NEWGEN VOICE – L’arroganza del potere e l’indipendenza della stampa

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Onde evitare equivoci, è bene sottolineare che quanto scritto riguarda una tematica generale e nessuna persona o evento particolare. Chi dovesse sentirsi chiamato in causa non denunci l’autore, quereli piuttosto la sua coscienza. E’ sconsigliata la lettura ai prepotenti e non si risponderà di danni causati dal mancato rispetto dell’avvertenza.

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Chi si batte per la libertà di pensiero si batte per la libertà di tutti. La libertà d’espressione è il perno di ogni azione morale, senza cui saremmo una società di corrotti e mercenari. La libertà di stampa è la possibilità di narrare fatti e diffondere idee. Chi fa informazione, tramite blog e giornali, svolge il lavoro di guardiano del volere dei cittadini. Chi, senza giusta e mille volte ponderata causa, minaccia un addetto all’informazione compie quindi un attentato alla società ed alla democrazia.

Un politico che se la prende con chi scrive su un blog o giornale è ormai finito, bollito, alla frutta. Doveroso rottamarlo. Ad un articolo “scomodo” si risponde con azioni di buon governo o con democratica dialettica, non con minacce di azioni legali. A differenza del politico e salvo rari casi, il giornalista compie un servizio pubblico senza soldi pubblici. Il più delle volte senza soldi e basta. Non è certo l’ambizione a spingerlo e neppure la ricerca di una soffice poltrona. Il giornalista difficilmente può permettersi più di una sedia sgangherata.

Il problema di fondo è che la bilancia tra politica ed informazione pende pesantemente a favore della prima. Le risorse a favore del politico sono immensamente maggiori di quelle del giornalista. Questo limita enormemente il ruolo dell’informazione come garante della democrazia. Finché il politico prepotente potrà, senza colpo ferire, intimorire il giornalista indipendente, la società non sarà mai autenticamente libera.

A quante intimidazioni, minacce di denuncia, richieste di danni a 5 o 6 zeri (e rimaniamo nel perimetro del lecitamente consentito) può resistere un giornalista che fa bene il suo lavoro? Nel migliore dei casi, cesserà di scrivere o si dedicherà a notizie “neutre”. Nel peggiore, diventerà un giornalista di regime e contribuirà alla deriva della nostra già martoriata nazione.

Il malcostume tutto italico della minaccia “Ti denuncio!”, usata per ingessare l’attività giornalistica, può essere sradicato solo introducendo pene pecuniarie molto elevate per chi porta inutilmente in tribunale chi non ha fatto altro che compiere il suo mestiere. Finché non si risolverà questa condizione di debolezza, l’informazione rimarrà facile ostaggio di politici senza scrupoli. Sotto ricatto non esiste libertà per nessuno.

 

2 Commenti

  1. Incipit coraggioso, ricco di pathos. L’articolo si apre con affermazioni a favore della libertà di pensiero e di espressione. Il sentire democratico, le parole sincere elevano la libertà di stampa a garanzia di convivenza civile. “Un politico che se la prende con chi scrive su un blog o giornale è ormai finito, bollito, alla frutta. Doveroso rottamarlo”. Così tuona l’autore raccogliendo consensi a piene mani.
    Questo nella premessa. Subito dopo però, contrariamente all’aspettativa creata nel lettore, uno strisciante pessimismo si insinua tra le righe. La “possibilità di narrare fatti e diffondere idee”, di cui si parla all’inizio, si trasforma in tristi riflessioni sulla condizione di chi scrive: “il giornalista” che “compie un servizio pubblico senza soldi pubblici” è privo di difese di fronte allo strapotere della politica. Egli scrive seduto su sedie sgangherate, senza soldi, senza aspirare ad una poltrona, senza ambizione. Il politico, grazie alle risorse pubbliche di cui dispone “immensamente maggiori di quelle del giornalista”, ha il potere di metterlo a tacere minacciando azioni legali nei suoi confronti, qualora si riveli “scomodo”. “Questo limita enormemente il ruolo dell’informazione come garante della democrazia”. Il vittimismo dell’autore raggiunge il climax parlando di ricatti e di richieste milionarie di risarcimento, che subisce chi scrive sino a diventare, nella peggiore delle ipotesi, servo del potere.
    Tomax, ti dico con grande sincerità che non è condivisibile questa la Tua visione del giornalismo. Un giornalista non viene messo a tacere dalla politica con la minaccia di una ”querela” o con la querela stessa! Si difende! Con crescente determinazione. La denuncia- querela che si può muovere ad un giornalista presuppone l’esistenza di un reato, se l’ipotesi di reato non sussiste la denuncia è vana; minacce e ricatti subiti possono essere denunciati alle autorità competenti (se venisse recepita la Tua proposta a riguardo si inibirebbero le denunce contro chi compie reati e i cittadini, giornalisti compresi, sarebbero meno tutelati).
    OGNI PERSONA PUÒ DIRE E SCRIVERE CIÒ CHE PENSA IN ITALIA, IN EUROPA E IN TUTTI I PAESI LIBERI NEL MONDO a patto di non violare libertà e diritti altrui.
    Non credo che senza libertà di stampa “saremmo una società di corrotti e mercenari”, come Tu affermi, credo che saremmo privati di diritti insopprimibili. Sono orgogliosa che questa libertà oggi esista e possa riflettersi sull’opinione pubblica ed il pensiero di ognuno di noi. Noi siamo liberi!
    Montanelli diceva che i requisiti per fare il giornalista sono indipendenza e schiena dritta: il coraggio sufficiente per scrivere in totale libertà. Libertà che non è certezza acquisita, ma conquista di ogni giorno.

  2. Patrizia,

    Sono perfettamente d’accordo. E’ chiaro che la libertà si conquista giorno dopo giorno. Chiunque scriva non può ignorare gli insegnamenti del grande Indro, per il quale il giornalista ha un solo padrone: il lettore.

    Sin da quando ho impugnato la penna, proprio per dare voce alla piazza più che al palazzo, sapevo che avrei dato fastidio e subito pressioni. Puntualmente sono arrivate e puntualmente arrivano. Ormai sono abituato: una telefonata minatoria, una mail mellifluamente minacciosa al direttore o la lettera di un avvocato scivolano addosso con facilità. Questo non significa, però, che non ci siano dei costi. Un costo economico: perché, per quanto tu abbia ragione, una causa legale costa e l’esito non è mai certo al 100%. Un costo morale: perché mantenere la calma di fronte ai soprusi richiede impegno e forza d’animo. Un costo umano e professionale: perché bisogna utilizzare ore del proprio tempo per difendere il proprio operato, togliendolo ad altro, come la famiglia o il lavoro.

    Se nelle classifiche sulla libertà di stampa l’Italia è perennemente dietro a Paesi dove l’analfabetismo è ancora una piaga come Haiti, Namibia, Ghana, Capo Verde o Burkina Fasu è bene porsi qualche domanda. Ed è altrettanto bene cercare qualche risposta e trovare qualche soluzione.

    La giusta solerzia con cui si punisce la diffamazione a mezzo stampa deve al più presto trovare equità con quella con cui si dovrebbe punire l’abuso di potere, reato ben più grave e di cui non si può neppure presumere la buona fede.

    Rimarco nuovamente la convinzione che una stampa facilmente ricattabile non potrà mai essere autenticamente libera. Pretendere almeno la parità di trattamento non è vittimismo. E’ solo giustizia.

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