Francia, politica italiana e leggi. Nuovi “pensieri sinistri”

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo una nuova puntata dei “Pensieri sinistri” del giornalista e consulente d’azienda Alfredo Pasotti che parla della Francia nonostante le recenti vicende di gossip e la tormentata politica italiana dei Berlusconi, Grillo e Renzi.

Trovo, in data 8 gennaio 2014, un pezzo decisamente e inaspettatamente surreale di Bernardo Valli, autorevole e collaudata firma della testata, dal titolo “La svolta di Hollande che spiazza la destra”. L’articolo risale ovviamente a prima che esplodesse la tragicommedia della Deuxième Dame de France. Cito: “L’ultimo intervento di François Hollande è stato definito social-liberale. E così era. Con quel discorso ha lanciato ‘un patto di responsabilità’ con le imprese, nel quale propone una riduzione degli oneri, una semplificazione amministrativa (nel mercato del lavoro), meno spese pubbliche, meno tasse in cambio di assunzioni e di un più intenso dialogo sociale. Va ricordato che neppure Nicolas Sarkozy, il predecessore di Hollande, aveva osato ridurre le spese pubbliche e ridimensionare l’ampio sistema assistenziale”. Un discorso – ma soprattutto un programma politico-economico – che secondo Valli sarebbe un duro colpo alla logora destra francese perché ne cavalca i cavalli di battaglia, per quanto “il suo discorso non aveva certamente come scopo principale quello di destabilizzare la destra. Se tradotta in pratica con successo, l’iniziativa social-liberale può dargli tuttavia popolarità, e quindi rafforzare la sua autorità e disperdere i potenziali rivali”. Il senso recondito di un tale articolo mi rimane celato. Se il mio avversario mi desse ragione su cose in cui lui mi contestava radicalmente, la prima cosa che farei non sarebbe sentirmi destabilizzato, ma quella di stappare un bottiglia e brindare. Nel caso in questione, poi, a maggior ragione, perché il presidente francese ha dovuto riconoscere non solo la sconfitta della linea politica della gauche, ma di una cultura, di una visione del mondo, di una tradizione secolare come quella del socialismo francese. Incredibilmente, Bernardo Valli non è nemmeno sfiorato da questa evidenza.

HollandeNon so cosa succederà nella destra francese a causa delle scelte politiche di François Hollande, ma forse sarebbe stato meno idiota chiedersi cosa succederà nella sinistra francese. Sempre a proposito di articoli che fanno sorgere dubbi su chi li scrive, ne vedo per caso uno dal titolo “Gli anni di piombo traditi dalla tv”. “Troppe omissioni in quel film” (10 gennaio 2014) a firma di Silvia Fumarola. Riguarda una fiction televisiva che ricostruisce la vicenda del commissario Calabresi, ammazzato da Lotta Continua nel 1972. L’autrice riferisce il parere di uno storico, Guido Crainz, il quale stronca la fiction, perché a suo avviso – almeno così pare di cogliere dalle sue parole – la ricostruzione del contesto non è quella corretta. E quindi quel che ne segue è fuorviante. Ascoltiamo. “Nel momento in cui scompare il clima dell’autunno caldo, quello che accade dopo [nella ricostruzione televisiva, cioè] resta incomprensibile”, perché, in buona sostanza, “non si spiega mai che la stragrande parte degli atti violenti sono fascisti”. Così l’ortodossia storica è ristabilita: “cancellando la pesante presenza dei neofascisti — c’è solo una scritta su un muro — si deforma tutto, non si capisce come nasca la pista nera. E infatti leggo che ai giornali di destra la serie è piaciuta (…). Il punto è questo: scompaiono i fascisti, le ragioni da cui nasce la strage di piazza Fontana, e scusate se è poco. Dietro quella strage c’è tutto quello che sarebbe successo dopo”. E’ bene evidenziare la chiusa: “Dietro quella strage [di matrice neofascista, ovviamente] c’è tutto quello che sarebbe successo dopo. Cosa è successo dopo? Solo quindici anni di terrorismo militare, culturale e politico rosso, che hanno devastato l’Italia – prima di tutto dal punto di vista etico – facendo piazza pulita di ogni valore civile. Espropri proletari violenti, attentati e omicidi per la causa della rivoluzione comunista, la terrificante normalità del delirio politico di Brigate Rosse, Lotta Continua, Potere Operaio, Prima Linea. Senza contare che piazza Fontana (12 dicembre 1969) era stata preceduta dall’inondazione rossa del Sessantotto e dall’autunno caldo (e rosso) del 1969.

Ma apprendiamo dal professor Crainz che in Italia il cuore della rivoluzione rossa era in realtà nero. Con buona pace di quelli che hanno sparato e ammazzato in difesa del proletariato, senza accorgersi del malinteso. Vera perla di robinuddismo in salsa italiota è invece l’articolo “Welfare in tempo di crisi” di Massimo L. Salvadori (16 gennaio 2014). La patrimoniale invocata (questa volta) da Susanna Camusso viene qui giustificata e auspicata anzi, come possibile copertura finanziaria dell’assegno universale proposto da Matteo Renzi, per i più colpiti dalla crisi in atto. Ma prima di tutto la storia. Dopo aver ricordato le sagge contromisure alle crisi del 1929 e del 1945, Salvadori nota come tutta opposta è stata ed è la risposta alla crisi che, iniziata nel 2008, morde ancora pesantemente. Quando quest’ultima scoppiò, da quasi trent’anni era in corso l’offensiva neoliberista, che, mentre invocava la libera iniziativa di ciascun individuo, nei fatti aveva lasciato padrone del campo le oligarchie finanziarie e industriali e seguito linee di sempre maggiore contrazione delle istituzioni del welfare. (…) Negli anni successivi al 2008 le oligarchie plutocratiche – le quali grazie alle loro avidità speculative avevano provocato il disastro (…) – ci fecero assistere a questo spettacolo, davvero brillante dal loro punto di vista: i nemici giurati dell’intervento pubblico rovesciarono sui bilanci statali e sulle tasche della massa dei contribuenti semipoveri e poveri i costi della crisi di cui erano interamente responsabili. Al danno si aggiunsero le beffe. L’esito è stato l’accrescersi in maniera esponenziale delle diseguaglianze”. La ricostruzione storica ad usum Delphini è quella che è, ma non è l’approssimazione più grave. Sfugge invece, nel ragionamento dell’autore, in che modo la patrimoniale che il segretario della Cgil vorrebbe imporre all’agricoltore di Vercelli, all’artigiano di Lumezzane, all’industriale di Vicenza o al libero professionista di Faenza, possa costituire un rimedio o la giusta riparazione alle sfrenatezze neoliberiste degli ultimi trent’anni che ha messo il mondo nelle mani delle plutocrazie globali. Il termine è mussoliniano quant’altri mai, a dimostrazione che le plutocrazie non hanno colore politico. Sono plutocrazie e basta e si servono di chi pro tempore governa. Ad ogni buon conto, la logica del robinuddismo è qui un tantino incongrua: se le plutocrazie sono le responsabili del disastro, perché non sono loro a pagare il prezzo della crisi?

Grillo Berlusconi RenziE se responsabili sono (anche) gli Stati ignavi o compiacenti, perché l’artigiano lumezzanese o il libero professionista faentino dovrebbero sentirsi eticamente in obbligo nei confronti di uno Stato incapace e succube dei plutocrati? Ma per uno Stato è decisamente più facile avere ragione dell’artigiano lumezzanese o libero professionista faentino. E questo è il cuore del robinuddismo politico in salsa italiota: ancora una volta, l’essere forti con i deboli e deboli con i forti. Costernato, leggo il commento di Barbara Spinelli in “La Fiaba moderna della Grande Trattativa” del 22 gennaio 2014. Un’orazione alla Demostene contro la sciagurata “sintonia profonda” fra il Cavaliere di Arcore e il sindaco di Firenze. Perché “negoziare non solo la legge elettorale ma anche la Costituzione con un pregiudicato è difficilmente giustificabile” perché così “la politica più che autonoma è sconnessa dalla giustizia, Berlusconi ha milioni di elettori e solo questo conta”. E allora “che ne è della maestà della Legge?” si chiede quindi accorata l’autrice. Ed entrando nel merito del patto sciagurato della nuova legge elettorale, osserva che “la rappresentatività neanche è menzionata” e la corresponsabilità del Pd nello scempio è senza scusanti, a partire da Veltroni senza dimenticare D’Alema e Violante e l’assassinio politico di Prodi in occasione della elezione del presidente della Repubblica. La responsabilità più grande del Pd è “un’autocritica storica che tarda a venire”. Così succede che un Berlusconi qualunque “anche se condannato, s’ostina a definire desueta la Costituzione del ’48”, trasmettendo il messaggio che “il ’48, in altre parole, fu un inizio nefasto” della storia repubblicana. Ma la società civile ha reagito di fronte a tale nefandezza perché “la crisi ha partorito Grillo” e diviso l’Italia in tre.

E così manifesta la sua volontà di opporsi alla sciaguratezza che si sta consumando, e cioè l’obiettivo di “un comando oligarchico, non prigioniero delle troppo frammentate volontà cittadine”. Tralascio ogni commento sull’implicita riduzione di sette milioni di elettori a pregiudicati, sulla migliore delle Costituzioni possibili di cui in democrazia non è consentito opinare diversamente o sulla maestà di una Legge che da troppi decenni produce leggi stupide, surreali, sbagliate, contraddittorie e ambigue. Usciamo invece per un attimo dal mondo incantato dell’autrice, in cui tutti i politici sono per definizione Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer e tutti i cittadini hanno la sensibilità e la cultura di Giacomo Leopardi o di Virginia Woolf e la dirittura morale di Thomas Moore. Nel Parlamento tripartito di oggi, per fare una legge elettorale ci vuole ahimé una maggioranza. Il Movimento Cinque Stelle, in attesa di avere la maggioranza assoluta per diritto divino, rifiuta ogni collaborazione. Rimane Berlusconi, ma andare d’accordo con lui significa vendere l’anima al diavolo. Che fare? Alla luce dell’articolo, mi sembra rimangano due soluzioni. La prima: calare direttamente dall’iperuranio di Platone la migliore delle leggi possibili, che non potrà non avere l’unanimità dei consensi, perché sarebbe incomprensibile e inammissibile il contrario. In alternativa, si può sempre evitare di proporre alcunchè. Non proporre non comporta controindicazioni, non richiede compromessi, non comporta di legittimare pregiudicati o causare spaccature all’interno del partito. In fondo la politica è rappresentanza, confronto fra idee, testimonianza etica. Non certo governare. E se il Paese va a fondo? L’importante è che ci vada democraticamente, ben rappresentato ed eticamente irreprensibile.