Pro Lombardia vs Regione: “Briciole per archivi bresciani”

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo una lettera di Alfredo Gatta, attivista del movimento Pro Lombardia Indipendenza che parla delle Fondazioni bresciane e degli archivi, una delle memorie di un paese.

La prima condizione essenziale affinché la Lombardia possa intraprendere un cammino concreto per diventare un moderno Stato indipendente è che la propria popolazione raggiunga la consapevolezza d’essere una nazione ovvero una comunità con delle peculiarità culturali, storiche e linguistiche. Noi di Pro Lombardia Indipendenza non abbiamo certo dubbi sul sentirci Lombardi, ma dobbiamo ammettere che nella maggior parte dei nostri connazionali la coscienza di far parte di una comunità estranea allo Stato italiano è piuttosto labile. Da qui consegue la prioritaria esigenza di stimolare la nascita o, in alcuni casi, semplicemente la crescita dentro ogni Lombardo di un sentimento identitario, naturalmente con metodologie diverse da quelle autoritarie e ingannevoli che sono state tipiche dello Stato italiano nei suoi oltre 150 anni d’esistenza.

Pro Lombardia logoPer far questo non ci possiamo basare sullo studio della storia insegnata nelle scuole pubbliche italiane che non solo risulta insufficiente, ma il più delle volte dannoso. In generale non ci possiamo fidare dello Stato italiano che con la scusa del taglio dei costi superflui, ma in realtà attraverso una logica colonialista, sta smantellando interi archivi pieni di scritti e documenti che rappresentano parti importanti della nostra autentica memoria. D’altronde per lo Stato occupante è più facile farci accettare come inevitabile la situazione attuale se non sappiamo quello siamo stati e quello che in realtà siamo. Per cui è necessaria l’opera di uomini che mossi unicamente dall’amore per la loro terra e non certo da tornaconti personali dedichino tempo, energie e risorse economiche alla raccolta, all’archiviazione e alla divulgazione di ogni reale e attendibile informazione riguardante la loro comunità d’appartenenza.

Brescia ha avuto la fortuna di conoscere due fulgidi esempi di questi pionieri. Parliamo di mons. Antonio Fappani che nel 1984 ha dato vita a Brescia alla Fondazione Civiltà Bresciana in vicolo San Giuseppe 5 e di Gino Micheletti, imprenditore che nel 1981 è riuscito a coronare il proprio sogno di far nascere la Fondazione Luigi Micheletti sempre a Brescia in via Cairoli 9. Chiariamo subito un punto: Fappani e Micheletti non sono certo due indipendentisti, sono semplicemente uomini appartenenti ad aree culturali opposte (cattolica e comunista nello specifico) ma accomunati dall’amore per Brescia e per la Lombardia che, senza fini di lucro, hanno passato la propria vita (Micheletti è scomparso nel 1994 mentre Fappani ha oggi 90 anni) a ricercare e documentare lo studio della storia, della tradizione, della politica e del patrimonio culturale lombardo con particolare riferimento a quello bresciano. Ovvio che organizzazioni sociali di questo tipo abbiano dei costi gestionali non irrilevanti. Solo per esistere sono necessari ogni anno almeno 160 mila euro.

Se poi si volesse pubblicare un libro od organizzare un convegno ci vogliono risorse straordinarie. Fino a ieri le spese sono state coperte da contributi di altre fondazioni come quelle legate ad Asm e Ubi Banca San Paolo e per la maggior parte da finanziamenti da parte di Comune e Provincia. E dalla Regione Lombardia? Praticamente solo briciole. Lo scarso contributo da parte dell’ente regionale è sempre stato giustificato dalle persone addette come conseguenza di un inevitabile “bilanciamento delle competenze da parte dello Stato”. Fatto sta che è bastato che lo scorso anno il Comune di Brescia guidato dal sindaco Paroli ritirasse il proprio annuale impegno finanziario per gettare le fondazioni culturali bresciane in una grave situazione d’affanno. Se oggi Civiltà bresciana e Luigi Micheletti sono ancora attive è perché chi le dirige non si vuole arrendere e spera che un domani qualcosa possa cambiare. Ci sembra opportuno porre il problema all’attenzione dell’assessore regionale alle Culture, Identità ed Autonomie Cristina Cappellini. Sappiamo che è nata e si è laureata in Giurisprudenza a Brescia e che ha maturato negli anni un forte interesse per la letteratura, il cinema e il teatro.

Di conseguenza, anche se l’assessore regionale non risiede più nella nostra città, non può non aver conosciuto e frequentato delle realtà come le fondazioni culturali bresciane. Sappiamo che la priorità dell’assessorato da lei guidato è la tutela della tradizione e del patrimonio culturale-artistico lombardo. Sappiamo del suo sdegno per la scelta di escludere città come Bergamo e Mantova dalla short-list per diventare capitale della Cultura Europea 2019, crediamo sia altrettanto scandaloso che anche il patrimonio culturale di Brescia, che annovera un sito patrimonio mondiale Unesco subisca una simile umiliazione. Abbiamo accolto con piacere la recente approvazione, anche se in una prospettiva unicamente di regione italiana anziché di nazione senza Stato, della Festa della Lombardia il 29 maggio in ricordo della storica battaglia di Legnano. Sollecitiamo affinché lo studio di una soluzione che allevi la situazione di crisi economica in cui versa la cultura bresciana possa diventare al più presto un punto prioritario nell’agenda degli impegni della Regione Lombardia.

Non vogliamo, e ci auguriamo che la Cappellini sia d’accordo con noi, che il 29 maggio diventi per i Lombardi una festa calata dall’alto e completamente scollata dal sentimento popolare come quella del 4 novembre. Il 29 maggio deve essere il giorno in cui noi Lombardi ci ricordiamo d’ essere un grande popolo e una grande comunità. Questo non potrà accadere se noi tutti non faremo il possibile per evitare che ogni pagina della nostra storia venga persa o stracciata a causa dell’inettitudine di uno Stato centrale che ci è sempre stato estraneo ma che ha voluto cancellare la nostra identità e compromettere la nostra esistenza.