Il governo del “fare”… nuove tasse e niente riforme

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L’ho scritto ieri che le premesse erano sconfortanti. E – puntuale come un orologio svizzero o, se preferite, come una nuova tassa italiana, è arrivata la conferma che al peggio non c’è mai una fine.

Il governo Letta il giorno del giuramento
Il governo Letta il giorno del giuramento

Questa mattina, intorno alle 9.15/9.20, il sottosegretario pidiellino all’economia Giorgietti, ci ha chiarito che “l’arrotondamento per eccesso di alcuni centesimi su alcuni bolli non si tratta di nuove tasse bensì” – udite udite – “appunto di un arrotondamento che, in fin dei conti, porterà nelle casse dello stato sì e no 40/50 milioni di euro”. Ma che abbiamo da lamentarci?

Alla domanda “dell’arrogante” collega di Radio24 che chiedeva conto del fatto che con tutti gli aumenti degli acconti nel 2014 ci sarà un ammanco di entrate – per altro anticipate – che dovrà essere, a quel tempo, a sua volta coperto, il sorridente e preparatissimo sottosegretario ha risposto che lui “sperava in una certa ripresa della crescita di cui tutti vedono i segnali”. Tutti chi?

Forse qualche povero imbecille che crede ancora che gli asini volino.

Sentite cosa scrive Sergio Rizzo – uno che di spesa pubblica e sprechi di pubblico denaro davvero se ne intende – sul Corriere.it di oggi: ” Aspettiamo ora con ansia di sapere come il Tesoro intende chiudere il buco. Perché di buco si tratta. Non serve una laurea per capire che la decisione di coprire il rinvio dell’aumento dell’Iva anticipando il pagamento delle tasse su redditi non ancora maturati causerà un problema nei conti pubblici a giugno del prossimo anno, quando i contribuenti avrebbero dovuto saldare il 100 per cento delle imposte dovute, e non invece il 110 per cento che verrà richiesto loro sette mesi prima della scadenza, a novembre. Richiesta per giunta beffarda, perché il peso di una tassa destinata a colpire chi consuma graverà indistintamente su tutti…
Le privatizzazioni sono paralizzate da un decennio. L’ultima, quella dell’azienda dei tabacchi, risale al 2003: era stata avviata cinque anni prima. Le cessioni del patrimonio degli enti previdenziali hanno generato grandi profitti privati senza intaccare il debito pubblico, il quale anzi continuava a salire. Nel frattempo lo Stato ha ripreso a dilagare nell’economia con la proliferazione di migliaia di società di capitali controllate dalle amministrazioni locali che hanno garantito poltrone, gettoni e stipendi a un esercito di 38 mila fra amministratori, sindaci e alti dirigenti scelti dai partiti. Incalcolabile è lo spreco di risorse, mentre ogni tentativo serio di liberalizzazione è stato sempre respinto e il costo dei servizi pubblici ha battuto ogni record continentale.
I famosi prezzi standard del servizio sanitario, ricordate? Nessuno ne parla più. Così come la concentrazione degli acquisti pubblici che potrebbe far risparmiare 30 miliardi l’anno è vanificata, rimarca la Corte dei conti, dalla polverizzazione allucinante delle stazioni appaltanti: oltre 23 mila. Neppure la revisione della spesa, avviata nel 2007 da Tommaso Padoa-Schioppa e ripresa da Mario Monti nel 2012, ha dato esiti concreti…
Le alternative dunque non mancavano. Bisognava però avere il coraggio (e la forza) di partire da qua, senza esitazioni. Diranno che non c’era tempo: l’Iva sarebbe balzata al 22 per cento il 1° luglio. Forse è vero. Ma siamo certi che di fronte alla prospettiva di un taglio rapido e consistente alla spesa pubblica improduttiva e di un corrispondente calo della pressione fiscale non sarebbe stato digeribile perfino un aumento temporaneo dell’Iva? Sempre meglio che tappare una falla aprendone un’altra.”

Credo non vi sia molto da aggiungere se non che – credo – anche questo governo farà la fine di quello precedente: franerà senza avere fatto alcuna riforma strutturale e avendo ulteriormente aumentato le tasse.

La cosa penosa è che questa classe politica naviga a vista, senza sapere esattamente cosa fare, cercando di tappare falle che tre mesi dopo si ripresentano sotto altra forma. Legiferano aumenti indiscriminati senza sapere di cosa trattano, su quali tasche andranno a gravare e quali cause produrranno nei settori produttivi e commerciali che vengono coinvolti.

Questi politici non sanno neppure come si faccia a fare la spesa al supermercato. Non sanno nemmeno le condizioni dell’asfalto sulle strade che tutti i giorni noi cittadini percorriamo per andare al lavoro – naturalmente i cittadini che hanno la fortuna di averne uno, di lavoro.