GARDONE – La “doppietta” esplosiva dei fratelli Rizzini di Magno

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Chissà cosa mai di buono potrà mai venire da Magno di Inzino… Mah! Dei fratelli Rizzini di Magno, i Tachi (da non confondere con tutti gli altri Rizzini costruttori di armi) in tutti questi anni di interviste ne avevo sentito parlare solo incidentalmente. D’altra parte cosa mai di buono potrà venire da Magno di Inzino… “I Rizzini sono ottimi artigiani…” mi dicevano. Ottimi artigiani? ‘Azzo: “sono i migliori del mondo – mi spiega alfine il mio amico costruttore d’armi – non c’è nessuno che possa paragonarsi a loro”. Ecco cosa viene da Magno di Inzino: semplicemente la migliore doppietta del mondo! Eppure sono camuffati in un anonimato quasi paludoso, addirittura omertoso. E’ lo Stefano Rizzini, quarantaquattro anni, che sembra un po’ Harry Potter, che mi dice, in un incontro casuale, di andarli a trovare perché lui ci tiene a far vedere la sua officina ai curiosi e a quelli che sono interessati. Salgo quindi verso il piccolo Magno, insignificante puntolino sulla cartina geografica. “Prima stradina a destra dopo l’ultima curva prima del paese” mi aveva spiegato Stefano. Imbocco la stradina e mi trovo un muro di pietre con due pilastri che immettono in un cortile con villetta. “Sbagliato” mi dico. Torno sulla strada ma non vedo alternative.

Guido il "maestro"
Guido il “maestro”

L’odore di olio e di metallo lavorato, peraltro, aleggia nell’aria. Mi decido a oltrepassare il confine del muro e vedo, nascosta dietro una moderna villetta, la costruzione che mi interessa. Nessuna insegna, nessun riferimento evidente; solo un piccolo, defilato campanello accanto a una porta di ferro, con scritto a penna ‘F.lli Rizzini’. Suono. Dalla mia destra, dietro l’angolo dell’edificio, spunta un tipo con vestaglia grigio scuro, che poi è il fratello di Stefano, Serafino, quarantenne, che mi fa entrare direttamente in officina. E qui, con Stefano come guida, percorro sentieri di un universo che è altro rispetto a quello che finora ho sperimentato. Se viene un tempo nel quale i fili della storia, del passato e del presente a un certo punto, si incrociano e si annodano tra di loro in un punto geograficamente definito, l’opificio dei F.lli Rizzini rappresenta uno di questi nodi. La prima cosa che si può dire è che qui l’opera dell’uomo è forgiata da una filosofia che sublima il lavoro oltre i confini di una consuetudine accettata e standardizzata: ogni singolo pezzo è un capolavoro. Per capolavoro si intende sintesi di fantasia, tecnica, estetica, pazienza, cultura… Già: cultura. Fondamentale, per i fratelli Rizzini, è la conoscenza della storia delle armi da caccia: essa permea ogni singola doppietta dei fratelli Rizzini sia nei suoi aspetti evolutivi che nei suoi attributi tradizionali. Una filosofia che richiede una pignoleria inusuale e una ricerca continua e incessante.

Insomma, richiede menti giovani e aperte. E già questo per la nostra Valle è un bel risultato… Tutto ciò si traduce in un processo che proietta l’attività produttiva oltre il capitalismo industriale e restituisce al concetto di globalizzazione una dimensione non solo geografica, ma anche temporale recuperando il piacere medievale del lavoro come opera insostituibile e originale delle mani d’artigiano, di quel singolo e specifico artigiano. In questa officina perizia manuale e macchine a controllo numerico combaciano come in un puzzle. Cerchiamo quindi di rendere ragione delle affermazioni entrando, per quanto possibile, nello specifico. Il primo elemento discriminante è che un fucile dei F.lli Rizzini è un fucile ‘originale’ nel senso che anche la meccanica è unica, frutto di invenzione e coperta da brevetto. Le altre aziende utilizzano invece meccaniche inventate dagli inglesi (Anson & Deeley, Holland & Holland, ad esempio). E’ stato Guido Rizzini a inventare il sistema di sparo e di sicura dell’acciarino. Il Guido, terza elementare, famiglia povera (le prime scarpe le ha avute a quattordici anni) ha sempre avuto il pallino dell’innovazione e del miglioramento sino ad arrivare all’esclusiva doppietta attuale. Scomparso il Guido, l’azienda è gestita dagli eredi aiutati da due dipendenti.

Canne fucinateLa produzione attuale è di 10/11 doppiette l’anno. Proseguiamo. I legni. Innanzitutto il legno, solitamente di noce, deve essere stagionato naturalmente per almeno sette anni; niente essiccatori o procedimenti che ne accelerino l’invecchiamento: ne risulterebbe una struttura più spugnosa e fragile. In magazzino vi sono radiche del 1985. La lucidatura dei legni richiede due mesi e mezzo di attenzioni: il legno viene ogni poco passato a olio finché raggiunge l’aspetto desiderato. La zigrinatura è fatta a ‘Piattino all’inglese’ una tecnica che non ammette sbavature o errori. Nessuno è in grado, ormai, di eseguirla: solo il fratello di Stefano che ha imparato da un’anziana signora ormai scomparsa, costruendosi gli strumenti adatti, può cimentarsi con successo nell’impresa. Passiamo agli acciai delle canne. Vengono da apposite colate di un’acciaieria tedesca che utilizza la tecnica della ‘rifusione sottovuoto’: il massimo della qualità (sono acciai utilizzati nel settore aerospaziale). D’altra parte la canna del fucile arriva a uno spessore di nove decimi di millimetro e deve sopportare pressioni notevoli (una canna dei Rizzini di cal. 12, resiste a ben 3.300 bar di pressione, vale a dire il 214 % in più della più potente cartuccia commerciale esistente in tale calibro).

Sinora sono state realizzate due colate per le canne: la prima una quindicina di anni fa e la seconda circa sei anni fa. L’acciaio viene quindi inviato a Terni dove si esegue la forgiatura a mano. Alla Fratelli Rizzini spetta la lavorazione per trasformare il cilindro grezzo in elegante, robusta e filante canna demiblock. L’acciaio della minuteria viene da Vicenza ed è controllato ad ultrasuoni per verificare eventuali imperfezioni; le molle dell’acciarino provengono dal Belgio. Le parti brunite richiedono 7/10 giorni di trattamento (dipende dalle condizioni atmosferiche): ogni due ore la parte da brunire viene passata con un prodotto speciale (la sera il pezzo viene immerso in una vasca per fermare il processo di brunitura); il trattamento termico chiamato ‘tartarugatura’ è compito di una ditta inglese che ha una ricetta segreta. In fondo nulla che il sole non abbia già visto ma quel nulla prezioso che trasforma la normalità in eccellenza. Un fucile Rizzini è quindi un’arma fatta per essere usata intensamente senza per questo subire le ingiurie del tempo; è l’oggetto da tramandare da padre in figlio e attraverso essa transita una passione che supera i confini fisici della caccia per addentrarsi nel misterioso, insondabile, seducente ‘culto del bello’.