Il giorno più bello: comunione o separazione dei beni?

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Gli Articoli 143 e 147 del Codice Civile, che regolano il matrimonio, sanciscono gli oneri economici di entrambi i coniugi nei confronti della famiglia e dei figli. La legge consente agli sposi di scegliere tra due regimi patrimoniali quello che meglio permetta loro di adempire ai suddetti doveri: la comunione dei beni o la separazione dei beni.

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Nel periodo precedente alla Riforma del Diritto di Famiglia del 1975, il regime dei rapporti patrimoniali ruotava intorno alla figura del marito, mentre più marginale era la posizione della moglie. Il regime era qui quello della separazione dei beni. La Riforma ha inteso equiparare i coniugi, obbligandoli alla cooperazione, al fine di costituire insieme l’armonia della quotidianità familiare. Il regime patrimoniale più consono da applicare non poteva, in quest’ottica, essere quello della separazione, ma doveva essere quello della comunione. Fu imposta la logica del ” due cuori e una capanna “, sulla base del principio, sicuramente apprezzabile sul piano etico, che la comunanza di vita portasse come logica conseguenza la condivisione economica. La comunione tutelava evidentemente il coniuge più debole, rendendo comune l’acquisto del coniuge più forte, perché comune era stato lo sforzo che lo permetteva.

Va ad ogni modo specificato che i redditi sono oggetto di comunione solo se risultano non consumati in caso di scioglimento del rapporto (comunione del residuo); il risparmio quindi cade in comunione solo al fine della divisione. Il reddito corrente non è un bene comune, nonostante ciascun coniuge sia gravato dall’obbligo di contribuzione alla vita familiare. Riguardo alla responsabilità nei confronti dei creditori, il regime di comunione legale, formando una comproprietà fra i coniugi, riunisce tutti i beni in un complesso unitario ed autonomo rispetto ai singoli patrimoni personali dei congiunti. Dunque, per i debiti assunti dagli sposi, sia separatamente che congiuntamente, nell’interesse della famiglia rispondono i beni della comunione, ferma restando una responsabilità sussidiaria propria di ciascun coniuge con tutti i suoi beni personali, ma solo per la metà del credito. Diversamente, i debiti assunti separatamente ed estranei all’interesse della famiglia non permettono al creditore di aggredire principalmente i beni della comunione: il coniuge risponde infatti con i suoi beni personali e solo sussidiariamente e fino al valore corrispondente alla sua quota con i beni della comunione.

La comunione legale si scioglie nei seguenti casi: separazione personale; morte o divorzio; annullamento del matrimonio; provvedimento del giudice; fallimento di uno dei coniugi. Lo scioglimento trasforma la comunione legale in comunione ordinaria e successivamente vi è la divisione.

Resta pure possibile adottare un regime diverso da quello legale, la separazione dei beni appunto, dichiarando tale volontà nell’atto di matrimonio. In tale regime ogni coniuge conserva la titolarità esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio e amministra autonomamente quelli di cui è titolare esclusivo, fermo restante l’obbligo di contribuire alla vita familiare. I patrimoni di marito e moglie restano quindi separati durante il matrimonio, salvi i diritti successori nonché i diritti legati allo status di coniuge. Per ottenere la cointestazione di un bene, una volta optato per il regime di separazione, occorrerà esplicitamente dichiarare all’atto dell’acquisto tale volontà, specificando anche la quota di comproprietà da assegnare.

Semplificando molto l’argomento, si può concludere che la comunione legale resta preferibile se marito e moglie si trovano in una situazione di sostanziale parità economica come quando, per esempio, sono lavoratori dipendenti. Meglio invece la separazione se anche un solo coniuge svolge una professione o un lavoro autonomo, per rendere impermeabili i beni dell’altro alle sue vicende economiche, nel caso dovesse versare in situazioni di difficoltà.