GARDOVE – Scrivere con la luce, con la testa e con il cuore: Roberto Ambrosi

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Ha la faccia dello gnometto pazzo pazzo. Il Roberto Ambrosi, intendo, ha la faccia di quello che, quando ti trovi in perfetta solitudine nel fitto bosco, in un mattutino, rosso crepuscolo e sei nell’agognata fase di alleggerimento corporale e spirituale, te lo vedi tra le fronde di un basso pino che ti guarda con un sorriso beffardo. E non ti stupisci più di tanto: fa parte dell’ambiente. Ovvio che sia lì.

Come è ovvio che te lo puoi ritrovare nell’armadio tra i vestiti quando, in mutande, devi scegliere l’abito per una cerimonia importante. E’ la missione dello gnometto pazzo pazzo. Penetrare l’ovvio, il normale, lo scontato, l’abitudinario. Che il Roby, persona seria e (s)posata (volendo potremmo anche scrivere: spos(t)ata), sublima dedicandosi alla fotografia: un sereno spiare per cogliere i momenti intimi di un cosmo sempre uguale e sempre diverso, senza un perché semplicemente per il piacere, per un gusto estetico, per divulgare il mistero della luce e della forma. E sulla pratica della divulgazione nascono le prime, leggere, forse inutili ma eccitanti, diatribe. E’ in discussione la serata ‘Scatti’ del primo ottobre.

Una serata bella ed emozionante a detta di tutti, che ha raccolto ecumenici ed entusiasti consensi. Ci vuole quindi un’analisi critica, controcorrente, un poco paterna forse, fatta da uno totalmente ignorante in materia: lo scrivente. Uno: l’ambiente. Asettico e impersonale non predispone certo al coinvolgimento nel lavoro del Roby; ma questo è quello che passa il convento. Due: il titolo. Da uno gnometto pazzo pazzo ci si aspetterebbe un titolo più intrigante. ‘Scatti’ potrebbe andare bene anche per una serata dedicata alla vita del grande Pietro Mennea. Tre: la colonna sonora. Bellissima in se stessa ma un mondo a parte rispetto al percorso fotografico. Solo musica e non canzoni; questa per me la regola fondamentale in questo genere di cose perché le parole distraggono e sviano la concentrazione. Quattro: i tempi. Questo è forse l’aspetto che più mi ha suscitato istinti belluini. Le fotografie, splendide, dal computer venivano proiettate sullo schermo a velocità tale da far scattare tutti i ceck speed della Val Trompia. E’ come se un tuo amico, cuoco sopraffino, ti invita a cena a mangiare gli uccellini in padella; tu arrivi, a digiuno dal mattino, vedi la tavola imbandita con la polenta, la fiamenga calda nella quale nuotano gli uccellini nel burro fuso, i calici colmi di un ottimo vino rosso; ti siedi e il tuo amico prende la polenta te la fa passare sotto il naso e poi la porta via; prende poi la fiamenga, ti fa annusare gli uccellini e poi la porta via; prende il calice te lo fa osservare controluce, te lo fa olfattare e poi lo porta via. Alla fine ti chiede “Che ne dici?”.

Così alla fine della serata ‘Scatti’ son venuto via con una serie di immagini nella testa che si sovrapponevano l’una all’altra in un coacervo di colori e forme quasi astratte. Per noi ignoranti capire una foto richiede tempo, ha bisogno di essere mangiata e digerita, soprattutto certe foto del Roby che sono ad un livello nettamente superiore rispetto alla media, peraltro alta, dei nostri fotografi dilettanti.

Comunque, dopo salti spazio-temporali, viaggi in dimensioni di imponderabilità e di appuntamenti statisticamente aleatori, riusciamo ad uscire insieme una sera. Lo Gnomo si sa non ama essere osservato; preferisce osservare.(cfr. ‘Psicologia della quercia e dello gnomo subalpino’ Alphonse de Guardion – Gottinghen 1753 (a.D.) Ed. Eghen – pag 326 ss.). E così si parla di fotografia. Il Roby è un lento, possente fiume che rompe, con calma e forza incontenibili gli argini e tracima invadendo terreni fertili e rigogliosi. Il Roby, saturo ma non stanco, della fotografia naturalistica vuole (vorrebbe) dedicarsi alla Street: la capacità di impressionare la pellicola (o quello che tecnologicamente la sostituisce) con l’attimo supremo di una quotidiana, eroica normalità. Finiamo in un locale della vecchia Gardone dove offrono un menù a base di pasta. C’è anche il Karaoke e siamo sotto le casse acustiche per cui si parla a gesti: il linguaggio diviene, per forza di cose essenziale, criptico, mimico. Ah, dimenticavo! Uno: questo è naturalmente una limitata sintesi, monca e imperfetta, di oltre quattro magiche ore passate con lo Gnometto; Due) Intanto che io sto scrivendo questo articolo il Roby sta mangiando un succulento spiedo e questo la dice lunga sulla mia poca saggezza al confronto della sapienza antica degli Gnomi. Al di la di questo è interessante il processo evolutivo che ha fatto del Roby il sacerdote della Metafotografia: la fotografia (letteralmente: scrivere la luce) come percorso di introspezione e condivisione (uno dei tanti, infiniti percorsi che sono nelle mani e nel cuore di un uomo).

Orbene: inizia facendo fotografie con macchine compatte. Il risultato non soddisfa le attese del Roby “Nelle foto non trovavo mai, mai quello che avevo visto. Ovviamente ho dato la colpa alla macchina fotografica e non mi sono messo in discussione” Per cui abbandona la fotografia. Poi sposa la Jole (che oltre ad essere il nome di una velocissima e agile barca inglese, identifica anche una velocissima e vispa ragazza inzinese). Nasce Anita (eroica, visto il babbo, fanciulla dei nostri giorni). Il Roby riprende a fotografare la neo figlia e la neo mamma, come tutti i bravi papà. Un giorno, un felice giorno, va in Brescia ed entra al Museo della Fotografia; parla con Sorlini (il Roby è il tipo che non si perde e attacca bottone con tutti): partecipa quindi a un corso di fotografia. Da li la sua crescita è esponenziale; partecipa attivamente al gruppo fotografico saretino Naturalife che ha contribuito ad accrescere enormemente la sua esperienza nel mondo della fotografia. Usciamo dal locale a tarda sera per addentrarci in una decadente Gardone che sarebbe triste se non ci fosse lo Gnometto a parlare delle geometrie possibili che potrebbero impressionare un fotografo e il mondo. Passeggiamo e, come due scemi, a tratti ci mettiamo, giustapponendo l’indice e il pollice delle due mani a novanta gradi in modo da formare un rettangolo, a inquadrare storie, vite e momenti di un presente urbanistico infame, ricordando un passato grondante di vita… e vaticinando un futuro per i nostri figli… quale futuro?. La serata tutto sommato mite e moderatamente alcolica, induce a esperimenti mentali dei quali vi risparmio i particolari (progetti per fotografare i rumori; progetti per fotografie fisse sul viso di un soggetto con tempo di esposizione di quaranta anni…).

Un paio di ultime cose importanti, credo: il Roby ama molto la liturgia che porta allo scatto: il camminare, il cercare la luce giusta, il pensare l’emozione che può dare, a lui e al mondo, quel taglio di foto… il riporre la macchina fotografica, il ritorno a casa, il pensare allo sviluppo… Potevo fare meglio? E poi è convinzione dello Gnometto pazzo pazzo che le regole vadano seguite e superate: ama le foto ‘sporche’, quelle che aggiungono qualche cosa di tuo all’asettica e impersonale scienza della foto perfetta; ogni scatto del Roby è quindi un momento transeunte verso un infinito sapere che non è solo scienza ma sentimento ed emozione.