Quote rosa e satira sulle donne nei nuovi “Pensieri sinistri”

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo una nuova puntata dei “Pensieri sinistri” del giornalista bresciano Alfredo Pasotti. Si parla di quote rosa in Parlamento con la polemica del mancato passaggio e la satira “sessista” sulle donne.

I giorni immediatamente prima e immediatamente dopo l’8 marzo sono stati memorabili per la lunga marcia delle donne verso la parità di genere nel Belpaese. Comincia Michele Anzaldi, PD, segretario della Commissione Vigilanza della Rai, che, il 7 marzo, in una lettera surreale alla Presidenta RAI Anna Maria Tarantola, condanna sdegnosamente uno sketch satirico di Virginia Raffaele nel quale lei imita la Ministra Maria Elena Boschi. In un memoriabile passo, Jorge Da Burgos, ne “Il nome della Rosa”, si rivolge a Guglielmo di Baskerville chiedendogli “Si può ridere di Dio?” e intanto divora il secondo libro della Poetica di Aristotele, perché, trattando della commedia, è inevitabile prima o poi che si arrivi a ironizzare su Dio. Figuriamoci quindi su una Ministra. Invitiamo l’On. Anzaldi a divorare un’edizione in folio del Mistero Buffo di Dario Fo, chiedendo alla Presidenta Tarantola: “Si può ridere del Ministro Boschi?”

Quote rosaConvinti tutti dell’insuperabilità di questo vertice di idiozia politica, il 9 marzo arriva invece la sorpresa della Presidenta della Camera che, con bronzeo sembiante e sguardo vitreo da talebano che si sta facendo esplodere per la solita causa persa, ribadisce il concetto di fronte a una stranita Lucia Annunziata – la quale si vede perfidamente costretta a chiederle, per par condicio, se la stessa condanna vale a proposito della satira di cui è stata oggetto la fidanzatina di Silvio Berlusconi. Dopo una risposta non limpidissima né così spontanea come sarebbe stato desiderabile, l’ineffabile Presidenta si rifugia dietro l’ennesimo orrendo quanto incomprensibile –ismo: la satira di Virginia Raffaele è affetta da sessismo. Quello della peggior specie, aggiungo, perché perpetrato da una donna ai danni di un’altra donna.

Ammesso che la Presidenta avesse una vaga idea di cosa stesse dicendo, ecco aperto un nuovo fronte in tema di parità: basta con la discriminazione satirica. Anche le donne hanno diritto alla loro quota di volgarità, miserabilità, coniglieria, idiozia, farabuttaggine e sessodipendenza. Si arriva al 10 marzo: la Camera, ad opera delle frange più retrive e maschiliste del PD, fucila l’emendamento sulla parità di genere da inserire alla nuova legge elettorale. Si grida subito al tradimento. Vediamo di cosa si sta parlando. Alla Camera i deputati del PD sono 293: 111 sono donne e 182 sono uomini. Supponendo che:

a) il PD abbia seri motivi per ipotizzare una vittoria anche alle prossime elezioni – viste anche le disastrose condizioni della destra orbata del cavaliere;
b) il PD, anche con l’Italicum, riesca a conservare più o meno lo stesso numero di eletti alla Camera;
c) anche un eletto del PD possa umanamente mirare alla rielezione, i 182 maschi PD erano chiamati a decidere se 36 di loro dovevano rimanere a casa per far posto a 36 sconosciute.

Virginia Raffaele nell'imitazione della ministra Boschi
Virginia Raffaele nell’imitazione della ministra Boschi

Ampliando il discorso alla Camera, i 432 deputati (le deputate sono 198) dovevano votare un provvedimento che imporrebbe a 117 di loro la rinuncia al seggio a favore di 117 sconosciute. E se includiamo anche il Senato, i 661 maschi dovrebbero votare un provvedimento che costringerebbe 188 di loro a far posto a 188 sconosciute. E’ prova di intelligenza dare del traditore al condannato che si rifiuta di aiutare il boia a insaponare la corda con cui verrà impiccato? Esasperata dall’incomprensibile ribellione dei maschi a sacrificarsi per le future colleghe, qualcuna ha invocato lo spirito di Lorena Bobbit per sostenere la causa rosa. E Rosy Bindi, temporaneamente estumulata per l’occasione – e della quale invero nessuno lamentava la mancanza – svela (La Repubblica, 11 marzo) cosa si sarebbe dovuto fare per evitare la caporetto rosa: “Lo temevo. Lasciare la libertà di voto e la mancanza di indicazione a favore degli emendamenti sulla parità da parte del nostro partito, ci esponeva molto”.

Per una che si è sempre scagliata contro l’idea di partito padronale e ha sempre difeso la proibizione del vincolo di mandato (prevista dalla Costituzione all’art. 67), un capolavoro di coerenza. Ma senza giungere a tanto, basterebbe forse che qualche anima bella riscoprisse un dimenticato capolavoro della letteratura greca antica, la Lisistrata di Aristofane, nella quale si narra di come le donne di Atene e Sparta si fossero accordate per mettere fine alla disastrosa guerra del Peloponneso che falcidiava mariti, figli e padri. Come ottennero la fine della guerra non è difficilissimo immaginare. Stando ad Aristofane, l’efficacia è garantita, senza bisogno di fallotomie e senza esporre l’Onorevole Bindi al dramma della coerenza.