MARCHENO – Brandelli di muri: letture e testimonianze sulla guerra

0

Un anno sull’altipiano, Lussu; Diario di guerra dal Corno di Cavento, di F. Hecht; In dormiveglia, e Sereno, ma anche Veglia, San Martino del Carso e Soldati, G. Ungaretti; I persichi e la gavetta, di Abati e Peli; L’obbedienza non è più una virtù, di Don Milani; Ho dipinto la pace, di Gianni Rodari.

ungaretti

Non è un semplice elenco di classici: sono opere che parlano dell’orrore della guerra, tra quotidianità ed eventi. La trincea, l’assalto, le carneficine di chi era al fronte e la fame, l’angoscia, le privazioni di chi era rimasto a casa.

Sono le opere, queste, che hanno ispirato “Brandelli di muri”, lo spettacolo con Franca Ferrari e Sergio Mascherpa, spettacolo ideato da Fabrizio Foccoli.

Esso, che si muove nell’ambito della trentesima edizione del Progetto teatrale per la Valle Trompia, “Proposta 13”, andrà in scena alle ore 21 del 31 maggio al Palatenda del Campo Sportivo di via Parte, a Marcheno.

Nello spettacolo, ad ingresso gratuito, le canzoni del nutrito repertorio della Grande Guerra saranno riproposte unitamente a testimonianze, anche locali, sulla vita militare.

Lettere di soldati che dal fronte rincuorano le famiglie sulle condizioni in trincea “che ora non si sta male” e “dei pericoli non ce n’è”. Lettere che trasmettono la sofferenza di un soldato che ha tradito la moglie perché, rimasta a casa e inutilmente cercata, non dà risposta.

L’ufficiale austriaco che racconta, dal fronte delle cime trentine, della guerra voluta dall’imperatore. Nella “più bella giornata dell’anno”, quella di Pentecoste, la battaglia può perfino confondersi con i tiri di palle di neve tra commilitoni.

E ancora il “poeta soldato”, immaginato da E. De Luca, che dai camminamenti austro-ungarici osserva estasiato un battaglione di alpini italiani scendere composto dal nevaio dell’Adamello per poi spararci addosso, tra un crepitio da “festa popolare”, come stesse mirando al Prater.

Su tutto la voce di Don Milani che nel testo “L’obbedienza non è più una virtù” dimostra quanto le guerre siano tutte, o quasi tutte, di aggressione.

Alla poesia, rappresentata dal verso breve di Ungaretti, viene affidata l’espressione del dolore di una generazione di combattenti.

Affidiamoci ora, con l’ausilio della fotografia, alle parole di Ungaretti, che col suo “San Martino del Carso” pare aver ispirato anche il titolo dello spettacolo:

Di queste case

Non è rimasto

Che qualche

Brandello di muro.

Di tanti

Che mi corrispondevano

Non è rimasto

Neppure tanto.

Ma nel cuore

Nessuna croce manca.

E’ il mio cuore

Il paese più straziato.