, che includeva l’ammontare di risorse che ogni amministrazione avrebbe destinato ai Centri antiviolenza e alle case rifugio esistenti, alla programmazione regionale e alla creazione di nuovi Centri. Più Regioni hanno privilegiato stanziamenti a favore dei Centri e delle case rifugio, forse a seguito delle numerose proteste da parte dei Centri dell’esiguità delle risorse a loro destinate: pari a circa 5.800 euro per Centro antiviolenza e circa 6.700 euro per casa rifugio, giusto necessario a coprire qualche spesa viva, ma di certo non a garantirne la sopravvivenza.

Ad esempio, la Toscana (762.834,07 euro) ha raddoppiato le risorse calcolate dal Governo per le strutture esistenti; la Regione Marche (276.398,81 euro) ha messo a disposizione delle strutture del territorio anche la metà della quota riservata alla programmazione regionale. La Sardegna (370.789,89 euro) ha erogato l’intero finanziamento a favore dei centri e delle case rifugio. Il Lazio (853.048,22 euro) ha stanziato 30 mila euro per ciascun centro antiviolenza e calcolato le risorse per le case rifugio sulla base dei posti-letto. Altre, come l’Abruzzo (257.907,19 euro) e il Veneto (747.532,20 euro), pur mantenendo il riparto originario, hanno scelto di mettere a bando i fondi della programmazione regionale riservandoli a Centri e case rifugio. Infine, alcune Regioni hanno specificato anche le risorse aggiuntive stanziate per gli interventi di prevenzione e contrasto alla violenza provenienti da varie fonti. Si tratta per lo più di fondi regionali e, in casi meno numerosi, di altri fondi statali e comunitari.

L’organizzazione ha deciso di impostare questo dettagliato lavoro di monitoraggio sull’uso dei fondi pubblici stanziati dal Governo centrale per implementare la convenzione, in seguito all’entrata in vigore dall’1 agosto 2014 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne. La Legge n° 119/2013, decreto “femminicidio”, ha sancito lo stanziamento di 16,5 milioni di euro per il biennio 2013-14 per interventi contro la violenza di genere a favore di Regioni e Province autonome, che hanno il dovere e il compito di utilizzarli per misure di contrasto e prevenzione al fenomeno. La legge di stabilità approvata a dicembre 2014 prevede ulteriori 9 milioni di euro l’anno per il triennio 2015-17. Fine gennaio e fine marzo erano le scadenze fissate dal Governo per l’invio, da parte delle Regioni e delle Province autonome, di un elenco aggiornato delle strutture antiviolenza presenti sul territorio e delle attività implementate con i fondi.

Un patrimonio di conoscenza che andrebbe reso pubblico per dar conto di come i fondi sono stati utilizzati. Si tratta infatti di informazioni fondamentali per il prossimo riparto dei fondi stanziati dalla Legge di stabilità per il 2015. “Se questo è un quadro parziale, non solo perché mancano le informazioni su alcune amministrazioni, ma anche per la frammentazione delle informazioni stesse e i tempi di rilascio e di reperimento – conclude Marco De Ponte – si rileva che, benché ci siano amministrazioni che hanno fatto sforzi maggiori di dettaglio e trasparenza, tutte le Regioni possono fare qualcosa in più per rendere più chiara l’azione complessiva sull’uso dei fondi della legge 119/2013. Ci rivolgiamo soprattutto a Regioni che in base al nostro indice di trasparenza raggiungono un livello sufficiente o appena sufficiente, come la Lombardia, alla quale chiediamo di pubblicare sul sito la reportistica inviata al Dipartimento Pari Opportunità con le informazioni relative a come sono state spese le risorse sul territorio, incluso l’elenco aggiornato delle strutture e dei servizi antiviolenza con i dettagli relativi a quali hanno ricevuto i fondi.

Inoltre, è necessario fare chiarezza sul perché la delibera faccia riferimento ai consultori come strutture da coinvolgere nelle azioni programmate e se questo ha comportato che queste strutture siano state ammesse tra i beneficiari dei fondi. Il rischio è infatti che questa decisione vada a scapito dei centri antiviolenza e di strutture con esperienza e professionalità specifiche nell’accoglienza di donne vittime di violenza e nella prevenzione e contrasto al fenomeno. Anche il Governo, in particolare il Dipartimento Pari Opportunità, dovrebbe provvedere a sua volta a pubblicare le informazioni ricevute dalla Regioni online, possibilmente in formato aperto, proponendosi come primo vero esempio di trasparenza”.

ActionAid attraverso il progetto #donnechecontano prosegue la sua battaglia per la chiarezza, quale unica via per assicurare l’efficacia della spesa e per una prevenzione e una riduzione effettive del fenomeno. Per questo l’organizzazione raccomanda che delibere, bandi e altri eventuali atti ufficiali relativi all’uso dei fondi siano facilmente reperibili online, la pubblicazione di nomi e tipologia dei soggetti beneficiari dei fondi e le risorse impegnate in ciascun intervento, che siano chiare le informazioni relative al numero delle strutture antiviolenza e la loro localizzazione sul territorio, che siano esplicitati l’ammontare e la fonte delle risorse addizionali previste a completamento dei fondi nazionali, la pubblicazione di tutte le informazioni in formato opendata sul portale o nella sezione del sito destinata alla trasparenza amministrativa.

INDICE DI TRASPARENZA (fonte: ActionAid)