America ed Europa: due modi diversi di affrontare la crisi

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo una serie di pensieri del giornalista e consulente d’azienda Alfredo Pasotti. E’ la nuova puntata di Pensieri sinistri con cui il nostro lettore apre il nuovo anno.

“Già due milioni di posti di lavoro in più nel 2013, e ora è certo che il 2014 sarà l’anno della svolta. Per molte famiglie americane, questo Natale ci saranno motivi importanti per festeggiare”. Così Federico Rampini su La Repubblica di sabato 21 dicembre per celebrare il +4,1% di crescita del Pil americano, auspice la politica economica democratica di Barack Obama. Un incremento inaspettato che fa chiudere l’anno con record assoluti in borsa, come non accadeva “dall’ultima Età dell’Oro, la New Economy di Bill Clinton e Al Gore”, senza dimenticare il grande merito della Federal Reserve che per molti mesi ha immesso sul mercato liquidità per 85 miliardi di dollari al mese. La crisi è ormai solo un ricordo e “che l’America ne sia uscita con tanto anticipo sull’Europa, lo deve alle risposte dell’Amministrazione Obama e della sua banca centrale. Il presidente ottenne dal Congresso (quando ancora aveva la maggioranza assoluta) una corposa manovra di investimenti pubblici antirecessione.

BceLasciò che il rapporto deficit/Pil salisse quasi al 12%, il triplo del limite massimo consentito nell’eurozona”. In più, “il dollaro ha goduto di una svalutazione competitiva con evidente vantaggio per l’export made in Usa”. Ecco dunque la ricetta geniale dell’amministrazione Obama: spesa pubblica, innalzamento del debito e svalutazione competitiva. Per la verità, ben prima di Obama e dei suoi illuminati consiglieri economici, a tale folgorante conclusione era già arrivata l’Italia degli anni Ottanta e Novanta del Novecento, l’Italia degli Andreotti,dei Craxi e dei Berlinguer. Con le conseguenze di cui oggi stiamo ancora gioiosamente godendo. Spendere-indebitarsi-svalutare è la ricetta risolutiva di tutti i progressismi del mondo, di ogni ordine e grado: che la svalutazione competitiva eviti di dover mettere mano a riforme strutturali e che l’esplosione del debito cancelli ogni prospettiva alle future generazioni, non sembra turbare le sinistre di ogni latitudine, comprese quelle nostrane che intanto partecipano a manifestazioni e talk show contro la disoccupazione giovanile.

ObamaCon Obama trionfa il modello del progressismo mondiale, “un modello di sviluppo molto simile a quello pre-2007”, conclude osannante Rampini. Così, se ci aspetta un nuovo 2008, sapremo chi ringraziare. Maurizio Landini, inossidabile segretario della FIOM-CGIL, in una intervista a La Repubblica del 14 dicembre, dà la sua ricetta per far ripartire le cose: “azzeramento delle forme di precarietà, inserimento del reddito minimo, riduzione degli orari, nuovi investimenti pubblici e privati, salvaguardando l’industria pubblica anziché svenderla con le privatizzazioni”. Proviamo a vederci un po’ chiaro. Primo: azzeramento delle forme di precarietà. Obiettivo auspicabile, ovviamente, a cominciare dalle famiglie più provate dalla crisi. Misure attraverso cui sia perseguibile? Creazione di nuovi posti di lavoro sicuri. Dove? Non certo nelle imprese che stanno chiudendo.

Allora commissariamo le imprese che cercano di sopravvivere imponendo loro assunzioni obbligatorie e presenza del sindacato? Oppure ricorriamo al pubblico impiego che da decenni sta trascinando a fondo il debito dello Stato? Secondo: inserimento del reddito minimo. Anche questo obiettivo assolutamente condivisibile, soprattutto dalle famiglie più provate dalla crisi. Misure attraverso cui perseguirlo? Nuove risorse, ovviamente. Ma dove trovarle? Difficile aumentare ancora le tasse – e questo lo può capire anche uno come Landini. Allora, diminuendo gli sprechi e le inefficienze di Stato? No, perché significa creare altra disoccupazione e quindi aumentare il numero degli assistiti e quindi dell’entità delle risorse da trovare. Rimane il solito perseguimento dell’evasione fiscale. E’ la ricetta geniale di tutti quelli che vogliono il fine senza volerne i mezzi. Il sogno è quello di un Paese con tasse alte dove tutti le paghino, come i Paesi del Nord Europa. Dimenticando che, nel civilissimo Nord Europa, a tasse alte corrispondo redditi molto alti e lo Stato non è il colabrodo che ci troviamo nel Bel Paese: qui da noi le tasse alte servono a garantire il precario equilibrio di uno Stato cialtrone che nel tempo ha legittimato e tutelato il saccheggio della pubblica ricchezza.

Terzo: riduzione degli orari. A parità di retribuzione, ovviamente. Quindi aumento corrispondente del costo del lavoro, che è già insopportabile a causa della fiscalità dissennata dello Stato. Conseguente ulteriore affossamento della competitività del Sistema-Paese e grande festa per i Paesi che stanno già imponendosi sul mercato globale. Quarto: nuovi investimenti pubblici e privati. Tralascio per pietà di Patria ogni discorso sugli investimenti pubblici – che necessitano di ulteriori risorse, ovviamente. Per quanto riguarda gli investimenti privati, il contesto italiano (politica incapace e vorace, Stato inefficiente e kafkianamente burocrate) è esattamente di quelli che invogliano a investire. Quinto: salvaguardare l’industria pubblica anziché svenderla con le privatizzazioni. Privatizzare e svendere non sono di per sé sinonimi. In Italia sì. Se non altro perché il tasso di sindacalizzazione delle aziende pubbliche è tale da scoraggiare qualsiasi acquirente, a meno che il prezzo non sia da saldo di fine stagione. Chi pagherebbe a peso d’oro un’azienda nella quale lo Stato italiano è il maggiore azionista e il sindacato determina le politiche aziendali? Quousque tandem, Domine? Fino a quando, Signore?