BOVEGNO – Graticelle, festa (monca) di Sant’Antonio con il coprifuoco

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Graticelle torna sugli scudi con la centenaria festa del patrono Sant’Antonio Abate. È (era) una gran festa, di una settimana, senza orari, senza impegni, fuori dal tempo e dagli schemi. Come sappiamo inizia il 17 gennaio con la messa e la pubblica asta. Ci vado di domenica pomeriggio: momento ‘tranquillo’; è nelle sere nelle quali ci sono i suonatori che la festa diviene rovente. È consigliabile andare a Graticelle a piedi. È un percorso che, volendo, induce a profonde meditazioni prima della baraonda della festa. Se, ad esempio, dal ristorante Bassù salite per il sentiero dei mufloni, avrete modo di sperimentare il lento disfacimento di una passeggiata eco-zoologica, peraltro molto breve (poche centinaia di metri), che era simpatica e rilassante: staccionate divelte, il sentiero a tratti franato, la recinzione dei mufloni che pare stia per cedere, un albero sradicato di traverso sul sentiero ad altezza d’uomo… Sarà la leggera pioggia e il giorno bigio ma l’animo si incupisce un po’ quando il corpo attraversa questo piccolo mondo decadente, dove l’opera di uomini saggi e volenterosi è lasciata al degrado e all’abbandono.

Il santuario di Graticelle
Il santuario di Graticelle

Sensazioni accentuate quando, nei pressi del bivio per i Prati Magri, guardi in basso il Mella di Graticelle che scorre irruente laggiù, sul fondo di uno scosceso declivio ingombro di piante sradicate, alcune tagliate, arbusti secchi, scheletrici rami spelati, giallognoli e luccicanti di pioggia che tendono spettrali dita al cielo. Fondamentale passare per la fonte di Sant’Antonio: oggi straborda di preziosa acqua che impregna le caduche foglie rugginose. Bevi, terrestre pellegrino, anche se non hai sete e poi, se camminando per l’ultimo tratto verso Graticelle ti capita di vedere una gallina nel prato che ti fissa, fermati paziente viandante e parla pure con lei: in questi magici giorni ti racconterà cose che noi umani neanche ci immaginiamo (ti spiegherà anche se è nato prima l’uovo o la gallina). E non preoccuparti di far tardi: nel frangente il tempo non scorre; ti fermi a parlare con la gallina alle 16,15 e alle 16,15 riparti più saggio e sereno. Arrivo finalmente al Tiratarde, l’unico bar del paese, il perno dei festeggiamenti. Gente che va e che viene; si gioca a briscola e alla morra in maniche corte; si sbocconcella salame e affettato; si chiacchiera, si discute, si questiona… Ma soprattutto ci si saluta: entro e un longilineo mandriano mi guarda; lo guardo; si avvicina “Ma cognohet piö…” Resto interdetto; il signore si gira verso gli amici “El me cognoh piö… – poi rivolto a me – te toe el saluto…” “Ma certo, adesso mi ricordo: ti avevo fatto l’intervista su a Redicampo… Quanti anni fa?” “I harà almeno tre agn. Te het piö ignit a troam…” e via di questo passo.

Promesso: quest’estate salgo a trovarlo il Ruggero “…E fom polenta…”. Nella sala del Tiratarde c’è anche il giovane mandriano Erik ‘Gas’, con sua mamma, che aiuta il Ruggero con le mucche “Piotost che lahal en giro per le piahe…”. Quest’anno però la festa è ‘monca’: le musiche devono cessare all’una e alle tre il Tiratarde deve chiudere. Così hanno ordinato dall’alto a causa delle proteste, con tanto di esposto, di privati cittadini (disturbo della quiete pubblica) e così si va svuotando una tradizione centenaria. Dopo l’una gli avventori si spostano in altri locali per andare a ballare e a divertirsi. Non sono contenti di questa cosa a Graticelle e Mauro, il proprietario del Tiratarde, si fa portavoce del dissenso popolare. “Il 17 gennaio – spiega Mauro – qui a Graticelle è come se si schiacciasse l’interruttore della luce: inizia la festa più importante in assoluto per la nostra comunità; per Sant’Antonio i mandriani scendono dalle malghe e tornano in paese anche gli emigranti. Una volta si ballava tutta la notte e il giorno si andavano a trovare i conoscenti e gli amici e c’era sempre un posto per mangiare o per riposare. Una volta. Adesso con questa specie di coprifuoco passa la voglia di festeggiare”. Già, passa la voglia; anche se il Brian continua a salire sul campanile per suonare di allegrezza prima di andare agli allenamenti di calcio; anche se il paese si impegna negli addobbi; anche se la gente continua a offrire cose e animali per l’Asta; anche se il Mauro e sua moglie continuano a preparare spiedi, trippa, bolliti, porcini…

Passa la voglia perché la grandiosa semplicità di questa festa che ha attraversato i secoli, crolla sotto il peso di norme ‘civili’. Passa la voglia anche se, mi spiega la Vittoria, gagliarda mamma di Mauro, l’Asta è andata molto bene e i circa tremila Euro raccolti serviranno a pagare i lavori di sistemazione del piccolo sagrato della chiesa. E con la Vittoria vado a visitare la bella chiesa di Graticelle. “Però ho mia he ghe el Tone” “El Tone???” “Si la statua di Sant’Antonio. Non so se è ancora in chiesa o l’hanno già spostata”. Trasciniamo con noi anche un riottoso Gas. Sant’Antonio è ancora lì, con il suo porcellino ai piedi. Torniamo al Tiratarde; continua ad arrivare gente, si continua a giocare a briscola a bere vino a cercarsi a chiedere informazioni di questo e di quello… Tutto appare naturalmente semplice, armonioso, fissato da antiche consuetudini e il tempo se ne scappa lungo le acque del Zerlo e del Sarle. Una festa raccolta, consumata in armonia tra quattro case e due strade. Forse proprio perché semplice e naturale crea invidie e paure. Poco prima proprio la previdente gallina, mi aveva detto tre frasi, riguardo a Graticelle e alla sua festa (frasi che ho compreso sulla via del ritorno). ‘La semplicità è la forma della vera grandezza’ e ‘Se l’invidia o l’ignoranza, deridono la tua semplicità, non crederti insultato e prosegui con indifferenza’ e ancora ‘La leggerezza dell’essere e la semplicità sono per molti insostenibili: se voli via ti abbattono’. Adesso provate ancora a dire che la gallina ‘ha il cervello di gallina’!