BRESCIA – Polemiche Tav, Pro Lombardia: “Opera imposta dallo Stato”

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo una lettera di Dario Pederzani, attivista di Pro Lombardia Indipendenza, sulla costruzione della Tav che interessa anche Brescia e le polemiche dei cittadini residenti che lamentano la scarsa informazione per una decisione “presa dall’alto”.

Anche la città di Brescia, al pari della provincia, è interessata dai lavori per la costruzione della Tav (treni ad alta velocità) e all’avanzare dei cantieri si accompagna l’aumento dei problemi per la cittadinanza coinvolta. Un giornale locale riporta la testimonianza del signor Sergio Cortellazzi, residente in via Roncadelle. “Sabato hanno cominciato a posare le recinzioni nei campi adiacenti alle nostre proprietà, forse si limiteranno a recintare anche i nostri giardini, forse entreranno subito con le ruspe, il problema è che non sappiamo niente del programma dei lavori. Vorremmo capire come verranno svolti, se di giorno, di notte, 24 ore su 24, se ci costruiranno davanti un muro di cemento, se installeranno delle barriere fonoassorbenti. Visto che ci passano sui piedi qualcosa in più potrebbero anche dircelo”.

No Tav BsAnche gli abitanti di via Toscana e del Villaggio Violino stanno subendo l’invasione della Tav e un’abitante, la signora Valentina Zanini, denuncia con una lettera “la scoperta a meno di un anno dall’inizio dei lavori dell’esproprio del proprio bene (vorrei ricordare che io l’ho scoperto leggendo per caso il giornale), il non sapere esattamente cosa accadrà, il non conoscere le tempistiche di esecuzione e soprattutto le condizioni di vita dopo i lavori. Gli abitanti di via Roncadelle hanno saputo solo la settimana scorsa dell’inizio del cantiere presso le loro case, tramite telefonata che intimava loro di sgomberare i beni sui terreni. Non sanno nemmeno cosa accadrà di fronte alle loro casa, distante appena 8 metri dalla linea di confine dei lavori”. Ricorda che sia l’ex sindaco Paroli che il sindaco Del Bono avevano promesso di informare la cittadinanza, ma “i mesi sono passati, i lavori entrano prepotentemente a Brescia, colpiscono i cittadini e non se ne parla. E’ cosi difficile spiegare cosa esattamente accadrà?”. L’impatto della costruzione della Tav è lacerante in città, ma anche in provincia, poiché il tracciato a sud del lago di Garda andrà a squarciare i colli morenici. Il famoso alpinista Fausto De Stefani ha commentato.

“La Tav in mezzo alle colline sarebbe un colpo mortale non solo per l’ambiente, ma per un’economia fatta di agriturismi, prodotti tipici, vitivinicoltura, turismo alternativo e sostenibile”. Putroppo in questi anni (e anche negli ultimi giorni) l’informazione ha concentrato la sua attenzione sulla tratta Torino-Lione e si è occupata quasi esclusivamente dei problemi di ordine pubblico nella Val di Susa (per la verità provocati da agenti esterni alla valle) ma raramente ha dato spazio alle voce e alle ragioni delle popolazioni residenti. Concretamente, infatti, i cittadini interessati dalla presenza dei cantieri della Tav (in Val Susa ma anche in Lombardia e a Brescia) si domandano perché, impotenti, devono subire espropri, essere costretti ad abbandonare le proprie case e assistere alla devastazione del proprio territorio, senza aver mai potuto “dire la loro” su un’opera che qualcun altro ha imposto e ha calato dall’alto sulle loro teste. Di fatto, la costruzione non è mai stata concertata con il territorio. Nel 2009 lo Stato italiano (Governo Berlusconi-Lega) impose sull’opera la cosiddetta Legge Obiettivo (legge 443 del 2001) che estromise dal processo decisionale tutti gli enti locali: enfatizzando la necessità delle grandi opere e della velocizzazione delle procedure, lo Stato italiano centralizzò qualsiasi decisione futura.

La retorica delle grandi opere dà per scontata l’assoluta necessità della costruzione della Tav, ma ovunque le popolazioni coinvolte manifestano dubbi, incertezze o aperta ostilità. Secondo il modello di democrazia diretta proposto da Pro Lombardia Indipendenza e ispirato al modello svizzero, ogni comunità avrebbe avuto il diritto di esprimersi su un progetto tanto impattante attraverso il ricorso a un referendum il cui risultato sarebbe stato cogente per tutte le istituzioni. Una democrazia compiuta non può prescindere dal coinvolgimento dei cittadini per la valutazione a 360 gradi di una grande opera infrastrutturale: il rapporto costi e benefici, i rischi per la salute, le conseguenze di natura ambientale e sociale (tra cui il rischio di infiltrazioni malavitose nei cantieri, già indagate dalla magistratura nei cantieri di Magenta, del parco del Ticino, di Palazzolo e Travagliato).

Invece, nelle nostre realtà decide lo Stato italiano grazie al paravento della “costituzione più bella del mondo” che non lascia nessuno spazio agli istituti della democrazia diretta e partecipativa: d’altronde riconoscere autenticamente la sovranità popolare e mettere in discussione l’opportunità e la fattibilità delle grandi opere sarebbe troppo pericoloso per chi gestisce il potere centrale e i connessi affari miliardari dei potentati economici amici. Lo sfacelo di questo paese del quale nostro malgrado facciamo parte è lo sfacelo di un sistema verticista, centralista e auto-referenziale, che potrà essere superato solo con la nascita di un nuovo stato lombardo. Federale al suo interno, inteso quasi unicamente come tavolo di incontro e coordinamento tra le comunità locali sovrane e fondato sui principi della democrazia diretta e partecipativa, con il frazionamento, la polverizzazione e la diffusione del potere, con l’avvicinamento del potere ai cittadini, facilitati nel compito di controllarlo e contenerne gli abusi, con il bilanciamento tra i poteri basato sulla responsabilità, l’autogoverno e l’autosufficienza economica.