Democrazia in rete, “Pensieri sinistri” attacca Grillo

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo una nuova puntata dei “Pensieri sinistri” del giornalista Alfredo Pasotti. Si parla di politica, Beppe Grillo, Movimento 5 Stelle, democrazia, rete e internet.

La recente vicenda della cacciata dei senatori Cinque Stelle in forza del pronunciamento della Rete, non mi sembra né triste, né drammatica, né preoccupante. Mi sembra semplicemente ridicola. Non in sé, ma perché i commentatori mi sembra non abbiano colto, nella sua radicalità e banalità, il nodo cruciale della faccenda. Cito a solo titolo di esempio, l’articolo di Filippo Ceccarelli su la Repubblica del 27 febbraio all’indomani dell’ultima cacciata, dal titolo La “graticola” che punisce i grillini e l’eterno mito della purificazione. Le espulsioni di Grillo decise in un clima da psico-setta.
Scrive l’autore: “Se veramente la tecnologia ha cominciato a mettere in crisi la nozione di rappresentanza; e se la Rete ha spossessato la politica di tutti gli utensili della modernità, a cominciare dalle istituzioni, ecco, è possibile che il modo fin troppo brutale con cui il M5S si affanna a risolvere le sue inevitabili beghe, non sia che una specie di anticipazione del futuro remoto”.

Beppe GrilloE’ secondario qui stabilire se sia vero che la Rete è la nuova istituzione legittimante e delegittimante della politica e dei politici. Mi preme di più sottolineare come venga attribuita e riconosciuta alla Rete una dignità e una autonomia che è ben lontana da avere. Il nodo è questo: dare per scontato che la Rete, per virtù propria, possa porsi come giudice della politica. Cerco di immaginare – giacchè nessuno ne scrive – come si è giunti alla condanna dei traditori. La risposta mi sembra relativamente e drammaticamente semplice: sono stati espulsi perché Beppe Grillo, sul suo blog, dice che hanno votato a favore della espulsione in 29.883, mentre contro l’espulsione hanno votato in 13.485. Si badi bene: che abbiano votato 43.368 (o che questi siano i voti validi), si sa solo dal blog di Grillo, cioè da quello che Grillo ne dice. Anche se ci fosse stato questo voto, se Grillo non ne avesse parlato, nessuno ne avrebbe saputo nulla.

Il nodo cruciale diventa quindi non più cosa è successo, ma il racconto di cosa è successo. Semplicemente, quello che sappiamo dell’accaduto (la votazione e l’esito) è quello (e solo quello) che ne dice il blog dell’urlante comico. Se e cosa sia effettivamente successo, rimane inaccessibile, perché non c’è stato nessun terzo che potesse verificare. Il tema vero, quindi, non è la Rete, né la democrazia informatica. Il tema vero l’irrilevanza di quello che accade, rispetto a quello che qualcuno dice sia accaduto. La mia sorpresa è che nessuno si è posto la seguente, banalissima domanda: cosa garantisce la verità di quello che Grillo ha scritto sul suo blog, se non esiste un terzo (almeno in linea di principio) in grado di effettuare una verifica indipendente? Per quel che se ne sa, nessuno, a parte Grillo e Casaleggio, ha contato i voti a favore e quelli contro o verificato che i voti fossero autentici. Dunque. Io sono uno zelante grillino e voto. Non ho modo di sapere chi altri sta votando. Non ho modo di sapere in quanti stanno votando né cosa alla fine hanno votato, se non attraverso (si badi bene) il blog di chi ha commissionato il voto.

La democrazia cartacea, arcaica, pesante e costosa, garantisce la presenza di tutte le forze in gioco alle operazioni di voto e, volendo, anche il singolo elettore può assistere allo scrutinio. C’è in essa una terzietà indiscutibile e incontrovertibile. Si può dire lo stesso della democrazia informatica dei cinquestelle (o di chiunque altro)? Si badi bene, una terzietà puramente informatica, cioè un’autorità, o una procedura, o una garanzia informatica non risolvono il problema, perché i dubbi che si hanno sul voto informatico, si pongono inesorabilmente anche sul controllo informatico del voto. Il problema della democrazia diretta informatica è molto più ampio della chiassosa declinazione che ne danno i due tribuni pentastellati. E’ il problema della complessità dello strumento. Più è complesso lo strumento che deve effettuare la verifica di qualcosa, più questa verifica sarà dubbia. Sia perché lo strumento la può deformare, sia perché l’uso dello strumento è sempre affidato a qualcuno. E non è detto che questo qualcuno sia necessariamente neutrale rispetto al risultato.

Così, la complessità dello stato di cose da verificare si somma alla complessità dello strumento di verifica, e a queste si somma la non neutralità di chi deve tradurre i risultati dello strumento nel linguaggio comune. Alla fine, una democrazia retta con strumenti complessi, diventa appannaggio esclusivo di esperti, tecnici e iniziati, cioè democrazia potenzialmente inaffidabile. A meno che, si muova da un atto di fede originario in colui che propone questa forma di democrazia, e di riconoscergli una sorta di dignità sacerdotale attraverso cui viene stabilita un’ortodossia vincolante. Il sacerdote è l’unico in grado di interrogare e di riferire le risposte del dio. Come nell’ordalia medioevale e nei pronunciamenti oracolari della Pizia a Delfi. Così la Rete diventa sì giudice della politica, ma non per virtù propria. Ha sempre bisogno di una mano per offrire speranza e rassicurazione nei momenti bui. Anche in questa sofisticata e disillusa era globale.