BRESCIA – La Cgil parla di A2A, serve un dibattito sul piano industriale

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La riflessione sulle prospettive di A2A non può ridursi a valutare le scelte in termini di riassetti organizzativi e distribuzione di incarichi, tutti interni a logiche che, non volendo pensare a spartizioni federaliste, restano inafferrabili. Da Brescia il sindacato può solo tirare a indovinare le logiche dello scontro, già risolto, attorno alla nomina del direttore di A2A Ambiente, dopo le dimissioni di Sonia Cantoni, che non condivideva il Piano Industriale approvato nel 2012.

Siamo tra quanti desiderano da tempo capire quali contenuti industriali, ambientali, produttivi, occupazionali ha questa misteriosa indicazione di “Brescia polo ambientale” – si legge in una nota diffusa dalla Cgil di Brescia – accolta con tanta soddisfazione, seppure priva di concretezza: sia per i dipendenti, che noi intendiamo rappresentare, sia per il sistema delle imprese. Tutto in rapporto con una crisi ambientale che desta nei cittadini e nelle cittadine bresciane un più che giustificato allarme. Per quel che riguarda i dipendenti esigiamo una discussione di prospettiva sulla tenuta e lo sviluppo del numero dei dipendenti, dopo la dichiarazione poi rientrata di quattrocento esuberi: si intendono dismettere lavorazioni?

A2A sedeO ci siamo trovati dinnanzi a un cinico gioco sui livelli occupazionali finalizzato a darsi un’ immagine “rigorista” in Borsa? Non abbiamo mai accettato la logica della finanziarizzazione di A2A, che tanti costi sta scaricando sulla realtà bresciana; purtroppo l’Amministrazione Comunale non ci sostiene in questo sforzo di responsabilità civica – continua la nota – ma faremo valere la nostra autonomia, di cui siamo massimamente gelosi. Siamo consapevoli che dallo sviluppo industriale sostenibile di A2A dipendono le risposte ai bisogni e qualità dei servizi. E che la soddisfazione dei primi e il miglioramento dei secondi non può essere affidata alla limitata rivendicazione da parte dell’Amministrazione comunale di garanzie di incasso di dividendi futuri in quantità predeterminate, anche considerando il fatto che la maggior parte degli introiti della multinazionale vengono dal pagamento delle bollette.

Il confronto che esigiamo deve investire  le prospettive indicate nel Piano industriale per nulla in chiaro e oggetto di una insoddisfacente relazione sindacale, tanto che l’azienda procede alla sua attuazione, perché già deciso. La questione non è di poco conto: approfondire il Piano industriale di A2A è doveroso in rapporto ai problemi che ci sono, per le sue ricadute ambientali, sociali, occupazionali, sui servizi. L’approfondimento pretende di guardare alla struttura di A2A, al suo posizionamento e sviluppo. Non è pensabile limitarsi alle questioni di assestamento e di gestione, tanto più considerando come la fusione abbia lasciato aperti troppi problemi e creato discutibili e onerose separazioni. Il duale non ha mai trovato un efficace equilibrio a livello decisionale, rispettoso delle diverse vocazioni.

È in questa situazione che – continua – pur vantando una rendita di posizione per la sua natura di “partecipata”, e pur espandendosi, la multiutility A2A ha accumulato un debito pesante e, in un recente percorso pieno di contraddizioni, ha dichiarato un numero tremendo di esuberi tra i dipendenti, salvo poi rimangiarselo. È in questa situazione che è stata decisa e partirà a luglio A2A Ambiente riassumendo tutte le attività del settore oggi gestite in diverse società (Amsa, Aprica, Ecodeco, Partenope Ambiente, Aspem). Per effetto di questa scelta, Amsa limiterebbe la sua attività alla gestione dei rifiuti e allo spazzamento delle strade, unendosi ad Aprica. Abbiamo criticato l’impostazione che sta alla base di questo ulteriore spacchettamento, dove, per effetto del riassetto societario e organizzativo, il ciclo integrato dei rifiuti risulterebbe svincolato dal ciclo industriale complessivo. Al contrario, scongiurando eventuali esternalizzazioni, riteniamo che tutte le attività debbano restare parte integrata del ciclo produttivo della multiutility A2A.

Quanto alla dimensione occupazionale, richiamiamo A2A all’assunzione dovuta di responsabilità sociale, dettata dall’articolo 41 della Costituzione, tanto più in questo tempo di disoccupazione di massa e di impoverimento. Non ci rifiutiamo a un impegno per razionalizzare i costi, che rientra in una normale propensione di buona tenuta contabile e correttezza di bilancio: questione che per primi chiama in causa i manager e il loro status. Secondo noi la prima questione è quella che investe la sfera degli investimenti di prospettiva e dunque, nuovamente, il piano industriale. Qui i dubbi sono molti. In particolare l’idea di allungare di chilometri la rete del teleriscaldamento per proporlo ai Comuni sulla traiettoria Brescia-Milano. A parte gli ovvi problemi di dispersione di calore – si legge ancora nel comunicato – ci sembra che il presupposto sia quello di considerare invariabili le quantità di rifiuti da incenerire: presupposto assolutamente discutibile.

Senza proporre nell’immediato il superamento dei termoutilizzatori, è evidente che gli obiettivi imposti dalle direttive europee, pena sanzioni, comportano lo sviluppo della raccolta differenziata. Lo stesso sistema del teleriscaldamento va ripensato già laddove è impiantato: la sua obsolescenza propone una ridiscussione; anche considerando molto più utile l’efficientamento energetico dell’edificato. Questa direzione porta alla realizzazione di impianti per il recupero e il riciclaggio e il riuso di materie prime derivate, possibile fonte di nuova “ricchezza” oltre che di nuove attività ed occupazione. Riteniamo, cioè – conclude – necessaria una riconversione democratica del dibattito politico, istituzionale e sociale attorno alle sorti di un’azienda le cui attività sono intimamente collegate ai beni comuni, le cui tariffe pesano non poco sul reddito di lavoratori e pensionati, le cui attività interferiscono gravemente sulla sostenibilità ambientale delle città.