VALTROMPIA – Del libero pensiero nella libera convivenza

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Il mio guru Piero Zen(ti), come consuetudine mi ha invitato a un avvenimento di caccia. Meglio: mi ha invitato a una liturgia, classica e incantevole, che contorna la stagione di caccia e cioè il pranzo sociale. E’ il secondo incontro che i cacciatori (tutti i tipi di cacciatori) di Lavone organizzano per sancire un sodalizio propulsivo in difesa di quel mondo che vorrebbero lasciare in eredità ai posteri. Un mondo che dalla società dell’ iPad, delle rendite finanziarie, degli spostamenti dei capitali nei paradisi fiscali torna alla società della parola diretta, del rapporto personale, del cibo strappato, con furbizia e fatica, al bosco. E’ un lungo viaggio, ideale, fatto di piccoli passi concreti per raggiungere un equilibrio tra uomini e tra uomo e natura; un viaggio che tende al Paradiso Terrestre. E il mio Guru ha il vizio di farmi assaggiare spicchi di questo Paradiso e sprazzi di pensiero. Con la sua storica Samurai-Santana (nome che evoca già di suo eroiche introspezioni ) mi porta a Eto (Etto per i più) per la strada vecchia che parte da Lavone. La poesia dei luoghi, la strada impregnata di mille vite, le bianca neve che contrasta con il verde cupo delle pinete e con il grigio-nero delle rocce preistoriche, il paese silenzioso, il roccolo dei Fada, eroico monumento alla tenace volontà della gente di montagna sono aspetti di una sfaccettata storia ripudiata in nome di un benessere che è solo fisico. Il mio Guru, senza tanti discorsi filosofici, da tempo mi vuole insegnare che lo ‘star bene’ non è solo il circondarsi di comodità più o meno tecnologiche, ma è un continuo mutare ed evolversi di stagioni nelle quali tu sei protagonista e sta a te riuscire a equilibrare, attimo per attimo, il tuo vivere sull’ordine delle vibrazioni naturali, telluriche e cosmiche delle quali sei recettore, antenna primordiale.

2Quest’anno il pranzo è preceduto dalla S. Messa celebrata dal simpatico e ironico don Mario da due anni parroco di Lavone, Cimmo e Tavernole nella chiesa Parrocchiale di Lavone,. Il cervello, comandato stavolta dal sentimento, indulge in pensieri lenti e vagabondi. Quel piccolo gruppo di persone, raccolte e attente, pare essere il nucleo duro, il residuo di una popolazione decimata ma non sfinita da continue bugie, da continui attacchi, da continue campagne denigratorie create ad arte per cementare il consenso delle persone ‘civili’ verso un nemico comune. Lì, nella chiesa di Lavone, i presenti confermano una convinzione che travalica i secoli, in spregio a una pseudo tolleranza che chi sta comodamente seduto nel ‘palazzo’ spaccia per democrazia e umanesimo per poi ribaltarne le conseguenze su chi tutti i giorni cerca di camminare sereno lungo le strade del proprio paese. Sono in trincea, queste persone, in mezzo a due fuochi: nel mirino di chi difende anche le nutrie che distruggono gli argini dei fiumi e sudditi di chi difende filosofie o religioni che prevedono la totale distruzione di filosofie o religioni diverse. Così si moltiplicano regole, controlli e adempimenti ma solo per una parte della popolazione; indovinate quale. Per contrasto viene in mente la frase del Presidente Kennedy pronunciata durante il discorso inaugurale del proprio mandato “Non chiedete cosa possa fare il Paese per voi: chiedete cosa potete fare voi per il Paese”. Chi avrebbe il coraggio oggi di dirlo a questa gente che ha lavorato per anni, che sgobba per pagare tasse e balzelli, che, nonostante tutto, ha sudato e suda per mantenere il territorio a misura della sua cultura… No! A questa gente lo Stato (posto che si possa, oggi, dare una definizione di Stato) non deve, non dovrebbe, chiedere più niente. Lo Stato ha dei doveri verso questi suoi cittadini che non è in grado di ottemperare. Ma qui la gente pare abbia scritto nell’animo quello che in chiesa a Lavone è scritto nel marmo ‘Beati i morti che muoiono nel Signore. Le loro opere, infatti, li seguono’. E qui si preferisce morire all’ombra di un castagno piuttosto che all’ombra di un grattacielo.

Poi, tuttavia, quando andiamo in Oratorio, i pensieri, quelli obliqui, pessimisti si stemperano tra i profumi delle pietanze che Laura e Giulia stanno da giorni preparando per noi. Laura e Giulia sono due casalinghe che sanno come si tratta la carne di cacciagione. Mani sante che hanno per anni raccolto esperienze e divinazioni ataviche per trasferirle, con calma e saggezza, nel cibo che, ovviamente, sta alla base della piramide dei bisogni dell’uomo. E ciò rende allegri e conviviali. Dopo gli antipasti, la pastasciutta al salmì di lepre seguita dal capriolo alla cacciatora e dal capriolo alla panna. Martina, Ausilia e Ivana trottano tra la cucina e le tavolate portando polente fumanti, bottiglie di vino e di acqua (poche). Il meriggio si inoltra in quel tempo rilassato e godereccio della libera chiacchiera e del libero canto che scaccia lontano le paure e le preoccupazioni e rinvigorisce i canali lavici delle amicizie. Accanto al mio piatto riposa, in acconcia confezione, la torta di sangue di maiale, pegno di una promessa che l’effervescente Emma mi fece lo scorso anno. La stessa Emma, su mia richiesta, si impegna a svelarmene la ricetta ma è un gran casino, nel senso che vi sono numerose varianti che virano dal dolce al salato. Poi uno la mangia come vuole: con la polenta, con il burro versato, calda, fredda… Insomma un piatto tipico, familiare nel senso che alla fine ogni famiglia aveva, o ha, la sua ricetta e ormai riservato a pochi intimi.

Intanto la fisarmonica del Bianchi spande note, romantiche e nostalgiche, mentre i convenuti celebrano nel ballo e nel canto la liturgia laica di lode alla vita.