VILLA CARCINA – Arte, Cinzia Bevilacqua si racconta a L’Eco delle Valli.tv

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Entrare nel laboratorio di un artista è sempre una sorpresa, non sai mai cosa ti puoi trovare davanti: ambienti disordinati, pennelli un po’ ovunque, barattoli di colore impilati su tavolini e sedie, pezzi di tela sparsi per il pavimento, quadri accumulati alla pareti ecc… In questa visita mi sono trovato in un laboratorio che definirei dal “disordine ordinato”, dove tutto sembra essere nel posto giusto per garantire l’efficienza dell’attività dell’artista che mi ha accolto. Non solo però: ho respirato un’aria di tranquilla ospitalità che mi ha fatto sentire a mio agio. La frizzante personalità di Cinzia Bevilacqua, nata a Brescia e residente a Villa Carcina, si rispecchia nel suo ambiente di lavoro e viene confermata durante il colloquio.

Foto Bevilacqua2Partiamo dalla tua formazione: dove hai studiato?
I primi studi li ho fatti al liceo artistico “Vincenzo Foppa” di Brescia, ma la scuola più importante per la mia formazione è stata l’Accademia delle Belle Arti di Firenze sotto la guida del prof. Goffredo Trovarelli, il mio mentore. Sono sempre stata una studente diligente e che studiava molto. Non ho mai preoccupato i miei genitori (ride). Inoltre ho frequentato per circa due anni lo studio di Pietro Annigoni, autore di importantissimi ritratti, come quello della regina Elisabetta II. Anche qui ho imparato moltissimo sulla pittura.

Quanto ha influito il professor Trovarelli nella tua crescita artistica?
È stato il mio mentore, la mia guida. Mi ha insegnato le tecniche pittoriche e l’essere artista, con il suo spirito cordiale, rispettoso e umile. Una persona straordinaria. Ho imparato moltissimo da lui! Non era solo un ottimo maestro, ma anche un grande artista, che però, a causa del suo carattere riservato e la sua modestia, non si è mai concesso troppo al pubblico, ricevendo così meno applausi di quanti ne avrebbe meritati.

Ricordi la tua prima mostra personale?
Non posso dimenticarla. È stata nel 1988 alla galleria Ucai a Brescia. Il tema era quello della natura morta, genere che ho appreso sempre dal professor Trovarelli. Fu una grande emozione per me!

Da quel momento hai sempre e solo fatto l’artista?
No. Ho partecipato e superato il concorso per l’insegnamento. Ho insegnato per circa sei anni Educazione artistica in diverse scuole medie. In seguito l’amore per la pittura ha prevalso sull’insegnamento.

Nella tua carriera hai incontrato Philippe Daverio e poi collaborato con personaggi come Vittorio Sgarbi, Giuseppe Fusari, Adriano Primo Baldi e Roberto Armenia. Quando hai capito che potevi far bene con la pittura figurativa, in un periodo dove l’astratto dominava?
Sicuramente nella mostra “Ritratti di natura” del 2003, curata dal mio caro amico don Giuseppe Fusari, con la partecipazione di Vittorio Sgarbi. È stata un’iniezione di autostima incredibile! In quel momento ho capito che la pittura figurativa poteva e può ancora dire la sua, trasmettendo forti emozioni a chi la guarda. Ovviamente non posso dimenticare Adriano Primo Baldi, Roberto Armenia e don Giuseppe Fusari, grazie ai quali ho potuto conoscere molte persone del mondo della cultura, ma che soprattutto mi hanno aiutato a crescere professionalmente.

Le più grandi soddisfazioni professionali della tua carriera?
Ne ho avute veramente tantissime (si ferma a pensare), però in questo momento ne ricordo due: nel 2006 i ritratti delle mie tre figlie esposti nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio a Firenze dove sono stata premiata per il concorso del “Fiorino d’oro” e quando venni selezionata nel 2007 per la collana “Le protagoniste – Le donne che fanno l’Italia” voluta dalla Comunità Europea.

Come spiegheresti la poetica delle tue opere?
Per prima cosa non invento niente, prendo tutto dalla realtà, sia nei ritratti, sia nelle nature morte. In quest’ultime, compongo la frutta in modo da cogliere la luce e le ombre, tramite un particolare uso del colore. La mia pittura non vuole mai essere inquietante, ma ha come obiettivo quello di trasmettere un senso positivo e un valore formale immediato. Si tratta di una pittura sofisticata solo dal punto di vista tecnico.

Qual è lo scopo dell’arte per te?
È una domanda complicata. Per rispondere uso una frase, che mi piace molto e reputo verissima, dello scrittore Henry Miller: “L’arte non insegna nulla, salva il significato della vita”.

Progetti per il futuro?
Ho già deciso il tema della mia prossima mostra. Non lo dico ancora per scaramanzia, ma mi devo mettere al lavoro al più presto. Poi ho un altro progetto con la Comunità montana della Valtrompia per l’Expo 2015, “La fucina di vulcano”. E il 6 giugno parteciperò alla Triennale alla Sapienza di Roma, presentata dal critico d’arte Achille Bonito Oliva.

La pittura di Cinzia Bevilacqua viene caratterizzata dalla ricerca di qualcosa di più profondo che la mera impressione estetica, come nei ritratti, dove il carattere della persona raffigurata emerge attraverso le pennellate dense, veloci, virtuosistiche impresse dall’artista nel momento della “lettura” di ciò che le sta di fronte. Nelle opere si trovano tutte le sensazioni della pittrice, imprescindibili per una studiata composizione che vuole porre l’attenzione solo su determinati elementi. Infatti l’arte di Cinzia non è mai dispersiva, mai di difficile comprensione, ma solo rappresentatrice di vita quotidiana, presentata, certo, con un invisibile velo poetico, che le dona una lirica raffinatezza.

I ritratti, nella loro somiglianza al reale, non sono algidi, freddi, impersonali, ma trasmettono una forte partecipazione emotiva che mostra l’umanità sia dell’artista, sia del soggetto dipinto. La qualità più significativa però è la naturalezza che i suoi lavori emanano: non ci sono forzature o aggiustamenti, tutto avviene grazie ad un’abilità innata, che la pone tra i migliori ritrattisti contemporanei. Non c’è fatica nell’ideazione, ma solo nell’esecuzione tecnica di altissimo livello, anche se Cinzia, nel risultato finale, riesce a non darne minima traccia. È questa la potentissima arma della sua arte. Le meravigliose nature morte, nel loro poetico disordine (ovviamente voluto), sembrano invece sospese in un magico istante di un mondo onirico. Vengono dipinte dalla realtà, ma mostrano sicuramente un’altra dimensione, un significato più profondo, creando, in certi casi, un’atmosfera quasi metafisica, nella quale si riesce a percepire un altro dato sensoriale, il suono, o per meglio dire il silenzio, che abbraccia l’intera composizione.

L’elemento che però sostanzia l’arte della Bevilacqua è senza dubbio il colore: dona un’anima alle figure dipinte, ma anche alle mele, ciliegie, pesche che compongono le bellissime nature morte. Colore, forma e luce, traendo forza uno dall’altro, sono gli elementi responsabili della magia sensoriale emanata dalle opere dell’artista bresciana. Niente è difficile o complicato nella sua pittura, tutto è invece semplice, chiaro e raffinato, ma soprattutto mai banale, grazie a quello straordinario naturalismo moderno e sensibile. Una cosa è certa: la solare e brillante personalità di Cinzia Bevilacqua viene rispecchiata in pieno nei suoi straordinari lavori.