NEWGEN VOICE – TFR in busta paga. E’ davvero una buona idea?

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Dopo la débâcle degli 80 euro, che non hanno prodotto gli auspicati risultati in tema di rilancio dei consumi, il Governo Renzi si accinge a giocare la carta del TFR in busta paga.

Il TFR, o Trattamento di Fine Rapporto, è una somma di denaro elargita al lavoratore dipendente al momento della cessazione del rapporto di lavoro. L’importo si fonda su un accantonamento pari al 6,91 per cento della retribuzione annuale, rivalutato sulla base del tasso fisso dell’1,5 % più una parte variabile legata all’indice ISTAT dei prezzi al consumo. Dal gennaio 2007, nel settore privato, è inoltre possibile scegliere se mantenere il TFR nella forma attuale oppure se e quanto destinare ad un fondo pensione.

Tra le ultime riforme proposte dal Governo Renzi c’è, appunto, il trasferimento immediato e mensile in busta paga del 50% del TFR, lasciando la restante metà a disposizione delle aziende. In termini concreti, un dipendente che guadagna 1.300 euro netti al mese (24mila euro lordi all’anno) si ritroverebbe in busta paga all’incirca 70 euro in più al mese.

Se subordinata al libero arbitrio del dipendente, che potrebbe anche decidere di rinunciare a tale opportunità, l’idea parrebbe buona. Eppure qualcosa non convince.

Innanzi tutto, c’è il problema della “compensazione” delle imprese al di sotto dei 50 dipendenti, che rischierebbero di andare incontro ad una crisi di liquidità. Queste si troverebbero a dover sborsare di tasca propria il TFR ai dipendenti, sottraendolo agli investimenti in altre attività. Per scongiurare tale rischio, l’esecutivo farebbe ricorso alla cosiddetta “leva BCE”, ma non sono ancora chiari né i tempi né i modi.

Bisogna, poi, considerare che quelli del TFR sono già soldi del lavoratore, che comunque gli spetterebbero a fine rapporto, per giunta indicizzati e con una tassazione favorevole, pari all’11%. Persino meno dei titoli di stato, tassati al 12,5%. Dopo otto anni di lavoro presso lo stesso datore, inoltre, i lavoratori possono già chiedere un’anticipazione del TFR, per cause valide e motivate, per un importo che può arrivare anche al 70% del totale. Ed esiste un Fondo di Garanzia nazionale al quale rivolgersi qualora le imprese versassero in uno stato d’insolvenza o fallimento.

C’è, infine, un rischio tutt’altro che remoto.  Dietro questa generosità solo apparente potrebbe esserci la volontà, se non addirittura la necessità, d’imporre nuove tasse e balzelli per rientrare nei sempre più stringenti vincoli di Bruxelles.

Non c’è dare senza avere, insomma. Tanto più che, alla fin della fiera, si tratta soltanto di avere prima ciò che già spetta. Un avere subito che può compromettere l’investimento nel futuro. Una sorta di rivincita della cicala sulla formica, al contrario di quanto accade nelle favola di Esopo, di cui ben conosciamo la morale.

In un momento in cui solo la detassazione e la semplificazione fiscale potrebbero generare un effetto benefico su un sistema economico ormai al collasso, c’è più di un motivo per riflettere sull’opportunità di una simile manovra.