BRESCIA – Liceo Brera: riflessioni, in campo e in tribuna

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Nelle puntate precedenti di “Giovani atleti raccontano” vi abbiamo riportato il pensiero e la storia di alcuni alunni delle classi I e II del Gianni Brera, liceo umanistico a potenziamento sportivo; proseguiremo anche oggi con questo progetto, proponendovi le esperienze dei calciatori della I A.

Daniel Giori
Daniel Giori

Iniziamo da Daniel Giori: anch’egli, come Davide Zanoni, di cui abbiamo narrato le gesta la scorsa settimana, pare abbia qualcosa da dirci sul proprio ruolo in campo. A lui la parola: «Gioco a calcio da quando avevo otto anni, sempre nella stessa società del mio paese. In tutti questi anni ho provato tutti i ruoli di questo sport, dal portiere all’attaccante.

Il ruolo del portiere, anche se tutti dicono che sia il ruolo più brutto di questo sport, e uno dei più belli perché il portiere con una parata può diventare l’eroe della partita: il portiere e colui che incoraggia la squadra a dare il massimo ed sente ogni singola emozione della partita. Il ruolo del difensore è un ruolo decisivo per la partita perché e colui che si prende tutte le responsabilità sulle spalle e è colui che fa ripartire la squadra,e anche l’ultima speranza per fermare l’attaccante».

Francesco Ghiglia
Francesco Ghiglia

Proseguiamo con Francesco Ghiglia, che ci offre un interessante spunto per riflettere su una tematica attualissima, la tolleranza – o meglio l’intolleranza – che è sempre più spesso protagonista di manifestazioni sportive: «Sono otto anni che gioco a calcio: è la mia vita.

Mi infastidisce quando negli stadi ci sono gesti, cori o striscioni che insultano persone di altri paesi. Che senso ha? Credo che in campo siamo tutti uguali e tutti hanno delle doti.

Bisogna pensare che l’Italia sta diventando interculturale e nel nostro campionato di serie A vediamo già da tanti anni giocatori che non appartengono a questo paese.

Uno dei nostri campioni più forti, per esempio, è di colore: Balotelli.

I tifosi che insultano un giocatore di colore sono delle nullità, un esempio banale riguarda Boateng, preso in giro dai tifosi della pro patria perché ha origini ghanesi .

I tifosi devono mettersi nei panni dei giocatori che purtroppo vengono insultati da molti ignoranti!

Mi sembra giusto che gli arbitri sospendano le partite per i cori e condivido l’associazione “No to racism” proposta dalla Uefa .

Bisogna finirla di insultare questi campioni, perché prima o poi i giocatori lasceranno il campo di gioco e la Lega sospenderà il campionati.

Quindi NO al razzismo, ovunque».

Oltre a Ghiglia e Giori, in I A c’è un altro calciatore che lo scorso marzo, data di apertura della rubrica, ci ha narrato le sue avventure: Michele Radici.

Michele Radici
Michele Radici

«Prima di iniziare a giocare a calcio – spiega Michele – ho praticato un anno di karate. Poi però, successivamente, dopo essere andato per la prima volta a San Siro (lo stadio della mia squadra del cuore, ovvero il Milan) mi sono “innamorato” del calcio a tal punto da smettere karate e iniziare l’attività calcistica. La prima categoria con cui giocai a calcio è stata quella della “Scuola calcio”, ovvero la prima categoria dove si inizia a prendere dimestichezza col pallone e si incomincia a capire qualcosa riguardante questo stupendo sport.

In seguito, sono passato alla categoria successiva; ovvero i “Pulcini”: qui si inizia a imparare qualche schema e migliorare il controllo della palla. Inoltre si iniziano a disputare i primi campionati e i primi minitornei.

Dopo due anni, sono “stato promosso” nella categoria degli “Esordienti”, nella squadra della Sportiva. Anche durante questi due anni, si pratica un campionato – anche se non c’è la classifica – e si fanno comunque i tornei.

Quest’anno, faccio parte della categoria dei “Giovanissimi”, una fazione che richiede molto più allenamento e bravura.

Stiamo facendo un campionato con classifica. Devo dire che siamo messi molto male – ci ha spiegato Michele lo scorso febbraio – perché siamo ultimi, con tre punti. Ciò sta a significare che fino ad adesso, ne abbiamo vinta soltanto una, con mio gol. Considerando ciò, ho pensato più volte di lasciare il calcio e lasciare la squadra, però dopo averci pensato a lungo, ho deciso di continuare la mia carriera calcistica e comunque vada, devo tenere duro e non mollare, perché l’importante a quest’età è imparare a giocare e divertirsi e non bisogna per forza vincere; tutto quello che ho fatto in questi anni, mi servirà per il mio futuro, magari anche in altre squadre e società».

Vi congediamo, dandovi appuntamento alla prossima domenica, con una nuova storia.