BRESCIA – “Giovani atleti raccontano”, si chiude con il Brera

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Si chiude con Brera la rubrica “Giovani atleti raccontano” che ci ha tenuto compagnia, ogni domenica, dallo scorso marzo.

Si chiude con un pezzo che il giornalista stese per Fausto Coppi.

Vogliamo proporvi proprio questo articolo, tratto da”La Gazzetta dello Sport” del 27 luglio 1949, perché ci sembra il più indicato nell’accompagnare gli ultimi due campioni del Liceo Brera incontrati in “Giovani atleti raccontano”, Enrico Sina e Sebastiano Pasini. Prima, però, sentiamo cosa hanno da dirci i due ciclisti.

Enrico Sina
Enrico Sina

«Probabilmente – dice Sina – ho scelto uno degli sport più impegnativi che esistono: il ciclismo.

Ho praticato molti sport fin da piccolo come il calcio, tennis, pattinaggio, ma la mia passione sono le due ruote.

Quando avevo due anni e mezzo parlavo poco, ma ero un campione in bicicletta senza rotelle.
Mano mano che vado avanti, il ciclismo si fa sempre più duro. Le gare cominciano ad allungarsi, i chilometri nella mia categoria, cioè “Allievo”, sono circa settanta, quindi gli allenamenti sono molto più pesanti.
Devo uscire tutti i giorni in bicicletta due ore e portare avanti l’impegno sportivo e scolastico diventa sempre più difficile.

Tutti i giorni arrivo a casa dopo la scuola, mangio velocemente e mi cambio per uscire ad allenarmi. Minimo devo percorrere quaranta chilometri, a volte con delle salite piuttosto impegnative.

Sono proprio le salite che mi fanno piacere così tanto questo sport: qui si sente la vera fatica, ma la mia soddisfazione è grande. Quando scollino, dopo aver danzato sulla bicicletta per pedalare meglio, sono molto contento della mia prestazione, ma inizio a temere per la discesa, visto che ho un po’ paura di cadere.

Spero di riuscire a continuare questo sport, perché nonostante i sacrifici miei e della mia famiglia che mi segue sempre, mi regala grandi emozioni e soddisfazioni, anche se non sono un campione. Quando partiamo in cento e più corridori alla gara, il pensiero è: “Spero di non cadere e cercare un piazzamento”, ma già terminare la gara mi gratifica, vista la fatica che ho fatto.

Anche se le notizie dei grandi campioni che fanno uso di doping fanno passare la voglia di fare ciclismo, io consiglio comunque a tutti questo sport: le due ruote danno un piacere personale, al di fuori della vittoria».

Sebastiano Pasini
Sebastiano Pasini

Diamo ora la parola a Pasini, classe II A, che lo scorso 1 giugno ha partecipato al trofeo memorial Marchina Presti, disputatosi a Ospitaletto: il giovane si è piazzato al quinto posto nella classifica generale, vincendo il titolo provinciale a cronometro: «Quando ero bambino, il nonno mi faceva vedere il Giro d’Italia, il Tour de France ed altre note gare ciclistiche alla televisione e, per questo motivo, mi sono appassionato al ciclismo.

Così, all’età di dieci anni, mi decisi a trovare una squadra e, dopo una lunga ricerca, la trovai: si chiamava “G.S. Bornato Franciacorta”. Il primo anno feci solo allenamento, per il solo scopo di prepararmi al meglio alle gare. L’anno in cui cominciai a gareggiare avevo undici anni ed ero nella categoria G5; la mia prima stagione non andò male, perché feci qualche piazzamento nei primi cinque. La seconda e la terza stagione furono le più prosperose: sette gare vinte, numerosi altri podi e costantemente tutte le domeniche piazzato nei primi dieci della classifica. Nel 2010, fui convocato dal comitato della regione Lombardia per partecipare ai campionati italiani, che conclusi, all’incirca, al ventesimo posto. Dall’anno scorso sono passato al “TEAM  A.S.C.  Brescia”. Il mio nuovo allenatore mi ha dato subito fiducia, che è una delle cose più importanti per un ciclista, perché permette di avere più possibilità di dialogo. La stagione è cominciata subito bene, con un quarto posto alla seconda gara, ma si è conclusa abbastanza male, per via di vari infortuni. Adesso mi sono ripreso e sento di avere molta più forza nei muscoli. Ora sono nel pieno degli allenamenti, che mi prepareranno alle gare. Grazie al ciclismo ho conosciuto  il vero valore del “gruppo squadra”, che per me è come una famiglia. Facendo questo sport ho capito che le paure vengono sconfitte grazie soprattutto all’affetto e alla lealtà del gruppo, e al rapporto che si instaura con il proprio allenatore. Quest’anno ho avuto la possibilità di partecipare a molte gare importanti, dove noi atleti siamo stati chiamati sul palco e presentati al pubblico, cosa che mi ha fatto sentire importante. Prima di cominciare ogni corsa, l’adrenalina sale e i battiti del cuore accelerano molto; ma poi, dopo la partenza ci si calma, per modo di dire, e la mente si concentra sulla corsa. Per me, il miglior modo di vincere è arrivare al traguardo da solo: in quel momento, mi passano nella mente tutti i  momenti della corsa e allora posso esultare e liberare tutta la mia gioia. Il mio allenatore ci ha insegnato ad avere cura degli oggetti che fornisce la società, come per esempio la bicicletta o le divise della squadra; ogni domenica, il nostro materiale viene controllato e, se per caso, la bici è sporca o dimentichiamo qualcosa, io e i miei compagni dobbiamo pagare cinque euro di multa, che ogni volta aumenta. Con questo metodo ci viene insegnato a anche a distaccarci dai nostri genitori e ad essere più indipendenti».

Fausto Coppi
Fausto Coppi

Caliamoci ora nella bella Parigi del ’49, e lasciamoci trasportare dalle parole di Gianni Brera:

Così l’ha fatto il buon Dio che se tu lo vedi all’impiedi, uomo come tutti gli altri, costretto a mantenersi umilmente in equilibrio, la tua presunzione non se ne adonta.

La prima impressione:

Su due spalle stranamente esili s’innesta il capo che neri e lisci capelli, quasi mai pettinati, paiono rendere allungato a dismisura. E il collo, che pure è sottile, quasi si perde nella secchezza della mandibola e nella nuca folta di capelli. Il torace, per una anomalia che è invece funzionale e a tutta prima non ti spieghi, via via che scende, ingrandisce, lo sterno pare carenato come negli uccelli.

Ancora ogni normale linea anatomica viene smentita in lui da un improvviso dilatarsi delle anche, dall’assenza totale di un ventre che minimamente sporga, da una brevità del tronco allorché l’uomo è all’impiedi, che rende vistosa assai la solida falcatura delle reni. E poi queste reni brevi e potenti non paiono terminare, prosaicamente, in glutei, ma subito si continuano in cosce di inusitata lunghezza in cui balzano evidenti muscoli sciolti e affusolati. E sottili, nervose sono le ginocchia, snelli i polpacci, agili le caviglie.

Come lo vedi camminare quest’uomo, subito egli ti sembra goffo e sproporzionato, non fatto, direi, per muoversi in terra, come tutti. Il suo passo, alla ricerca di un equilibrio malagevole e difficoltoso è quasi stentato e sghembo. Le braccia, assai gracili, spiovono inerti, impacciate dalle spalle non larghe. E la tua presunzione non se ne adonta. Piccolo comune uomo quale sei, non ti entra al suo cospetto nell’animo l’amaro dell. umiliazione fisica, quel senso di inferiorità che subito intimidisce e anzi talvolta annichila come di fronte all’atleta esteticamente bello e possente.

Per comprenderlo:

Per questo, forse, l’istinto induce subito ad ammirarlo. Le sue imprese sportive, quali che siano, acquistano sempre luce epica: perché l’uomo normale giustifica con l’eroismo, cioè con doti morali non sue, le superiori prodezze di chi gli appare simile. Tuttavia Coppi, fuori da ogni dubbio, uomo normale non è. E vi accorgete di questo vedendolo non già camminare, come noi tutti, bensì quando è in sella e pedala.

Ora, per comprendere Coppi, bisogna assolutamente invertire i rapporti funzionali della bicicletta nei confronti dell’uomo. In fondo, la bicicletta altro non è che una povera bonaria concessione alla nostra ansia di andare. Dunque uno strumento. Non avesse avuto i gusti estetici che sappiamo, amando per conseguenza il cavallo come il miglior modello dopo l’uomo, forse Leonardo avrebbe concepito l’idea della bicicletta dopo aver inventato il differenziale. La costruirono invece, utile, ma certo antiestetico complemento della loro natura comune, uomini che il genio non innalzava. E rimase poi sempre com’era, nel suo concetto fondamentale: un aiuto alle nostre povere gambe negate al moto veloce. Uno strumento suppletivo. Sinché non venne allo sport Fausto Coppi.

Congegno di muscoli:

La struttura morfologica di Coppi, se permettete, sembra un’invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta. Coppi in azione non è più un uomo, del quale trascende sempre i limiti comuni. Coppi inarcato sul manubrio è un congegno superiore, una macchina di carne e ossa che stentiamo a riconoscerci simile. Allora persino i suoi capelli che il vento relativo scompiglia, paiono esservi per un fine preciso: indicare la folle incontenibile vibrazione del moto.

Il volto affilato e nervoso è un completamento della dinamica meravigliosa cui pure obbedisce il torace a carena. Le braccia sono due aleroni d’attacco. Non altro. Dalle reni ampie e falcate, dalle anche robuste si partono i muscoli che conferiscono alle gambe di Coppi quell’aspetto di leve disumane. Nel giro uniforme della pedalata, questi muscoli schioccano come elastici or tesi or rilassati con arte sagace e il brillio dei raggi, nelle due ruote, entra per la sua parte a creare uno spettacolo di meccanica facilità e di umana vigoria che conquista.

Allorché agile procede sul piano, l’abusata immagine della locomotiva che avanza per alternarsi di bielle in rotazione ti viene imposta da Coppi. Allorché, dondolando ritmicamente sui pedali, si attacca ad una salita e tu vedi Coppi al di là di ogni umano limite rinnovare l’antica bellezza dei miti più non osi guardarlo se solo pensi che egli è, come te, uomo. Più non osi per non sentirti a petto suo, troppo meschino. E allora pensi spontaneo esaltarlo come un fenomeno unico dello sport: ed esaltarti in lui che, grandissimo e ineguagliabile campione, è almeno, come te, italiano.