NEWGEN VOICE – Nuovo indulto: clemenza o ingiustizia sociale?

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Indulto ed amnistia vengono spesso confusi, ma in realtà si tratta di due diversi istituti giuridici disciplinati rispettivamente agli articoli 174 e 151 del codice penale. Entrambi godono poi di copertura costituzionale ed il tratto comune deve essere ravvisato nella circostanza che entrambi gli istituti in parola sono ispirati a ragioni di opportunità politica e di pacificazione sociale. Si tratta di provvedimenti di clemenza: il primo causa l’estinzione della pena, la seconda estingue il reato.

imagesIl sovraffollamento delle carceri italiane negli ultimi tempi è divenuto sempre più prepotente e l’Unione Europea ha avuto modo in più occasioni di ammonire l’Italia, dove le condizioni di detenzione sono divenute inaccettabili. Come risolvere il problema? Con l’indulto, s’è detto, provvedimento che è atteso nei primi mesi del prossimo anno.  Gli indulti, in Italia, si sono susseguiti con elevata frequenza (in media uno ogni sei anni), ma il problema di partenza non lo risolvono; tant’è che in media nel giro di un anno dal provvedimento il numero totale dei carcerati torna a raggiungere un livello inaccettabile. Pare evidente, quindi, che il problema italiano sia di tipo strutturale e pertanto vada affrontato alla radice. Da troppo tempo si sente parlare di riforma della giustizia, ma di fatto i nostri istituti di pena continuano a rivelarsi strutture inadeguate, non solo dal punto di vista degli spazi ma anche rispetto alla funzione rieducativa che la pena dovrebbe assolvere. Sono i giudici che condannano troppo? Il tasso di incarcerazione in Italia si attesta sui livelli degli altri Stati europei. Semplicemente c’è bisogno di nuove carceri e c’è bisogno di rivedere il sistema della pene. E’ tempo di pensare all’introduzione delle c.c.d.d. misure alternative, almeno per quanto riguarda i reati non socialmente pericolosi, come i delitti in materia di stupefacenti. Il 40% circa dei detenuti, infatti, si trovano in carcere per aver violato la normativa in materia di stupefacenti. Molti di questi reati riguardano droghe leggere e coinvolgono quindi persone con un grado di pericolosità sociale prossimo allo zero. Inoltre il 40%  dei detenuti condannati per tale categoria di reati esce entro un anno, una specie di inutile porta girevole. Di quelli che scontano pene maggiori, solo il 30% beneficia di pene alternative al carcere, che andrebbero invece incoraggiate perché sembrano funzionare (basti pensare, a titolo esemplificativo, al braccialetto elettronico, strumento che in Italia riscontra uno scarso utilizzo).

carcere3L’indulto (o l’amnistia), oltre a non essere una soluzione al problema, sarebbe l’ennesimo fallimento dello Stato e della giustizia. Si parla con giusta ragione della dignità dei detenuti, ma mai si pensa alla dignità delle vittime, al loro diritto di ottenere ristoro, giustizia, riparo per quanto è stato loro tolto. Che cosa significa ‘clemenza’ per le vittime il Parlamento deve chiederselo. E deve chiedersi anche cosa significa ‘clemenza’ per tutti coloro che, per reati analoghi a quelli che andranno a costituire oggetto del provvedimento, hanno espiato la pena inflitta fino all’ultimo giorno.

Cosa significa ‘clemenza’ in uno stato di diritto come il nostro? Significa che quando non ci sono (o non si vogliono trovare) le risorse finanziarie necessarie per garantire il corretto funzionamento della giustizia, questa viene sacrificata in nome di esigenze economiche. Come se la sicurezza fosse qualcosa che può passare in secondo piano. E con lei la certezza della pena, il principio di uguaglianza ed il diritto delle vittime a vedere ristorate le loro ragioni.

In un periodo economico come quello attuale le risorse economiche di cui lo Stato dispone son quel che sono, ma non va dimenticato che il problema del sovraffollamento delle carceri interessa l’Italia da lungo tempo, da quando di crisi ancora non si parlava. I provvedimenti d’impunità bruciano, in una società in cui l’economia domina sulla morale, il principio di legalità, l’ideale di giustizia, la base stessa della civiltà, del vivere insieme.