NEWGEN VOICE – TFR in busta paga, l’ennesimo schiaffo alle piccole-medie imprese

0

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi lo ha annunciato nei giorni scorsi: il Governo sta valutando la possibilità di trasferire mensilmente nella busta paga dei lavoratori il 50% del TFR. Il TFR, o Trattamento di Fine Rapporto, si sostanzia in un accantonamento a cui sono tenuti i datori di lavoro, il quale, alla fine appunto del rapporto, viene erogato in unica soluzione o sottoforma di vitalizio al dipendente.

Per il Governo si tratterebbe di una possibile risposta alla crisi: l’assenza di liquidità ha condotto ad una contrazione dei consumi tale da paralizzare l’intero sistema economico. La gente non spende, le aziende non producono, la domanda di lavoro cala. Insomma, un circolo vizioso dal quale il nostro Belpaese sembra proprio non riuscire ad uscire.

Ecco quindi che il Governo Renzi, dopo gli 80 euro in busta paga, al fine di rilanciare la domanda interna, sta valutando la possibilità di imporre alle aziende la corresponsione ai propri dipendenti, in rate mensili, del 50% del TFR. In soldoni significherebbe qualche euro in più (40 circa, considerando uno stipendio medio), tutti i mesi, nella busta paga dei lavoratori. A Palazzo Chigi i tecnici ci stanno lavorando e c’è già una bozza di proposta articolata in otto cartelle.

Non solo: le piccole-medie imprese, che costituiscono la spina dorsale del nostro sistema economico, utilizzano le somme che accantonano a titolo di TFR come principale fonte di autofinanziamento al fine di coprire il fabbisogno finanziario generato dalla dilatazione degli investimenti senza ricorrere all’indebitamento. Imporre loro l’anticipazione del 50% del TFR ai dipendenti, significherebbe precludergli la possibilità di avvalersi di tali somme, linfa vitale per le imprese. Queste si vedrebbero costrette, ove volessero fare investimenti, a rivolgersi ad istituti di credito, pagando interessi che per le imprese solvibili si aggirerebbero attorno al 3%-4%, per le imprese meno solvibili attorno al 7%-8%. Ci sarebbero poi da annoverare quelle imprese dissestate alle quali probabilmente verrebbe negato l’accesso a fonti di finanziamento. Confindustria, così come Rete imprese, ha già manifestato il proprio dissenso, ritenendo che la misura avrebbe un impatto negativo soprattutto sulle aziende con meno di 50 dipendenti che non hanno scelto di aderire ad un fondi pensione.

Non ha tardato ad arrivare la soluzione del Governo per far fronte a tale criticità: sembra infatti che nelle intenzioni del Governo vi sia quella di imporre l’onere di anticipazione dei soldi non già alle aziende bensì alle banche, che dovrebbero fare ricorso alle somme generosamente elargite dalla Bce attingendo ad un Fondo ad hoc. In sostanza il 50% del TFR verrebbe anticipato ai dipendenti dagli istituti di credito e questi, una volta terminato il rapporto di lavoro del dipendente, potrebbero rivalersi nei confronti dell’azienda per le somma anticipate. In altre parole, l’anticipo del TFR si sostanzierebbe in una prestito che le banche sarebbero tenute a concedere alle imprese, le quali pagherebbero un tasso di interesse identico a quello del TFR. Nulla di regalato ai dipendenti, sia chiaro, che al TFR hanno diritto.

Ma per quale motivo le banche dovrebbero prestar soldi alle tante aziende che oggi versano in situazioni di estrema difficoltà?

Inoltre, anticipare parte del TFR condurrebbe davvero ad un rilancio della domanda interna? Allo stesso obiettivo aspirava il Governo Renzi quando con il Decreto Irpef ha concesso ai lavoratori il bonus dei famosi 80 euro, ma la riforma non ha consentito di approdare ai risultati auspicati. Secondo molti economisti, infatti, la contrazione dei consumi è dovuta anche ad una maggiore propensione al risparmio, dettata dalla paura.

Come già rilevato da Tomax Mondadori in un suo precedente pezzo, al quale rimando i lettori, non è poi da escludersi la volontà governativa, ben celata sotto alla manovra, di imporre nuove tasse e balzelli.

L’anticipo del TFR comporterebbe infatti per i lavoratori un aumento del reddito lordo annuo, il quale costituisce la base imponibile per la tassazione Irpef. Il rischio, dunque, è che i dipendenti potrebbero ritrovarsi in una fascia Irpef con aliquota maggiore.

Vi è poi un altro aspetto, che non va trascurato. L’anticipazione del TFR significherebbe per molti lavoratori perdere il bonus ‘novello’ degli 80 euro. Attualmente il bonus è erogato a quei lavoratori che percepiscono un reddito lordo annuo inferiore ai 26.000 euro. E’ chiaro che con l’anticipazione del TFR crescerebbe il reddito imponibile e coloro che hanno un reddito annuo a ridosso del limite fissato ex lege andrebbero incontro alla perdita del beneficio.

Gli economisti sono divisi, i cittadini anche. Chi trarrebbe beneficio dalla riforma? Il Fisco, senza dubbio: corresponsione anticipata del TFR significa anche, per le casse pubbliche, entrate anticipate. Quel che si spera, perlomeno, è che tali somme – se la manovra venisse trasformata in legge – vengano investite per rilanciare l’economia domestica.