NEWGENVOICE – Laureati, Italia fanalino di coda in Europa: troppe tasse e niente lavoro

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L’Italia, in quanto a laureati, è maglia nera in Europa, ultima in classifica. E’ un Paese per ignoranti, vista la bassa percentuale di giovani che intraprendono e portano a termine un percorso universitario. Nel dibattito politico in essere la questione è spesso trascurata ma non così nei documenti europei che hanno prefitto obiettivi specifici in materia. In particolare, la Commissione Europea, nell’ambito del progetto 2020, ha fissato obiettivi ufficiali e punta ad arrivare entro i prossimi sei anni ad un target che raggiunge la soglia del 40% di laureati.

Come si legge sulle colonne de Il Sole 24 ore, non si tratta di un fenomeno nuovo, perché già nel 2009 l’allarme era stato lanciato. La situazione in Italia è andata poi peggiorando: basti pensare che la media europea vede il 36,8% di laureati nei giovani fra i 30 ed i 34 anni di età, mentre il nostro Paese è parecchio lontano da tale standard, con una media di laureati che di poco super il 20%. L’area più colpita è quella sanitaria, dove si è registrato un calo del 16% di lauree brevi e del 13% sul totale. Al contrario, l’area che ha registrato una minore flessione in termini di numero di laureati è quella scientifica.

La modestia degli obiettivi italiani trova riscontro anche in una pari modestia del nostro sistema universitario. Le risorse economiche a questo destinate sono sempre meno: la spending review in essere ha infatti portato ad un taglio dei finanziamenti alla ricerca, tant’è che il Consiglio Universitario Nazionale (Cun) ha lanciato l’allarme, temendo un vero e proprio ‘collasso strutturale’ delle università.

Quali sono le ragioni alla base del fenomeno? I giovani italiani sono più svogliati o ignoranti dei loro coetanei europei?

Alla base del fenomeno vi sono una moltitudine di fattori ma alcuni di questi incidono in modo pregnante sul trend italiano. Primo fra tutti il costo dell’università. Basti pensare che l’università italiana è tra le più care d’Europa: negli atenei pubblici le rette si aggirano in media al di sopra dei mille euro annui, somma alla quale deve aggiungersi il costo dei manuali, dei viaggi, del materiale di studio e via dicendo. Insomma, si tratta di costi difficilmente sostenibili dalle famiglie in un periodo economico come quello attuale. Solo in Inghilterra e in Olanda le rette sono più alte di quelle italiane, ma in questi Stati vengono erogate, per la maggior parte degli iscritti, borse di studio che consentono di attenuare il peso della retta accademica.

L’aumento delle tasse universitarie è un effetto delle politiche degli ultimi anni, che hanno cercato di trovare risposta al problema della mancanza di risorse in un sistema stretto fra costi fissi del personale e finanziamenti statali in costante flessione. Insomma, alla mancanza di fondi si è deciso di ovviare incrementando le tasse pagate dagli studenti.

Altro fattore determinante è poi la totale assenza di prospettive lavorative per i giovani che decidono di ‘farsi una cultura’. I giovani guardano al futuro con legittima preoccupazione. Causa crisi, dopo il percorso di studi, molti dottori hanno visto frustrate le loro aspettative in termini occupazionali, spesso costretti alla disoccupazione, a contratti precari o a lavori pagati con stipendi da fame, magari senza attinenza alcuna col percorso universitario portato a termine. Si stima infatti che coloro che hanno la fortuna di trovare un’occupazione, un anno dopo il titolo, percepiscono stipendi che si aggirano attorno ai 1.100 euro, e a distanza di dieci anni dalla discussione della tesi il laureato medio italiano guadagna, a seconda del titolo acquisito, tra i 1.200 ed i 1.600 euro al mese.

Molti giovani laureati di oggi, purtroppo, farebbero proprie le parole di Philip Dick: «Il guaio di farsi una cultura è che il processo richiede molto tempo,ti brucia la parte migliore della vita, e quando hai finito l’unica cosa che sai è che ti sarebbe convenuto di più fare il banchiere».

I ragazzi italiani, rispetto ai loro coetanei europei, sono tra coloro che guardano con meno interesse all’istruzione universitaria. E come biasimarli. Un popolo intero di ragazzi disillusi guarda al lavoro come ad un enigma privo di soluzione.

Quel che lo Stato sembra aver scordato è il valore del capitale umano del nostro Paese. Quel che sembra aver perso è la volontà di investire sulla cultura e sulla ricerca, quasi come si trattasse di questioni non prioritarie (le emergenze sembra siano altre). I giovani di oggi sono l’Italia del domani e non valorizzare la loro cultura, le loro competenze, le loro potenzialità, significa rinunciare aprioristicamente ad un futuro ‘illuminato’.