NEWGEN VOICE – Riforma della giustizia: quando la pena diventa un’utopia

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Difficile rispettare la scadenza di maggio, ma la nostra ministra Annamaria Cancellieri ce la sta mettendo tutta. La Corte dei diritti umani di Strasburgo, nell’ambito della sentenza Torreggiani, ha infatti condannato l’Italia per il problema del sovraffollamento delle carceri, che costringe la popolazione carceraria a condizioni di detenzione al limite dell’umano. La Corte ha fissato il termine del 27 maggio, termine entro il quale il Governo italiano deve rispondere ai rilievi con misure adeguate.

Così la Guardasigilli s’è rimboccata le maniche per dare forma ad una riforma della giustizia che si prefigge come obiettivo principale quello di snellire i processi in materia penale ma anche civile, di accelerare i tempi e di ridurre, come chiesto dall’Europa, la popolazione carceraria.

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Emergenza carceri: le ventilate amnistia ed indulto potrebbero non bastare per risolvere il problema, così la ministra, coadiuvata da un’apposita commissione presieduta da Giovanni Canzio, il presidente della Corte d’appello di Milano, sta pensando ad introdurre elementi di novità in materia d’arresto. L’arresto è un provvedimento limitativo della libertà personale avente natura precautelare, nel senso che anticipa quella tutela alla quale le misure cautelari sono preordinate. In particolare l’arresto, che può essere disposto solo in flagranza di reato, mira a impedire che il reato venga portato a conseguenze ulteriori e ad assicurare alla giustizia l’autore dello stesso. Orbene, cosa si intende modificare di tale istituto con la riforma? La Cancellieri vuole introdurre l’obbligo per il giudice di interrogare l’indagato prima di arrestarlo. Usando un’espressione di Marco Travaglio, la ministra ritiene forse che sarebbe poco “sportivo” per l’arrestato farsi trovare a casa dalla Polizia Giudiziaria per farsi mettere le manette ai polsi. Insomma, è giusto giocare alla pari: l’arrestando dovrà essere preavvertito col dovuto anticipo dell’intenzione dei giudici di procedere all’arresto. Dovrà essere prima convocato per un interrogatorio nel corso del quale verrà informato dei sospetti che gravano su di lui. Solo poi si potrà procedere all’arresto. Insomma, riceverà – si ipotizza – una sorte di lettera dal seguente tenore: “Oggetto: notifica della volontà di disporre un arresto nei suoi confronti. Egregio Sig. Tizio, con la presente siamo a comunicarLe la volontà di questa autorità giudiziaria di procedere al di Lei arresto. La invitiamo pertanto a presentarsi presso l’ufficio ‘Notifiche Arresti’ del Tribunale di Brescia per l’interrogatorio, nel corso del quale verrà reso edotto circa i sospetti a suo carico”.

A far sorgere l’emergenza carceri anche l’uso forse eccessivo della misura cautelare maggiormente afflittiva, quella della custodia cautelare, che in realtà il nostro legislatore concepisce come extrema ratio, cioè come misura alla quale è possibile ricorrere solo ove le altre previste nel nostro ordinamento si rivelino inadeguate rispetto alle finalità cautelari perseguite ed ai rischi da scongiurare. Basti pensare che in Italia il 40% circa della popolazione carceraria è costituita da persone in attesa di giudizio. Attualmente tale misura cautelare viene adottata, su richiesta del pm, dal Giudice per le indagini preliminari (Gip) con apposito provvedimento, tenuto conto del quadro cautelare. Contro tale provvedimento l’indagato, tramite il suo difensore, può ricorrere al Tribunale del Riesame, organo collegiale formato da tre membri togati, ovvero, mediante un ricorso c.d. per saltum, in Cassazione. Ma per il Governo tali garanzie non sono sufficienti: ecco perché la riforma della giustizia prevede che a decidere in prima battuta sulle esigenze cautelari non possa essere un solo giudice, bensì tre. Inoltre sembrerebbe che il ddl governativo voglia eliminare il Tribunale del Riesame, giudice che decide sull’impugnazione dei provvedimenti coi quali le misure cautelari sono disposte. Secondo la ratio della riforma, probabilmente, essendo tre i Gip che decidono sulle esigenze cautelari, è garantita una maggiore ponderatezza della decisione, pertanto si renderebbe superflua la possibilità per l’indagato di contestare l’esistenza dei presupposti richiesti della legge per la misura disposta.

Altre novità: nell’ambito del giudizio abbreviato, procedimento deflattivo del dibattimento, per snellire il procedimento, è preclusa la possibilità per le persone danneggiate dal reato la possibilità di costituirsi parte civile. In tal modo i tempi entro i quali si approderà a sentenza saranno più celeri. Sì, ma i soggetti che intenderanno far valere le loro pretese civilistiche saranno costretti ad avviare una separata causa civile, dai tempi incerti e dai costi enormi.

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Il ddl toglie poi i limiti al colloquio nei primi cinque giorni fra l’arrestato ed il difensore, eccezion fatta per i reati più gravi di mafia e terrorismo. Fin dall’inizio, quindi, gli avvocati potranno consigliare ai loro assistiti come muoversi, per evitare che, magari ingenuamente, si lascino a dichiarazioni che potrebbero poi discordare con la strategia difensiva adottata. Meglio che vengano istruiti e imboccati fin dal primo giorno.

Per quanto riguarda poi i tossicodipendenti, per fatti non rilevanti verrà tolta la recidiva; inoltre i verranno aiutati a reinserirsi nella società, attraverso le comunità di recupero. Ben vengano tali enti, ma per quale motivo i tossicodipendenti non devono essere soggetti alle norme in materia di recidiva? Si spera che nei prossimi giorni la ministra Cancellieri possa spiegarcelo. Poi il nuovo reato di ‘spaccio lieve’, al fine di decongestionare gli istituti penitenziari. Nel decreto è prevista anche un’altra misura importante per gli extracomunitari colpevoli di reati: in alcuni casi gli ultimi due anni di carcere li sconteranno nelle prigioni dei paesi di origine.

Ma non è tutto qui: lo sconto per la buona condotta, che consente la liberazione anticipata dei detenuti, da 45 giorni ogni sei mesi sale a 75 giorni. In sostanza, ogni detenuto che si comporta bene, avrà ogni anno diritto ad uno sconto di 150 giorni, cioè 5 mensilità. In altre parole una pena di 10 anni si tramuterebbe in una pena di neanche 6 anni. La misura avrà un valore retroattivo da gennaio 2010 e sarà valida per 2 anni dall’entrata in vigore. Sì, in sostanza di tale beneficio potrà essere goduto per il periodo che va dal 2010 al – presumibilmente – 2016.

Sull’affidamento in prova viene nel ddl innalzato il tetto di pena da scontare per il quale si può beneficiare dell’affidamento in prova ai servizi sociali: ora è 3 anni, ma passerà a 4, ampliando così notevolmente la platea dei potenziali beneficiari.

Viene anche istituito il Garante nazionale dei detenuti, organo indipendente preposto a una tutela extra-giudiziale dei diritti di quanti si trovano ristretti negli istituti penitenziari. Per incentivare l’uso del braccialetto elettronico si stabilisce poi che questo strumento può essere applicato non solo a chi si trova ai domiciliari, ma anche a chi si trova all’esterno. Resta fermo che il detenuto deve dare il consenso.

Insomma, come recita un detto popolare, “si stava meglio quando si stava peggio”. La solita riforma all’italiana. Si stima infatti che nel giro di 7 anni tornerà ad essere attuale il problema del sovraffollamento degli istituti penitenziali. Ed allora che si farà?