Pensieri sinistri, il “Gattopardo” della politica italiana

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Abbiamo ricevuto in redazione e pubblichiamo di seguito un’analisi politica e storica del giornalista bresciano Alfredo Pasotti che parla di comunismo, uguaglianza e di una situazione “gattopardesca” della politica italiana.

Nel 1978 Enrico Berlinguer in una intervista al quotidiano La Repubblica affermava “…a me sembra del tutto vivente e valida la lezione che Lenin ci ha dato elaborando una vera teoria rivoluzionaria…”. Nel 1982, lo stesso segretario dell’allora Pci dichiarava esaurita la forza propulsiva della Rivoluzione di Ottobre, cioè proprio quella voluta e guidata da Lenin. Nel 1985, il compagno deputato Guido Carandini, in un articolo si chiede se non sia ora di ripensare il partito – il Partito Comunista Italiano – bollando la sua storia come “grande illusione”. Nel giugno dello stesso anno avvengono i tragici fatti di piazza Tienanmen e il 9 novembre crolla il Muro di Berlino. Il 15 novembre, il compagno Occhetto proclamò la necessità di una svolta radicale che chiuda con la storia passata del comunismo italiano. Il 3 febbraio 1991 ci fu lo scioglimento del Pci e la nascita di un nuovo soggetto politico il Pds accanto al quale e fuori dal quale gli irriducibili allestirono un soggetto politico con cui invece avrebbero voluto rifondare il comunismo – e dopo ventidue anni stanno ancora rifondando.

Enrico Berlinguer
Enrico Berlinguer

Da quel 3 febbraio, lentamente, senza sussulti, senza drammi, ma inesorabilmente, i termini comunismo e comunista furono condannati all’oblio. E la pietosa sceneggiata di Rifondazione Comunista, lungi dall’arrestare il doloroso declino del termine, fu invece funzionale allo scopo, perché consentì a pidiessini, diessini e, oggi, democratici, di indicare esattamente il luogo (politico e culturale) in cui quella parola ormai démodée era andato a pensionarsi e dunque a morire, purificandoli così da ogni contaminazione possibile. Così, per uno di quei giochi linguistici in cui eccellono gli eredi del defunto, comunismo è addirittura diventato quel termine usato da Silvio Berlusconi come risibile bersaglio di comodo per giustificare le proprie vere e presunte nefandezze. Così, per i più giovani (i quali non ricordano né Berlinguer né Occhetto), comunismo altro non è che una bieca invenzione del Cavaliere, buona per le battute antiberlusconiane dei comici di tendenza, alla Benigni o alla Crozza – e per i commenti di Gustavo Zagrebelsky su Repubblica. Fin qui il racconto, fra storia e cronaca.

E qui la cosa potrebbe finire se, leggendo le esternazioni degli Eugenio Scalfari, dei Gad Lerner, dei Massimo Giannini, delle Concita De Gregorio, per non dire dei Gustavo Zagrebelsky o dei Luciano Gallino, non si avvertisse un inconfondibile sentore di dejà vu, sepolto sotto strati di ritrovato senso civico, di peloso amor di patria, di sdegno etico fuori tempo ed equivoca laicità politica. Un dejà vu nel quale ritroviamo quella diffidenza e insofferenza insopprimibile per chi è o chi ha di più, quella centralità assoluta e quel valore esclusivo del lavoro dipendente, quelle richieste di controlli sempre più puntuali e interventi sempre più massicci da parte della Stato, quella voglia di azzeramento del singolo a fronte di un interesse generale, che ci era già stato venduto come il nuovo, gioioso orizzonte di questa derelitta umanità. Chi c’era negli Anni Sessanta e Settanta del Novecento ricorda bene in quali ambienti si ruminavano quelle idee. Ricorda bene gli ambienti in cui si inneggiava alla Rivoluzione di Ottobre di Lenin, alla Rivoluzione Culturale di Mao, all’eroismo rivoluzionario e antiamericano di Che Guevara, all’opzione rivoluzionaria di Camilo Torres e delle teologie della liberazione.

PDSGli ambienti in cui tutti erano compagni, cioè uguali per scelta e per necessità e questa necessità era cardine, criterio di giudizio e obiettivo di ogni scelta – culturale, sociale, politica, religiosa ed economica. Era l’epoca dell’intellettuale organico che doveva fiancheggiare il Partito per condurre il proletariato alla consapevolezza di sé e del proprio ruolo storico. La via rivoluzionaria sembrava allora inscindibilmente intrecciata con gli obiettivi del sogno comunista. Così, quando Belinguer disse quel che disse nel 1982, a molti sembrò ovvio che, caduta l’opzione rivoluzionaria, anche tutto il resto sarebbe caduto. Tuttavia, il segretario del Pci non cessò affatto di essere comunista, per il fatto che aveva dovuto rinunciare al sogno di una nostrana Rivoluzione d’Ottobre. E ciò per una ragione molto semplice: perché il cuore e cardine del comunismo non è lo spirito rivoluzionario o etico-giustizialista: per Marx il comunismo non è una prassi rivoluzionaria, ma è il risultato a cui la rivoluzione deve condurre.

Certo, lui riteneva che non ci fosse altra via che la rivoluzione per arrivare al comunismo. Ma il concetto di comunismo rimane altra cosa rispetto al concetto di rivoluzione. Ed è diverso perché cuore e cardine etico e antropologico del comunismo è il principio egualitario. L’egualitarismo – sdoganato dalla Rivoluzione Francese – è un concetto di enorme potenza e fascino: semplifica enormemente le cose, consente quindi di metterle agevolmente in ordine e soprattutto può prevenire incertezze e rischi del futuro. Ma la sua verità prima e ultima, il suo unico esito coerente è inevitabilmente il comunismo. Non si può essere davvero egualitaristi senza essere comunisti. Certo non tutti hanno il coraggio o l’intelligenza di trarre questa estrema conseguenza. E si attestano su posizione tanto ambigue quanto insostenibili, come il pauperismo cattolico o il veltronismo del detestabile non solo, ma anche. E’ quello che accade oggi nel tormentato panorama politico di una sinistra ancora e più che mai in cerca d’autore. Ma ogni epoca declina l’egualitarismo a modo suo, e quindi il comunismo, come il gattopardo, è in grado di passare indenne da un’epoca all’altra, anche quando sembra che tutto cambi, mentre in realtà l’essenziale non cambia. Leggere i commenti di Repubblica per credere.

alfredo.pasotti@phormalab.it