Charlie Hebdo, nuova puntata dei “Pensieri sinistri”. Je suis Charlie?, “Je mange kosher”

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo una nuova puntata dei “Pensieri sinistri” di Alfredo Pasotti, giornalista bresciano. Si parla dei fatti di Parigi, dall’attentato a “Charlie Hebdo” a quello nel supermercato

C’è qualcosa che stona nel basso continuo del poderoso meccanismo messosi in moto a seguito dei tragici fatti di Parigi. La sinistra italiana chiede nobilmente che la strage dei compagni di Charlie Hebdo non induca a processi sommari contro l’Islam e a indebite demagogie, in un momento in cui le parti basse della pubblica opinione potrebbero essere particolarmente sensibili a ogni sollecitazione. Questa è la nota stonata. Su questioni di gravità infinitamente minore la sinistra è usa salire sulle barricate, dal “Jobs Act” all’uso del marchio Expo 2015 in sedi latamente omofobe, facendo convintamente quello che adesso chiede ad altri di non fare. Che è successo? Un semplice, solare, logicissimo cortocircuito logico-politico: sono venuti a conflitto due must basali nella visione del mondo della sinistra.

Da un lato, la difesa della libertà di satira, che la nostra intellighenzia ha sempre sostenuto, promosso e difeso in chiave antiliberista, anticapitalista, antimultinazionalista e, ai bei tempi, anche anti occidentale. Dall’altro, la difesa del mondo arabo (che fosse anche islamico, fu scoperta molto tardiva e piuttosto seccante) in chiave antiebraica e antiamericana. La satira (Altan, Ellekappa, Bucchi, Staino ecc) ma anche Crozza, Benigni, Guzzanti ecc., è qualcosa di talmente radicato nella inesauribile schizofrenia politica della sinistra, da far dimenticare persino il banale fatto che il libero esercizio della satira è nato ed è stato possibile solo nei Paesi a struttura biecamente liberale, capitalistica, multi nazionalistica e occidentale. E’ ovvio che nell’Utopia di Thomas Moore, nel paradiso proletario che Marx additava a Engels e nella Gerusalemme Celeste di San Giovanni, non può esserci satira perché, ovviamente, dove tutto è perfetto essere anti o contro, sarebbe semplicemente insensato.

Tuttavia non è facile nemmeno immaginare un Charlie Hebdo nella Russia di Putin o nell’Iran di Alì Khamenei. E immaginarla in Corea del Nord o in Cina sarebbe addirittura ingeneroso. Non mi piace la satira. Non nego la genialità, talvolta, di chi fa satira. Non è la sua natura irrispettosa e cafonesca a urtarmi, ma la sua natura semplificatoria, approssimativa e demagogica. Che è esattamente quello che la sinistra ha condannato nelle reazioni inconsulte dei Salvini, dei Grillo e dei Le Pen. I proclami leghisti e le vignette di Altan solleticano allo stesso modo le parti basse della pubblica opinione, cioè facendo di tutta l’erba un fascio, dividendo il mondo in buoni e cattivi, lavorando di coltello sui nervi scoperti. Solo che, a sinistra, quelli affetti da dabbenaggine non se ne accorgono, quelli affetti da malafede non lo ammettono.

Ecco dunque la straordinaria mobilitazione per la tragedia di Charlie Hebdo: combinando sapientemente emotività e lotta contro, ne è venuta una difesa della libertà in funzione della satira, e non della satira in funzione della libertà. Ma anche la simpateticità verso il mondo arabo è parte integrante della catechesi di base impartita alla militanza di ieri e di oggi. I motivi non vengono mai esplicitati del tutto, ma sono ragionevolmente chiari. L’antiebraismo è radicato nei padri fondatori del pensare sinistro e Marx, ebreo, addirittura lo teorizza. Certo non per una banale questione razziale, che è roba da poveri di spirito, ma per necessità dialettica. Ovviamente, dimenticando che chi accende i forni crematori o scava fosse comuni non bada alle sottigliezze della filosofia hegeliana. Dunque, difficile per la sinistra non sentirsi uniti al mondo arabo che si ritrova fra i piedi gli ebrei addirittura sottoforma di uno Stato ebraico.

L’antiamericanismo della sinistra è di più recente conio. Si potrebbe scorgerne la nascita quando il piano Marshall e Alcide De Gasperi sfilarono l’osso italico a Palmiro Togliatti, costringendo tutti noi a rinunciare al rosso sol dell’avvenire dei soviet e dei kolkhoz. Ecco allora gli Stati Uniti diventare la patria del liberalismo più abominevole e del capitalismo più ingordo, dal quale è necessario difendersi. Dapprima mobilitando l’anima proletario rivoluzionaria degli adepti e poi, in tempi di minor dabbenaggine, il loro spirito egualitaristico pauperista. Come non trovare sintonia e punti d’incontro, allora, con il mondo arabo, impegnato a fronteggiare l’invadenza del Satanasso americano a colpi di Kalashnikov, per difendere petrolio e Shari’a? Una caccia alle streghe islamiche può apparire sensata solo a un intelletto problematico come quello di Salvini o di Grillo.

Tuttavia non mi pare di aver notato che il mondo islamico abbia convintamente condannato il nefando gesto parigino. A parte qualche eccezione e a parte le comunità islamiche che risiedono in Occidente. Ma non è chiaro quanto gli imam di casa nostra abbiano deplorato il folle gesto perché convinti del valore non negoziabile della libertà di espressione, e quanto invece perché potrebbero avere problemi dai Salvini e dai Le Pen. Non credo che il mondo islamico sia in genere più fanatico o violento di quanto lo siamo noi e non credo che in generale abbia apprezzato il gesto sciagurato. Ma al pio musulmano che prega cinque volte al giorno e si commuove quando arriva pellegrino davanti alla Kaaba, credo sfugga la gravità di quello che è successo.

Per una cultura che non ha mai accolto la democrazia, una cultura che in larga parte applica la Shari’a (è come se i Paesi cristiani inserissero di peso i Dieci Comandamenti nel loro codice penale), una cultura che scoraggia (o impedisce) la lettura di libri diversi dal Corano e ha un’idea un tantino vetusta della donna, è difficile attribuire ai fatti di Parigi la gravità che attribuiamo noi. Non saprei davvero quanto gli imam sauditi o iraniani capiscano e approvino la satira come testimonianza di libertà. E se è così, faranno gran fatica a comprendere veramente perché un paio di milioni di persone si sono mobilitati per il massacro di qualche giornalista che faceva vignette blasfeme e irriverenti. Ma finché non capiscono, la mala pianta del pio terrorismo non potrà essere sradicata. Il problema è tutto qui. In occidente l’ultima volta che ci siamo massacrati per questioni etiche e religiose, è stato con la Guerra dei Trent’anni, quasi quattro secoli fa.

E fu all’indomani di quei terribili anni che John Locke scrisse la sua imprescindibile ‘Lettera sulla Tolleranza’. C’è solo da sperare che il mondo islamico ci impieghi un po’ di meno per arrivare alle medesime, inevitabili e auspicabili conclusioni. La naturale sintonia fra sinistra e mondo arabo ha sempre sorvolato sul fatto che il mondo arabo è radicalmente islamico e che quindi non ha la minima idea di cosa sia la laicità dello Stato e per conseguenza non ha la minima idea di cosa siano libertà e democrazia. Così, prima o poi doveva succedere che le istanze opposte venissero a conflitto. Conflitto che non si guarisce con l’invito un tantino ipocrita a fare le opportune distinzioni.

Così, la sinistra europea più charmante, in attesa di regolare qualche conticino con la logica e con la propria (pessima) coscienza politica, si è raccolta a Parigi in orgogliosa mestizia attorno ai morti di Charlie Hebdo. Almeno, stando alle immagini che trasmettevano infinite varianti della scritta “Je suis Charlie”. Sarebbe inimmaginabile che avesse fatto lo stesso per gli ebrei morti nel supermercato kosher di Montorouge. Certo il cibo kosher non è annoverabile (come la satira) fra i sacri valori contro della sinistra e forse non sarebbe stato nemmeno chic per lo charme parisien che in televisione si vedessero distese di cartelli con scritte del tipo “Je mange kosher”.
Ma vuoi mettere quelle élegance cinque milioni di copie di Charlie Hebdo vendute in una sola uscita?

Alfredo Pasotti