BRESCIA – “Check up sanitari della fauna selvatica: approccio interdisciplinare alla salute umana ed animale”, il resoconto

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“Check up sanitari della fauna selvatica: approccio interdisciplinare alla salute umana ed animale” è il titolo del convegno organizzato sabato 22 marzo da Fiera di Brescia, in collaborazione con l’I.Z.S.L.E.R. della Lombardia e dell’Emilia Romagna e la Provincia di Brescia – Uff. Caccia e Pesca, e con il patrocinio della Federazione Italiana della Caccia Sezione Provinciale di Brescia.

Il Convegno si è svolto alla presenza di numerosi Veterinari del Servizio Sanitario Nazionale, sia ASL sia IZS, liberi professionisti, nonché, a conferma dell’attualità dell’argomento, di una nutrita rappresentanza delle Associazioni Venatorie, tra cui il Presidente nazionale Federcaccia Dall’Olio, tecnici faunistici, agenti provinciali, membri di comitati di gestione di ATC e CA.

caccia al cinghialeIn effetti è stata una giornata intensa, piena di spunti e riflessioni, a partire dalle relazioni iniziali del Prof. Ferroglio, del Dr. Guberti e del Dr. Dottori che hanno delineato, attraverso esempi concreti, i punti cardine, le patologie e le specie sui quali si devono basare i piani di monitoraggio e sorveglianza. In particolare questi dovrebbero tendere all’analisi delle malattie a denuncia obbligatoria nella fauna selvatica, malattie per le quali la fauna selvatica può interferire nell’epidemiologia delle malattie del bestiame e pollame domestico, malattie a carattere conservazionistico e malattie di carattere gestionale. In ogni caso i piani di monitoraggio e sorveglianza dovrebbero essere eseguiti col fine di identificare il più rapidamente possibile l’ingresso di una patologia in un territorio e valutare il suo andamento nel tempo, non rimanendo istantanee statiche, ma definendo un trend temporale. Ciò soprattutto allo scopo di poter definire strategie di intervento ed attuare azioni e piani concreti di intervento e controllo.

Dalla fine del secolo scorso ad oggi si è assistito ad un notevole incremento delle specie selvatiche caratterizzate da un’elevata plasticità ecologica mentre quelle ecologicamente più sensibili vedono sempre più ridotte le proprie popolazioni o addirittura, sono di fatto estinte. In una tale situazione le biocenosi tendono a semplificarsi in termini di bio-diversità mentre incrementa la biomassa che le costituisce. La presenza di un elevato numero di individui recettivi a determinati patogeni premette più facilmente sia la diffusione sia la permanenza di agenti eziologici responsabili di malattie emergenti o re-emergenti.

Nel corso degli ultimi anni le politiche comunitarie, recepite a livello Nazionale e Regionale, hanno incentivato l’attivazione di piani sanitari che includono a pieno titolo la componente faunistica a riconoscimento della sua importanza per tutelare la sanità pubblica e animale e le biodiversità. Il Dr. Orusa, il Dr. Farioli e il Dr. Ferri hanno portando rispettivamente l’esempio concreto dell’applicazione di piani di sorveglianza e monitoraggio in Valle D’ Aosta, Lombardia e Emilia  Romagna. In queste regioni, seppur con diverse sfaccettature e tempi di attivazione, tali piani hanno prodotto innumerevoli indicazioni di carattere sanitario utili alla pianificazione faunistica, ma ancor di più per la sanità animale ed umana. Di fatto, il monitoraggio delle popolazioni selvatiche unitamente alla sorveglianza di alcune, importanti, infezioni è una moderna esigenza gestionale che salvaguarda sia la sanità animale che la biodiversità. Un paziente lavoro di non semplice coordinamento, ma che permette di ottimizzare la raccolta ed il flusso dei campioni mettendo in sinergia i veterinari, gli addetti ai Centri di lavorazione della selvaggina cacciata e i cacciatori.

Ne è un esempio la gestione faunistica della Provincia di Piacenza, delineata dal Dr. Merli e dalla Dr.ssa Gioia, dove le attività di ordinaria gestione sono state progressivamente integrate con azioni funzionali al monitoraggio della condizione sanitaria della fauna selvatica, anche in relazione a possibili interazioni negative con l’attività zootecnica o con l’insorgenza di zoonosi.

La collaborazione tra operatori della gestione faunistico venatoria e il Servizio Sanitario Nazionale con gli Istituti Zooprofilattici, che va rafforzandosi negli ultimi anni, consente di ottenere ricadute positive in tutti gli ambiti coinvolti. A Piacenza tali sinergie stanno cercando di definire le cause del recente clamoroso declino delle popolazioni di lepri che registra cali anche dell’80%, analizzando componenti ambientali (come gli agroecosistemti) dalla cui salubrità dipende anche la salute umana e coinvolgendo direttamente i cacciatori, concorrendo alla crescita culturale di una categoria che, per vocazione, può svolgere un importante ruolo “sentinella” delle dinamiche ambientali.

Resoconto a cura di Mario Chiari e Antonio Lavazza