“Pillole di saggezza”: don Gallo, economia e politica

1

Vi proponiamo altri “pensieri sinistri” del giornalista e consulente d’azienda Alfredo Pasotti che parla di religione, politica, Stato e gli uomini raccontati dai media in questi giorni.

Lezioni di stile

Don Andrea Gallo è tornato alla casa del Padre qualche giorno fa, accompagnato dai coreuti della nostra intellighenzia più trendy, che lo ha dipinto come il prete “sempre al servizio dei dimenticati. Sempre e comunque contro” (Massimo Calandri, La Repubblica, 23 maggio 2013), una specie di incrocio fra Madre Teresa di Calcutta ed Ernesto Che Guevara, le cui pose e scelte non lasciano grandi dubbi sulla valenza politica del suo operato. Il tutto sotto l’occhio compiaciuto di media politicamente molto interessati ad averlo come sponsor spirituale. Perché in fondo, lui era anche prete. Non è chiaro se lui sia stato quel che è stato nonostante fosse prete o proprio perché prete. In effetti non è necessario essere preti per dedicarsi agli ultimi. E’ più importante esserlo, invece, quando si vuole essere contro. Perché offre un pulpito da cui proclamare la propria ribellione e una tradizione con cui prendersela. A ben vedere, Nostro Signore non si è mai propriamente messo al servizio degli ultimi e dei dimenticati, in stile Don Gallo.

Don Andrea Gallo
Don Andrea Gallo

Se glieli portavano e se non aveva altra scelta, interveniva. Altrimenti si limitava a dire che erano i primi chiamati al regno di Dio. Nostro Signore, in verità, cerva di stare ben lontano dalle folle dei derelitti che l’avrebbero volentieri fatto re, perché moltiplicava pani e pesci. Chi, in verità, nel Vangelo, è ricordato per l’interessamento esplicito ai poveri, è Giuda Iscariota, e precisamente nel momento in cui si lamenta perché una puttana si era gettata ai piedi di Gesù e li aveva cosparsi di nardo preziosissimo con cui invece si sarebbe potuto fare cassa per i poveri. Mia nonna – poverissima, vedova a ventidue anni e con tre figlie, mai più risposatasi – credo abbia compiuto tutte le sette opere di misericordia corporale e spirituale nel cortile di un paesucolo dimenticato da Dio in cui ha passato una buona parte della sua vita: in quel cortile, come dappertutto, povertà, emarginazione, malattia e sofferenza erano all’ordine del giorno.

Da lei ho appreso quanto sia naturale soccorrere l’orfano e la vedova senza alcun bisogno di essere contro, perché i poveri ci sono sempre stati e ci saranno sempre e dappertutto. Non occorre che la mano destra sappia cosa fa la mano sinistra e non occorre che la solidarietà verso gli ultimi diventi una causa da sbandierare davanti agli occhi degli uomini. Perchè le cause sono sempre interessate, proprio perché, appunto, cause. Non per nulla Nostro Signore aveva ammonito i suoi a profumarsi la testa quando avrebbero digiunato, affinchè nessuno potesse sospettare il loro sacrificio. Una grande, grandissima lezione di stile.

Schizofrenie

In un’intervista del 26 aprile 2013 su Sette, il settimanale del Corriere della Sera, Massimo Carraro, patron della Morellato, si definisce un – udite udite – liberista di sinistra. E’ uno a cui “piacerebbe lavorare molto di più in Italia, ma è difficile” perché “non ci sono le condizioni” e quindi “la produzione avviene soprattutto all’estero”. Le condizioni per rilocalizzare la produzione nel Bel Paese, poi, sarebbero “una giustizia che funzioni. Leggi certe e stabili. Un fisco non oppressivo. Un mercato del lavoro che ti permetta di premiare il merito”.

Quando l’intervistatore gli fa osservare che Berlusconi sottoscriverebbe, lui si offende e ribatte che ciò è dovuto a un “ritardo culturale della sinistra verso i processi di cambiamento del mondo”. Sulla questione del ritardo culturale della sinistra rispetto alla comprensione di ciò che sta succedendo, non si può non essere d’accordo. Del resto pretendere che il conservatorismo sindacale di Susanna Camusso o il velleitarismo omoecologico di Nicki Vendola siano le chiavi culturali della comprensione del nuovo, è un tantino eccessivo. La domanda di fondo, tuttavia è un’altra, e cioè: se davvero la sinistra superasse il suo ritardo culturale nel senso indicato da Carraro, sarebbe ancora sinistra? Perchè, a parte qualche problema con il principio di non contraddizione (Aristotele, Metafisica, Libro IV, 1005b), se Carraro ha ragione, essere di sinistra è un anacronismo culturale. Se Carraro ha torto, è probabile che gli sfugga cosa vuol veramente dire essere di sinistra. Ipotesi, entrambe, ben poco rassicuranti per la sinistra.

Genialità

BernankeE’ in atto una discussione feroce fra i sostenitori del rigore e quelli della crescita. Ricetta Merkel da un lato, ricetta Bernanke dall’altro. Germania contro America. Tempo fa uno studio di Alberto Alesina pare tentasse di quadrare il cerchio sostenendo che a certe condizioni, una politica di rigore avrebbe potuto diventare una politica di crescita. Si era all’indomani del drammatico crollo della borsa americana e si paventava un nuovo Ventinove. La previsione si è rivelata quantomeno intempestiva, scatenando la comprensibile reazione di un am-pio fronte attestato su posizioni più o meno keynesiane – quelle, per intenderci, per cui lo Stato deve
spendere massicciamente in infrastrutture per rilanciare la crescita. Il premio Nobel Paul Krugman – uno degli esponenti più in vista del fronte antirigorista – arriva a dire che “il programma dell’austerity rispecchia da vicino la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico”. (La dittatura dell’uno per cento. Così una minoranza impone il rigore, in La Repubblica, 27 aprile 2013). L’alternativa proposta è finanziare la crescita col debito pubblico.

Merkel pensieriNon credo occorra essere geni o premi Nobel per arrivare alla conclusione che uno Stato, indebitandosi, può rilanciare lo sviluppo. Lo si sarebbe, al limite, se si dimostrasse che, per esempio, a certe condizioni, la crescita porta a diminuire il debito. Ma di ciò non trovo traccia negli articoli dedicati al tema. A dire il vero, a scorno delle tesi di Krugman, lo Stato italiano è riuscito a indebitarsi senza sostenere alcuno sviluppo, alimentando invece assistenzialismi e inefficienze. Ma è sicuramente un’eccezione. In tutto questo, va sottolineata un’operazione di accurato fraintendimento semantico: Krugman, attraverso la critica (non difficilissima invero) alla insostenibile relazione fra austerità e crescita del Prof. Alesina, conclude che il rigore nei conti sia di per sé un disvalore.

Perché avvantaggia i ricchi, secondo i quali la via maestra per accrescere la ricchezza sarebbe una politica economica depressiva – cioè che distrugge ricchezza. In attesa che anche Krugman faccia i conti con il principio di non contraddizione (Aristotele, Metafi-sica, Libro IV, 1005b), negli Stati Uniti – eldorado degli economisti neokeynesiani – la Federal Reserve immette sul mercato cartamoneta per ottantacinque miliardi di dollari al mese. Come quella pittoresca figura della mitologia lumezzanese che, chiamato in banca per sanare lo scoperto del proprio conto, si offrì di farlo staccando un proprio assegno da quello stesso conto.

Egalité

Più recentemente (Roberto Petrini, La disuguaglianza uccide la crescita, ecco la dimostrazione di Stigliz, La Repubblica, 31 maggio 2013), un altro premio Nobel, Josep Stigliz, sostiene che “è la diseguaglianza il vero killer del PIL”. Infatti “la diseguaglianza (…) fiacca fino ad uccidere il PIL, non solo per via della caduta dei consumi, ma anche perché il sistema è inefficiente se prevalgono rendite e monopoli”. Il tutto è raccolto in una formula matematica con cui si asserisce che se aumenta “l’indicatore di diseguaglianza”, e dunque se “aumenta la diseguaglianza, il moltiplicatore degli investimenti diminuisce e dunque il PIL frena”. A parte il fatto che non è chiara la ragione per cui la diseguaglianza di reddito dovrebbe portare necessariamente alla ricerca di “rendite e monopoli” e non a investimenti in attività d’impresa; a parte il fatto che, in una prospettiva liberale, il monopolio è la negazione della libertà e la rendita è la negazione dell’iniziativa, rimangono un paio di cosine da spiegare: primo, perché l’economia sovietica, una economia di eguali per definizione, in cui lo Stato fungeva da inflessibile perequatore, è implosa. Secondo, perché l’economia cinese, partita come economia di eguali, nell’aprire alla disuguaglianza di reddito, ha macinato crescite del PIL dal 7 al 10 per cento.

Uomo forte e ominicchi

Renzi e BersaniSentite cosa dice Emilio Colombo, padre democristiano della Patria, in una intervista (Sebastiano Messina, Colombo, l’ultimo costituente ‘State attenti all’uomo forte’, La Repubblica, 11 maggio 2013): “Quando disegnammo l’impianto della seconda parte della Costituzione (…) la debolezza dell’esecutivo, perché si riteneva che un governo forte potesse dar vita a una forma di fascismo”. Un po’ dopo aggiunge: “su ogni cosa deve prevalere l’esigenza della governabilità”. Anche in questo caso, qualche problema con il principio di non contraddizione (Aristotele, Metafisica, Libro IV, 1005b), perché non è chiaro come si faccia a governare senza avere adeguati poteri. Difatti, il disastro Italia è lì a dimostrarlo.

Ma è significativo che, in tempi più recenti (Giovanna Casadio, Renzi rilancia la sfida al governo, La Repubblica, 31 maggio 2013), Pierluigi Bersani, nell’ennesima polemica con Matteo Renzi, accusa il sindaco di Firenze di “non saper distinguere fra leadership democratica e ‘uomo solo al comando’”. La sindrome del timore dell’uomo forte ha sempre accomunato democristiani e comunisti, ex democristiani ed ex comunisti. Nessuno ovviamente auspica improbabili ritorni totalitari, ma prevenire il problema come ha previsto la nostra Costituzione (con l’evanescenza del Governo) e come è stata la pratica politica successiva (alla Colombo/Bersani), ci ha portato a uno stato di cose dal quale non si riesce a uscire a causa del riflesso condizionato, per il quale quando chi è titolato decide su qualcosa, subito si grida al nuovo duce… Grazie, Senatore Emilio Colombo. Grazie, Onorevole Pierluigi Bersani.

di Alfredo Pasotti

a.pasotti@alphacon.biz

1 Commento

  1. Parlo per la mia esperienza e nelle occasioni in cui ho conosciuto don Gallo ho visto la sua sincerità. La sua stessa Chiesa l’ha ritenuto una risorsa importante, agli occhi di molti diversa, tuttavia preziosa. Credo che ritenerlo ‘un prete contro ‘ (a parte che secondo me gli farebbe pure piacere ) sia come tutte le definizioni riduttiva. Ha amato, ha amato persone che spesso nessuno vuole, e questo a me non solo basta, ma mi riempe il cuore perché è l’amore la cosa che importa.

Comments are closed.