NEWGEN VOICE – Il galateo della giustificazione e le infezioni sociali che ne derivano

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Le giustificazioni da presentare all’insegnante il mattino dopo un’assenza sono ormai acqua passata per tutti noi.

Eppure pare che il bisogno di giustificarsi sia rimasto insito nella nostra coscienza.

Ogni volta in cui rifiutiamo un invito o non possiamo partecipare ad un appuntamento, per esprimere il nostro dispiacere sentiamo il dovere di doverci spiegare o – per ricorrere a sinonimi più espressivi – di doverci difendere, scusare, discolpare, scagionare. Come se dire la verità ci liberasse da ogni colpa, rendendoci puri e degni del Padre eterno.

E questo accade perché un rifiuto detto con il “No” seguito da un punto sembra non bastare più a nessuno. Questa negazione deve esser seguita da una virgola, che introduca una proposizione causale saldamente ancorata alla realtà.

E pare poi che la veridicità di tutto ciò che vien dopo la virgola debba essere ampiamente dibattuta e confutata dal tribunale dell’Amicizia, o dell’Onestà, o della Responsabilità. E non seguito nel citare altri istituti giuridici fittizi non perché non ve ne siano, ma per non appesantire lo scritto.

Entriamo nel concreto, per non sproloquiare invano: quante volte amici, parenti o datori di lavoro, dopo averci chiesto “Come mai non riesci ad esserci?”, sembravano non credere alla ragione – seppur vera! – per la quale abbiamo scelto di non partecipare al compleanno del figlio del marito della cugina del loro vicino di casa?

Purtroppo capita spesso, perché agli occhi di chi ci invita ad un appuntamento c’è sempre un escamotage che ci permetterebbe di essere presenti: dal lavoro sarebbe possibile uscire un attimo prima, la spesa la si potrebbe rimandare all’indomani, la serata con le amiche potrebbe slittare alla settimana seguente, l’influenza la si potrebbe vincere con doppia dose d’Aspirina, gli esami si potrebbero tentare all’appello successivo.

Insomma, ogni ragione, per quanto vera, non viene nemmeno considerata plausibile, alle volte.

Ma chi, spinto dalla cortesia, dal dispiacere per una propria mancanza o dalla buona educazione si giustifica, non merita d’essere segnalato a torto nel “Registro dei fraudolenti”!

Ecco perché vi sto invitando – e forse sto invitando anche me stessa – a non dare più giustificazioni. Mai, mai, mai più. (Repetita iuvant).

Perché non essere creduti è triste, ma dover dimostrare con i fatti e mettere in campo ogni volta delle prove schiaccianti che dimostrino la veridicità del nostro alibi è ben più stressante del non esser creduti.

Il problema diventa assai più spinoso quando il “galateo della giustificazione” ci spinge inconsciamente a mentire: per non offendere Tizio Caio e Sempronio, che hanno organizzato un barbecue cui non abbiamo intenzione di partecipare perché da settimane avevamo stabilito di sistemare la libreria, anziché dire: “No, non vengo, devo riordinare i miei libri”, nel timore di non essere creduti ci mettiamo alla ricerca di una motivazione che sappia reggere, meglio degli scaffali della libreria, la ragione dell’assenza. Come se il livello di tragicità della nostra motivazione fosse direttamente proporzionale al sentimento d’affetto che nutriamo nei confronti della persona che non vogliamo deludere!

Ed ecco che l’abitudine a dover presentare una giustifica si tramuta talvolta nell’automatismo del cercare una aggravante fittizia che sia ben più convincente e credibile della motivazione reale. E le arringhe cui diamo vita purtroppo non fanno altro che avviarci verso un sentiero di rovi dal quale non è possibile uscire se non con i vestiti strappati e delle ferite che potrebbero portare al tetano, giusto per rendere metaforicamente l’idea di quanto questa nostra abitudine costituisca un’infezione sociale.

Insomma, per non “ferire” conoscenti, vecchi amici o compagni di banco delle elementari ci sentiamo quasi costretti a rifilare loro una educata e magari più adeguata motivazione che, messa accanto alla fanghiglia relativa all’ultimo ritardo e alla ragione per la quale lo scorso Natale ci siamo scordati di rispondere agli auguri, finisce col pesare parecchio, sul piatto della bilancia. Vale davvero la pena sfumare la realtà e avvicinarci alla menzogna per delle ragioni così futili?! Volenti o nolenti questo atteggiamento ci rende identici ai costruttori di quelle che in gergo vengono chiamate “scuse di merda”, a quei codardi che, restando incastrati in una situazione scomoda, inventano frottole decoratissime.

Come evitare tutto questo? La formula magica sta in un “No”. Il “No” di chi si trova a rispondere e, sopra ogni cosa, il “No” che deve bastare a chi ascolta. Punto.