NEWGEN VOICE – Conflitto d’interesse: una malapianta che non si riesce ad estirpare

0

Il conflitto d’interesse è definito dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) come “un conflitto tra la missione pubblica e gli interessi privati di un funzionario pubblico, in cui quest’ultimo possiede a titolo privato interessi che potrebbero influire indebitamente sull’assolvimento dei suoi obblighi e delle sue responsabilità pubblici.”

A riguardo le legislazioni francese, tedesca e inglese sono estremamente restrittive: chi ha incarichi di governo, centrale o periferico, non può esercitare nessun altro mestiere. In Romania, la questione rientra addirittura nell’ambito del diritto penale. In Italia, manco a scriverlo, non è prevista alcuna incompatibilità a priori dei candidati a ruoli di governo, ma ci si limita a stabilire l’esistenza di un conflitto d’interessi solo se chi governa opera col fine di arricchirsi e se nel fare ciò arreca un danno all’interesse pubblico.

Ora, dato che constatare e determinare arricchimento e danno pubblico è praticamente impossibile, la norma non ha mai prodotto effetto alcuno. I metodi per fronteggiare la problematica, ultimamente tornata alla ribalta sui parlamentari banchi, restano inefficaci se non inesistenti. Negarlo significa negare l’evidenza.

Eppure, la soluzione di questo nodo gordiano è essenziale per recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nei partiti politici e nei loro rappresentanti. Fiducia venuta meno per vari motivi, tra cui i molti casi d’immoralità e, più in particolare, di utilizzo della “cosa pubblica” (cioè di tutti) per gli interessi di qualcuno (a partire dai propri).

Il conflitto d’interessi nella vita pubblica è un argomento complesso. In Italia purtroppo lo si è ridotto ad una sola parte politica e, soprattutto, ad una sola persona: Silvio Berlusconi. Il caso è emblematico, sicuramente non l’unico.

Il conflitto d’interesse è una malapianta che avviluppa l’intero apparato pubblico e non serve scomodare i tanti casi di cronaca. Si pensi all’assessore che vota un intervento pubblico che avvantaggia un suo parente. Al funzionario di un’amministrazione aggiudicatrice che effettua il monitoraggio di una procedura d’appalto il cui coniuge lavora per uno degli offerenti. Al consigliere avvocato il cui cliente ha un contenzioso con l’ente pubblico da lui rappresentato. E potremmo proseguire all’infinito.

Se invece che pensare a mega-riforme della Costituzione ci si fosse attenuti agli articoli e disposizioni esistenti, una normativa seria sul conflitto d’interessi esisterebbe da tempo. Al momento non c’è e chissà se ci sarà mai.

Un piccolo lampo in tale direzione proviene da una sentenza (poco conosciuta e quasi mai rispettata) del TAR Lombardia (03.05.2013 n° 1137), secondo cui “l’amministratore pubblico deve astenersi dal prendere parte alla discussione ed alla votazione nei casi in cui sussista una correlazione immediata e diretta fra il contenuto della deliberazione e specifici interessi suoi o di parenti o affini fino al quarto grado; tale obbligo di allontanamento dalla seduta, in quanto dettato al fine di garantire la trasparenza e l’imparzialità dell’azione amministrativa, sorge per il solo fatto che l’amministratore rivesta una posizione suscettibile di determinare, anche in astratto, un conflitto di interessi, a nulla rilevando che lo specifico fine privato sia stato o meno realizzato e che si sia prodotto o meno un concreto pregiudizio per la pubblica amministrazione”.

Si noti bene che su chi è in conflitto d’interessi grava, oltre all’obbligo di astenersi dal votare, anche quello di allontanarsi dall’aula perché la sola presenza dello stesso può influire sulla libera manifestazione di volontà degli altri rappresentanti.

Ora che siamo lontani da campagne elettorali e comizi, bisogna ragionare con onestà a riguardo e cercare una cura credibile e valida per uno dei principali mali del nostro Paese. Pretendere di disciplinarlo non può essere una mossa per colpire questo o quel leader politico, ma un passo necessario ad assicurare il corretto funzionamento della nostra democrazia.