NEWGEN VOICE – 31 Ottobre: la notte in cui i morti camminano insieme ai vivi

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Molti, troppi, credono ancora che Halloween sia un’americanata importata oltre oceano per far spendere bambini e famiglie in costumi e caramelle. Niente di più sbagliato, ma spesso le tradizioni cambiano con i tempi, oltre che a causa delle nostre azioni… quindi se oggi Halloween è una festa così commerciale ripetiamo tutti insieme “Mea Culpa, mea culpa, mea maxima culpa!”

Cerchiamo di fare un po’ di luce nelle tenebre e precisiamo che questa festività affonda le proprie radici nella storia. Esisteva già millenni fa ed era nota come Samhain (sow-en), che tradotto significa sostanzialmente “passaggio“.  Per gli antichi Celti, come per la maggior parte dei popoli dell’antichità, il tempo non era lineare ma circolare, gli stessi eventi erano destinati a ripresentarsi ciclicamente. Una traccia di questa concezione si trova ancora nella nostra cultura moderna (che si pensa come proiettata verso un futuro indefinito) ed appare evidente dall’importanza che siamo soliti dare ad anniversari, compleanni e ricorrenze. Questa data indicava contemporaneamente i concetti di “fine” e di “inizio”, ecco perché costituiva il capodanno.

Che Samhain, il capodanno celtico, fosse posto all’equinozio d’autunno invece che al solstizio d’inverno non deve destare stupore. Rappresenta la controparte di Beltane, l’arrivo della parte oscura dell’anno allo stesso modo in cui il giorno iniziava con le ore notturne. Per popolazioni dedite prevalentemente all’agricoltura ed alla pastorizia l’autunno è la stagione che più nettamente segna un trapasso: per gli agricoltori esso è il momento della semina e della vendemmia prima del lungo riposo della terra in inverno, per gli allevatori il momento in cui devono spostare il bestiame dalle malghe e dai pascoli estivi ai ricoveri invernali. Del resto, a titolo di confronto, si può menzionare il fatto che per le antiche popolazioni mediterranee l’inizio dell’anno era posto anche per loro non al solstizio d’inverno ma all’equinozio di primavera. Chiari echi di questa tradizione si sono conservati nel nome del mese di Aprile, letteralmente il mese che apriva l’anno nella tradizione, riportata tra l’altro nella Divina Commedia da Dante, secondo la quale, appunto, la primavera sarebbe stata la stagione in cui, a partire dai sei giorni della creazione, sarebbero iniziati il mondo ed i cicli stagionali. Del resto  il nome stesso di questa stagione “primum vere” in latino significa appunto “prima stagione”.  Abbiamo ora qualche elemento in più per comprendere il significato di Samhain per gli antichi Celti. Per noi moderni, che percepiamo il tempo come lineare e costante, il passaggio fra un anno e l’altro è un punto “convenzionale”. Quest’idea di “convenzionale” per gli antichi Celti sarebbe stata incomprensibile. Il trapasso dell’anno significava realmente il sostituirsi di un tempo, di un ordine, all’altro, e vi era un momento nel quale non vigeva né il vecchio ordine né il nuovo: Samhain era la pericolosa “notte fuori dal tempo” nella quale cadevano tutte le barriere, compresa la più importante, quella che separava il mondo dei vivi dal mondo dei morti ed a questi ultimi era concesso un fuggevole ritorno sulla terra.

Proprio per il concetto di “inizio e fine” c’era la credenza che i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti divenissero più sottili e che, quindi, fossero possibili i passaggi tra l’uno e l’altro. A Samhain si aprivano le porte fra il Regno dell’Aldiqua e l’Altromondo, un “aldilà” territorio del fatato, del divino e residenza dei defunti. Le lanterne e le candele sono da sempre utilizzate per commemorare i propri cari morti. Un tempo si mettevano fuori dalla porta per indicare la strada ai parenti deceduti o per dire “noi ti ricordiamo”. In Scozia le persone ponevano delle pietre nel focolare prima di ritirarsi per la notte. Si credeva che chi avesse trovato le proprie pietre smosse durante la notte sarebbe morto durante l’anno. I morti che tornavano alle loro case di un tempo dovevano trovarvi da mangiare, la tavola apparecchiata in segno di rispetto e di ricordo da parte dei vivi, solo allora se ne tornavano appagati alle loro tombe prima dell’alba, altrimenti si accanivano sui vivi con ritorsioni. Da qui viene la tradizione del “dolcetto o scherzetto” di Halloween, dove i bambini, travestiti da spettri, s’incaricano di rappresentare gli antenati defunti.

Dalla tradizione celtica attingono molti riti e usanze del folclore oggi dedicati ai Santi e ai nostri defunti. Halloween prende infatti il nome da “All Hallows’ Eve” (la sera della vigilia, eve = vigilia), e si festeggia nella notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre. In questa occasione ci si prepara alla festa cristiana di Ognissanti, che cade il 1° novembre, e alla giornata dedicata ai Morti del 2 novembre.  Questa ricorrenza è, quindi, prettamente europea e non americana. Anche in Italia si festeggiava e si chiamava Calenda. Con l’avvento del cattolicesimo questa tradizione tenne duro, nonostante i tentativi di arginarla della Chiesa che la considerava eretica e pagana. Non riuscendo ad estirparla, la Chiesa spostò la propria festa dei morti (che cadeva a maggio) e la sovrappose a quella pagana, cosicché quest’ultima fu tramutata in quella che conosciamo oggi (il 2 novembre).

Nonostante tutto questo caos, ancora oggi Halloween si festeggia il 31 ottobre; con il risultato che abbiamo 2 feste dei morti: una allegra e una triste.

Ora, se la riscoperta di antiche tradizioni è di per sè sé un fatto positivo, non è possibile nascondersi che questo Samhain rivisitato americanamente sia diventato semplicemente una festività consumistica, svuotata di significato, buona solo per far fare il pieno alle discoteche, un carnevale (altra festività di cui si sono perse le radici) con un tocco di macabro. Si tratta di un discorso da prendere in seria considerazione, e sarebbe giunto il tempo di ampliarlo, perché non riguarda solo Halloween ma tutte le consuetudini che sono un’eco sbiadita, meramente consumistica, di antiche tradizioni.

Dipende esclusivamente da noi decidere se fermarsi al livello superficiale delle zucche incise con il coltello oppure scavare nel nostro passato, far parlare i simboli e riallacciare i fili ormai dispersi della nostra Tradizione.