Come Facebook sta cambiando il mondo del giornalismo

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Sul Corriere.it ho trovato questo interessante pezzo di Federico Cella sul rapporto tra editoria e social network. E’ un argomento che ci appassiona e coinvolge non solo chi fa il nostro mestiere ma anche chi – e sono milioni anche in Italia – utilizza i social e ci scrive.
Noi – dopo aver formato e fatto sì che si iscrivessero all’ Ordine dei Giornalisti alcuni giovani e bravi colleghi – forzati anche dalla crisi economica che si è abbattuta sulla raccolta pubblicitaria abbiamo iniziato ad interrogarci su quale strada prendere.
Le prime risposte le avete viste con il ristyling della home. Poi spero avrete letto sulle pagine social della testata la richiesta di collaborazione – volontaristica ma affascinante – fatta ai nostri lettori, di segnalarci notizie di cronaca e di vita quotidiana dai territori.
Abbiamo ricevuto molte interessanti risposte che ci hanno convinto della bontà della nostra scelta. Andiamo avanti sulla via del cambiamento lasciandovi alla lettura del pezzi che vi ho citato sopre, di Federico Cella

“Il New York Times ha incontrato Greg Marra, l’ingegnere di Facebook di 26 anni (ex Twitter, nella foto) che si occupa del codice dietro al newsfeed del social network di Menlo Park. Ossia la persona che con il suo team determina in modo matematico cosa vediamo su Facebook e che destino hanno i contenuti che transitano sulla piattaforma. Un ruolo che sta diventando sempre più importante per i siti dei giornali. Il calcolo anche qui è matematico: Facebook conta 1,3 miliardi di iscritti, un quinto della popolazione mondiale nel suo insieme, dunque considerando anche chi in realtà non ha accesso a una connessione internet. E secondo i dati di SimpleSearch ormai si arriva al 20% del traffico totale dei siti di news derivante da Facebook. Cioè da link che si trovano sul newsfeed e che poi vengono cliccati per arrivare sulla pagina ospitata dalla testata. Se poi si vedono i dati del Pew Reasearch Center, scopriamo che gli adulti americani che si informano attraverso la piattaforma social sono arrivati al 30% della popolazione. Percentuale ben più alta se si osservano le fasce d’età più giovani. Cosa significa questo? Molto semplicemente che le fortune di un sito di news passano sempre di più dal lavoro di Greg Marra. E che, meno semplicemente, il modo di fruire l’informazione sta cambiando, seguendo le regole di Facebook e dei suoi algoritmi (così come quelli di Google, di Twitter e G+, seppur in questi due casi in forma minore). E così cambia, o meglio, dovrebbe cambiare anche il mondo del giornalismo.

Secondo Cory Haik, il senior editor per la parte digitale del Washington Post sentito sempre dai colleghi del Nyt, la si può definire la “grande separazione” del giornalismo. Così come accaduto con la musica, che dagli album è passata a vendere le singole tracce in formato digitale, gli articoli dei giornali vengono “consumati” singolarmente, in modalità “on demand”, e in modo spesso del tutto separato dalla testata di appartenenza. E così la home di un sito di news diventa sempre meno il luogo di accesso alle notizie da parte dei lettori, e secondo Edward Kim di SimpleReach è destinata a diventare più che altro un luogo di consacrazione – o “advertisment” – del proprio marchio, della testata giornalistica. E dunque Facebook diventa di fatto un editore, un curatore di contenuti anche giornalistici.

Marra rifiuta la definizione: “Noi cerchiamo in modo esplicito di non ritenerci dei giornalisti. Il nostro lavoro si basa sulle amicizie e le pagine che uno ha scelto di seguire. In base a questi dati pensiamo di fornire ai nostri utenti quello che per loro è di maggior interesse leggere”. Limpido, ma non semplice. Secondo quanto racconta il New York Times, il codice che decide cosa vediamo (e cosa no) sul nostro newsfeed viene “riallineato” almeno una volta alla settimana, in base a migliaia e migliaia di metriche. Tra cui anche quelle che riguardano il dispositivo attraverso il quale accediamo a Facebook, quanti commenti e “Like” ha ricevuto un articolo, e quanto tempo i lettori passano nella lettura.

La formula varia anche a seconda di dove ci troviamo, la cosiddetta localizzazione. Che in India, l’esempio fatto da Marra, si riassume in ABCD: astrologia, Bollywood, cricket e divinità. E se l’algoritmo premia i nostri contenuti, tutto bene o anche molto bene. Al contrario, le modifiche possono significare cali (anche drammatici) nel traffico dei siti. Per esempio quelli che sfruttavano il cosiddetto “click baiting”, titoli esagerati per acchiappare i clic, messi al bando da Facebook in nome della qualità dei contenuti. Ma anche in quell’occasione le polemiche non sono mancate: queste sono decisioni editoriali, Facebook ha il diritto di prenderle?

Nell’epoca della frammentazione, iniziata con il Web e portata all’ennesima potenza proprio da Facebook, non c’è spazio per i riempitivi. Così dichiara uno che evidentemente se ne intende: Ben Smith è il direttore di BuzzFeed, sito da 85 milioni di utenti unici lo scorso agosto e che vanta su Facebook una condivisione maggiore anche dello stesso New York Times. Perché gli articoli sono scritti proprio con lo scopo della condivisione sociale. E senza tenere conto di esigenze editoriali di qualunque genere, come spiega Smith, retaggio delle “vecchie” testate. Né di una home page che abbia un senso giornalistico. Perché appunto la home page di un sito sarebbe destinata a diventare solo una sorta di cartellone pubblicitario online.

Secondo i dirigenti di Facebook lo scambio con gli editori è vantaggioso per entrambe le parti. In ogni caso, è inevitabile e la domanda da porsi, specialmente per le testate non “native digitali”, è: “Sto creando un contenuto in modo che sia effettivamente consumabile in questo nuovo panorama?”. E così cambiano le regole del lavoro giornalistico. Il Washington Post , non a caso di proprietà di Jeff “Amazon” Bezos, ha costituito un team di giornalisti che si occupa di confezionare i contenuti del giornale in modo differente in base alla tipologia di lettore che si vuole raggiungere. E in base ai differenti momenti della giornata: un lettore su smartphone ha esigenze e desideri differenti rispetto a quando si trova a casa o al lavoro con connessione wi-fi e un pc o tablet davanti. Un lavoro sartoriale su larga scala, svolto però non (solo) dai codici di Facebook. Questo è il compromesso scelto dalle principali “vecchie” testa giornalistiche. Dall’altra parte, esattamente opposta a quella di Greg Marra, c’è l’esempio raccontato dall’articolo del New York Times del sito The Browser. Ossia quello di sarti artigianali, un lavoro giornalistico più classico, ma spostato nei tempi della Rete. Sei o sette articoli al giorno, selezionati su un migliaio di partenza, da distribuire ai 7 mila sottoscrittori del sito che pagano 20 dollari all’anno per questo lavoro appunto “taylored”. Il lavoro “di fino” del giornalista, umano, destinato però a una platea forzatamente ridotta, a fronte della scure dell’intelligenza artificiale per la lettura veloce delle grandi masse di nuovi “clienti” dei giornali portati da Facebook.”

Ci riflettiamo su?