VALTROMPIA – Ma lassù il vento urla e il malghese mangia latte e rugiada

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Camminiamo tra i resti di una civiltà, di un’economia, di una società che sta perdendosi. Calpestiamo percorsi di antiche mandrie, sentieri pregni di passi, di fantasmi di pastori e malghesi che per anni hanno transitato e soggiornato in questi posti. Un mondo dove domina(va) l’ora, naturale, variabile: l’ora dell’estate è più lunga che l’ora inverno. Pare di sentire l’abbaiare degli intelligentissimi, fedeli e impagabili cani da pastore, il campanaccio delle vacche, i fischi e le grida (rare, non c’è fiato da sprecare) del mandriano. Storia andata. Antichi muri a secco di vecchie malghe si confondono nel caos di massi della Val Grigna e dal Goletto di Clodona, nella luce magra dell’alba, abitata dagli spiriti dei morti inquieti, con un fortissimo vento che solleva dal mondo antiche, telluriche, fantasmagoriche odi a chi era e sarà, la vista si apre sugli splendidi, tremendi paesaggi che fanno di questa parte del Giogo del Maniva uno dei più affascinanti territori della Valtrompia. Da tempo incontriamo pastori e malghesi. Da tempo ci dicono che la pastorizia di montagna senza gli incentivi scomparirebbe. Da tempo l’economia legata all’allevamento subisce contrazioni.

PENTAX ImageSecondo l’Anagrafe Nazionale Zootecnica, in Lombardia il 31 luglio 2003 c’erano 1.561.749 bovini. Nel 2013, stesso giorno, i bovini erano 1.440.566. L’Ersaf Lombardia, nella Relazione Alpeggi del 2012, forniva i seguenti dati sul bestiame monticato (il primo numero è quello del 2011 e il secondo quello relativo al 2012): vacche da latte 458/371, vacche asciutte 263/176, manze 252/288, manzette 173/221, vitelli 153/118, ovini 4.074/4950, caprini 1.011/1.111, equini 95/121 e suini 24/26. Secondo l’Ersaf “i dati confermano la generale tendenza a ridurre l’attività lattiero-casearia d’alpeggio a vantaggio di una alpicoltura di tipo più estensivo e meno impegnativa”. Ma la spiegazione della vita dura e castigata regge sino a un certo punto. Sarà la crisi, sarà una nuova concezione filosofica, sarà una nuova coscienza del rapporto uomo – natura ma anche un qualche giovane sta riscoprendo gli aspetti positivi, romantici e naturali, dei 2-3 mesi passati in malga. Anche perché la vita in malga è meno dura di un tempo: i collegamenti sono più agevoli e le malghe, in genere, sono più confortevoli. Due spiegazioni ‘ausiliarie’ possono venirci in aiuto: si chiamano denaro e burocrazia.

Il denaro, si sa, può essere bastardo e bugiardo. E il denaro, da quando è iniziata la rivoluzione industriale, scorre nel fondovalle. E nell’era del capitalismo finanziario non importa lavorare, importa guadagnare. Premessa: una malga sopporta un certo numero di ‘paghe’. La paga è quantificata in una mucca adulta (dopo che ha rotto i due denti davanti), oppure in quattro manze nate dopo il 25 luglio, o in due manze nate l’anno prima. Diciamo che questa ‘contabilità’ non riveste carattere ufficiale ma serve più che altro nei rapporti tra malghesi quando prendono in società una malga. Il Comune o la Regione stabiliscono il prezzo di affitto della malga. Ipotizziamo una malga da 300 paghe. Il malghese che affitta la malga dichiara di coprire la malga con 300 paghe. Prende i contributi per 300 paghe. Poi non fa niente se va in malga con 30 mucche: nessuno controlla. Questo provoca una ‘corsa alla malga’ anche da allevatori che vengono da zone lontane, da altre province, per accaparrarsi i contributi. L’altro aspetto è la burocrazia. Nei palazzi del fondovalle decidono, in cima ai monti devono adeguarsi. La burocrazia è quella bestia che esige la compilazione di una marea di carte tramite computer; la burocrazia è quel meccanismo che il 10 luglio manda su i tecnici del Comune e della Comunità montana a malga Mà per raderla al suolo e ristrutturarla: solo che il 15 luglio arriva la mandria e i malghesi si sarebbero trovati senza un tetto (decisione, quindi, rientrata dopo che i malghesi si sono incazzati di brutto).

La burocrazia è quel procedimento seguendo il quale tu fai una richiesta in carta bollata e poi aspetti… aspetti…. aspetti… mentre il tuo vicino, collega del tal dei tali, che ha prodotto la tua stessa richiesta, ha già avuto la risposta da tempo. Insomma ci troviamo nella classica palude con tante micro responsabilità, favoritismi, regole, scorciatoie che rendono ulteriormente faticoso e frustrante intraprendere o seguire un’attività già di per sé parecchio dura. Ci viene voglia di sentire qualcuno che questo mestiere lo fa per passione. Grazie ai numerosi informatori sul libro paga del nostro “capo” riusciamo ad avere un primo incontro con l’esponente di una famiglia ‘storica’ di malghesi: la Nadia Zanardini. È su al Passo Maniva, dietro una bancarella, che vende i prodotti dell’Azienda Agricola Zanardini P&D. La Nadia, che ha altre due sorelle e due fratelli, è quella che si può definire ‘una con le palle’. Da piccola mungeva le mucche prima di andare a scuola, poi la mamma Rita, premurosa, dopo accurato lavaggio, le metteva due gocce di acqua di Colonia in modo da coprire l’odore della malga, altrimenti gli altri ragazzi l’avrebbero tirata in giro. Erano i tempi nei quali il termine ‘Malgheh’ era offensivo. Si è poi laureata in Economia e Commercio, pur seguendo l’attività dell’azienda, continuando a mungere, a seguire le mucche durante la transumanza, ad andare per mercatini a vendere formaggi…

PENTAX ImageL’azienda ora ha sede a Mazzano e la Nadia abita (poco) a Rezzato. L’estate fa la spola tra Mazzano e il Maniva. Non gli manca la parola, alla Nadia e conferma sostanzialmente quanto si è detto finora. Parla di questa antica passione della famiglia per la mandria, per la malga; per le cose fatte bene: la mungitura fatta dove è la mucca, per esempio, senza condurla in stalla, portandosi dietro secchio e ‘gambù’ (il seggiolino a una gamba); le mucche distribuite su tutto il territorio della malga in modo che tutto il terreno venga brucato e concimato; parla di come alcuni preferiscano bruciare il fieno e comperarlo piuttosto che lavorarlo e di come l’ambiente dei malghesi sia spesso rovinato da gelosie e incomprensioni. “Comunque – dice alla fine – devi andare in malga a trovare mio papà Paolo”. Detto fatto. La domenica seguente, grazie ai nostri potenti mezzi, alle 7 di mattina sono in malga Mà. Il cane Fero (‘e’ aperta) abbaia ma, vista l’assonanza dei nostri nomi, ci intendiamo al volo. Mi accoglie il Paolo ‘Loatì’ Zanardini, ottantenne, di Memmo.

“Egnel da ‘ndoe che l’om chè…?” Gli spiego chi sono e cosa ci faccio lì (la Nadia, benedetta figliola, si è scordata di avvertirli). Arriva anche il figlio Domenico, 38enne, ed entriamo in malga dove c’è la Rita, settant’anni, di Bovegno, indaffarata in faccende domestiche. Due stanze essenziali (la parte nuova, che prosegue la struttura esistente, è ancora senza tetto): un fuoco, la tavola, due ‘bene’ (prime ‘e’ aperta, seconda chiusa; letto delimitato da tronchi, riempito di fieno e/o foglie secche coperte da lenzuola), una tavola, la cucina e poi vari strumenti e utensili necessari alla vita di malga. Il Loatì viene in questa malga dal 1946. Prima andava a Ravenola Vaga. Ha sempre fatto il malghese, come il figlio Domenico che viene quassù dall’età di 4-5 anni. Alle basse ha girato un po’ tutti i paesi in grado di offrire una stalla. In particolare è stato un ventennio a Travagliato dove sono nati la Nadia e il fratello Piero. Poi ha comperato a Mazzano è lì si è insediato il nucleo aziendale. Si chiacchiera mentre la Rita prepara il caffè.

Dicono che vi è stato un forte aumento della pecore (dati, peraltro, confermati dall’Ersaf) “Ma solo per la carne, perché la lana non vale più niente. Se vuoi dare la lana a chi la raccoglie gliela devi portare e gliela devi dare pulita, altrimenti non la prende. Non è buona neanche da bruciare”. Saranno state le nuove genti “chei del Ramadam” con la loro alimentazione a dare questo impulso all’allevamento di ovini. Chissà… Si parla dei contributi e del fatto che nel 2015, probabilmente non ci saranno più. E forse è meglio così. “Molte malghe chiuderanno – spiega Domenico – ma almeno si andrà in malga per necessità e passione e non per lucrare contributi”. I primi di settembre i Loatì sposteranno la mandria a malga Croce, di loro proprietà, sopra Memmo, per una quindicina di giorni. Poi arriveranno i due camion che, nella piazza di Memmo, caricheranno le mucche per portarle a Mazzano. “E anche questi del trasporto – sottolinea Domenico – sono costi non indifferenti”. Saluto Rita e Paolo. Domenico e Fero mi accompagnano verso il Goletto di Clodona. Seguiamo a tratti la nuova strada terrosa, che chissà se resisterà alle nevicate, tracciata grazie a dei contributi, forse europei. A un tornante Domenico mi saluta e torna. Fero mi segue. Saliamo. Domenico chiama Fero… Fero mi segue. Camminiamo. Domenico è ormai lontano. La sua voce quasi non si sente più. Mi fermo. Fero mi guarda. “I te ciama…” Fero come un razzo corre verso la malga.

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