Pensieri sinistri: perchè non possiamo non dirci socialisti

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo una nuova puntata della rubrica “Pensieri sinistri” del giornalista bresciano Alfredo Pasotti. In questo appuntamento si parla di socialismo, profitto, aziende e obiettivo d’impresa.

“Secondo le stime Istat, limitando il campo alle 4.500 imprese sopra i 100 dipendenti e dove la mano pubblica è sopra al 50% del capitale, l’impatto è potente: pesano per un quinto dei dipendenti e un quarto degli utili di tutte le imprese in Italia. Almeno in questo, siamo un caso di socialismo (quasi) realizzato”. Non si tratta della solita tirata di uno dei giornali di famiglia dell'(ex) Cavaliere, e nemmeno della sua monomania che gli fa vedere comunismo dappertutto. E’ un reportage curato da Federico Fubini e Roberto Mania dal titolo “Terme, camping e casinò. Lo spreco delle Spa pubbliche costa 13 miliardi all’anno” (La Repubblica, 29 marzo 2014). Non è chiarissimo cosa significhi un comparto che pesa “un quarto degli utili di tutte le imprese d’Italia” possa registrare un buco di 13 miliardi di buco all’anno, ma non è qui rilevante. Come non è rilevante il tema, ampiamente trattato nel reportage, dell’entità dei compenso ai manager pubblici – il problema non è pagarli tanto o poco, ma semmai è che si pagano degli incapaci (o degli impotenti). Né vorrei soffermarmi sullo scandalo dei tredici miliardi di perdita secca che ogni anno questa galassia pubblica collaterale regala ai contribuenti – perfino in attività in cui sembrerebbe impossibile perdere (i casinò).

socialistiCiò che è davvero rilevante – e capace di sconvolgere anche un articolista di La Repubblica – è che questa palude mefitica costituisce ben un quinto dei dipendenti di tutte le imprese italiane. Se calcolo bene, solo in questo ambito, il venti per cento dei dipendenti in Italia fa capo allo Stato. Era un tassello che a me mancava. Ero fermo a tutte le realtà (non municipalizzate) in cui lo Stato è azionista unico o di maggioranza e cioè bazzecole come Ferrovie, Poste, Alitalia, il mondo dell’industria di Stato, da ENEL ed ENI in giù. Alle quali va aggiunto, dato che stiamo parlando di Stato che dà lavoro, quell’immenso porto delle nebbie che è il pubblico impiego. Così, mi sono chiesto quanta percentuale del lavoro (dipendente) in Italia è in mano allo Stato, sia direttamente sia per interposta società. A colpo d’occhio, la quota parrebbe essere impressionante. Ma se è così, allora siamo già avanti un bel pezzo verso l’obiettivo per cui “l’economia reale deve emanciparsi dall’imperativo del profitto”, come recita il manifesto di Alexis Tspiras, voce ellenica del neo-proletariato europeo affamato dall’imperante neoliberismo, e profeta dell’inquieta sinistra italiana in cerca d’autore (pagina Facebook). Il dato rilevato dal reportage rivela in effetti una economia non solo emancipata dal profitto, ma – aggiungo – addirittura fondata sulla perdita. Così, giusto per non cadere in tentazione.

La conclusione parrebbe risibile, sulle prime. Ma alla base c’è una tale sotterranea quanto ferrea coerenza, che verrebbe a spiegare più di un italico paradosso. Proviamo a supporre (solo a supporre) che lo Stato sia il modello di una economia emancipata dal profitto immaginato e perseguito dalla cultura politica dominante nell’Italia repubblicana. Cosa succederebbe? Prima di tutto, ci sarebbe chiara la radicale incapacità della nostra cultura politica di comprendere l’idea di economia non emancipata dal profitto. E di conseguenza, risulterebbe chiara anche la ragione per cui le imprese siano sempre più sfiancate dall’entità della tassazione, dai bizantinismi kafkiani della burocrazia, dalla incapacità di creare un Sistema-Paese. Poi comprenderemmo finalmente perché l’articolo 1 della Costituzione più bella del mondo pone il lavoro come arché, ratio seminalis, Grundsatz, principio-base: si può forse lasciare il fondamento della Repubblica in mano all’iniziativa privata, alla libera impresa, all’estemporaneità del singolo? Certamente no. Ecco allora lo Stato che, fin dalla radice della storia e dell’ordinamento repubblicani, deve tendere a farsi garante della sicurezza e intangibilità del posto di lavoro per un numero sempre più alto di suoi cittadini in modo da adempiere al dettato costituzionale.

Poi, ancora, avremmo una spiegazione della strana consonanza dei Padri Costituenti, sia di provenienza comunista sia di provenienza cattolica, sull’articolo 1 della Costituzione: il nemico vero contro cui fare fronte comune, alla fine dell’era fascista, non sarebbe stato in effetti la bestia trionfante del comunismo, né il clericalismo congenito di una Nazione ancora contadina, ma la cultura liberale. Che in effetti in Italia non è mani nemmeno nata, nonostante giganti come Benedetto Croce e Luigi Einaudi. L’ipotesi spiegherebbe anche come, fra i due schieramenti, ci sia sempre stata una tacita identità di vedute sull’idea di profitto: odioso sfruttamento borghese per gli uni e vizio capitale (avarizia) per gli altri. Insomma qualcosa di condannabile eticamente e politicamente in forza della medesima stucchevole salsa fatta di pauperismo egualitarista, di solidarismo politico e di terzomondismo a oltranza. Profitto in realtà sarebbe sinonimo di utile, ovvero “rimunerazione spettante all’imprenditore, quale compenso delle prestazioni a carattere organizzativo svolte nell’impresa” (Dizionario Zingarelli). Ma l’ipotesi spiegherebbe perché sia diventato invece sinonimo di sottrazione indebita. Infine, sarebbe chiara anche la causa ultima della crisi drammatica di questi giorni e del tasso ormai stellare di disoccupazione nel Belpaese: ovvero l’impresa non emancipata dall’imperativo del profitto.

Come non vedere, in effetti, la responsabilità ultima nell’impresa che taglia posti di lavoro per conservare alti i margini, che delocalizza affamando così intere città, che non innova, che non investe, che non sa diventare più competitiva, che evade il fisco? Come non vedere, a questo punto, che dove c’è Stato c’è lavoro, giustizia e garanzia e dove c’è impresa, c’è invece precariato, sfruttamento, instabilità? Come non essere d’accordo allora, nel limitare sempre di più il dinamismo dell’impresa a favore di una sempre maggiore statalizzazione – diretta e indiretta – dell’economia? Peccato che quella stessa idea di economia, cioè di economia emancipata dall’imperativo del profitto, spieghi anche cosucce come le istituzioni che affondano nella desolante incompetenza e nella più ostinata corruzione, la burocrazia che diventa sempre più un cappio al collo, la politica che si declina come saccheggio del bene comune e conservazione a tutti i costi dello status quo, la tassazione insostenibile che non genera servizi adeguati, il debito sempre più incontrollabile, la perdita di competitività del Sistema-Italia sul mercato globale, la sua inaffidabilità come interlocutore politico.