BRESCIA – Pro Lombardia ricorda Angelo Canossi cantore di Brescia

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo una lettera di Pro Lombardia Indipendenza che ricorda il poeta bresciano Angelo Canossi che il 23 marzo scorso ha celebrato 152 anni dalla nascita. Le parole del movimento per raccontare il “cantore di Brescia”.

Angelo CanossiVictor Hugo, scrittore francese del XIX secolo, rimase molto colpito dall’attaccamento che i Baschi gli dimostrarono nei confronti della loro lingua, tant’è che nella sua opera “I Pirenei” scrisse: ”La lingua basca è una patria, quasi una religione”. Analogamente Koldo Mitxelena, linguista scomparso nel 1987, sostenne che “se noi Baschi esistiamo come comunità o come popolo, ciò lo si deve soprattutto alla sopravvivenza della nostra lingua”. Inoltre ancora oggi lo storico inglese Roger Collins nel suo scritto “Los Vascos” ci ricorda che “il mantenimento dell’identità basca è dovuto più all’indipendenza linguistica che a quella politica”. Queste citazioni rendono evidente la tesi secondo la quale anche nel contesto lombardo qualsiasi iniziativa di tipo politico finalizzata all’affrancamento identitario e al conseguimento dell’indipendenza della nazione lombarda dallo Stato italiano non può prescindere dallo studio e della valorizzazione della nostra lingua lombarda.

Così la sezione bresciana di Pro Lombarda Indipendenza non può esimersi dal rendere il dovuto omaggio ad Angelo Canossi, di cui il 23 marzo 2014 è ricorso il 152° anniversario del genetliaco. Un tributo necessario in quanto egli seppe, come pochi bresciani, incarnare il legame quasi simbiotico che si può creare tra un uomo e la sua terra d’origine ed intuì l’amore che i nostri concittadini conservavano verso il loro autentico idioma materno nonostante vivessero nel periodo della forzata italianizzazione linguistica. Vissuto 40 anni nel 1800 e altrettanti nel 1900 fu poeta di profonda cultura, epigrafista incisivo e giornalista graffiante, per tutta la vita si sforzò di dimostrare la musicalità del parlare bresciano, le sue liriche furono apprezzate non solo nei confini della nostra città ma anche studiate ad esempio in Provenza e Norvegia. Condusse una vita umile, senza far torti a nessuno con quell’indole tipicamente lombarda di lavorare tutelando più gli interessi altrui che quelli propri. Leggendo ogni riga delle sue composizioni, ci si può rendere conto di un’ineccepibile onestà intellettuale e della capacità di mettersi sempre dalla parte del popolo, incurante degli strali del potere.

Oggi ai più potrebbe risultare completamente fuori dal tempo un personaggio come il nostro, che dopo aver rifiutato una carica prestigiosa nella Roma ministeriale fu felice di vivere fra la Torre del Pegol (Torre del Popolo) e la Loza (Loggia) (così scrisse: “Lassém sbarcà ché a Brèssa ‘l mé lönare”) e di eleggere come ultima dimora una casetta a Böegn (Bovegno) (“A la ca’ dè le bàchere gh’ è l’aria dè montagna”). Al contrario, Pro Lombardia indipendenza sostiene che ci sia ancora molto da studiare ed elaborare per comprendere a fondo l’autentico “cantore di Brescia” e per cogliere nelle sue opere gli argomenti necessari se non altro per far tacere tutti coloro che parlano di Brescia senza la minima nozione, senza il minimo sentimento ed unicamente per puro tornaconto personale, come sostenne con grande anticipo ed in tempi non sospetti Giannetto Valzelli in un suo brillante articolo apparso sul Giornale di Brescia il 7 aprile 1982: “Oggi ci sono tante passere sul gelso del dialetto bresciano, troppe passere che ciarlano e poi svolano via in un soffio. Sono i deleteri “nipotini di Canossi”, che non conoscono nemmeno le regole di ortografia e di pronuncia del Bresciano e si azzardano ad esibirsi alle radio cosiddette libere, contribuendo così alla sua totale rovina. Senza dimenticare che al suo inquinamento ci pensano i madornali strafalcioni che è dato spesso di pescare sui manifesti delle marche non competitive o nei volantini di mezza Quaresima per il falò dè la ècia”.