Brescia. Al Brera "Giovani atleti raccontano": ecco i calciatori

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Così, nel terzo volume del Canzoniere, Saba descrive il momento in cui i giocatori entrano in campo:

Tre momenti

Di corsa usciti a mezzo il campo, date

prima il saluto alle tribune. Poi,

quello che nasce poi,

che all’altra parte rivolgete, a quella

che più nera si accalca, non è cosa

da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come

sentinella. Il pericolo

lontano è ancora.

Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora

una giovane fiera si accovaccia

e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.

Se per poco, che importa?

Nessuna offesa varcava la porta,

s’incrociavano grida ch’eran razzi.

La vostra gloria, undici ragazzi,

come un fiume d’amore orna Trieste.

Così il poeta ci illustra la paradossale condizione del portiere, sentinella che diventa fiera non appena gli avversari si avvicinano alla sua area; festa è nell’aria, festa in ogni via: intensa, e poco importa se effimera, la gioia dei tifosi. Vediamo ora, per “Giovani atleti raccontano“, la gloria di quali ragazzi come un fiume d’amore orna il Liceo Brera.

Iniziamo da Alberto Mossini, classe II A:

Alberto Mossini
Alberto Mossini

«Da piccolo, dato che provengo da una famiglia di cestisti, nella pausa invernale da inizio dicembre a fine gennaio mi “tenevo in forma” andando a fare allenamenti di basket con i miei coetanei, sport nella quale me la cavo: infatti sin da piccolo mio papà mi esortava a percorrere la strada del basket; poi, dopo poco ha perso la speranza.

Ho iniziato a giocare a calcio all’età di cinque anni. Non ricordo esattamente il motivo: probabilmente un mio amico voleva cominciare, quindi, dato come si ragiona a cinque anni, immagino di aver cominciato anche io, con lui.
Il calcio è diventata subito la mia passione principale, l’unico pensiero fisso in testa, prima della scuola e di tutto il resto. Non vedevo l’ora che fosse mercoledì o il venerdì per andare ad allenamento e liberarmi di ogni pensiero per giocare e divertirmi… certo, per quanto possano essere profondi i pensieri di un bambino di cinque anni.
Da allora ogni singolo giorno le mie gambe fremono per prendere a calci un pallone.
Inizialmente non ho mai giocato, sedevo sempre in panchina e giocavo metà partita, ma mi divertivo perché ero con i miei amici e l’importante era quello.
Crescendo è aumentata la voglia di migliorare, la voglia di giocare e di riuscire a fare la differenza, quindi correvo ogni allenamento di più mi impegnavo il più possibile, e dopo qualche mese cominciai a migliorare davvero.
All’età di tredici anni feci il vero salto di qualità, da “uomo di panchina” ad “attaccante fisso”: ero diventato quasi un punto di riferimento, cominciava a crescere la stima dei miei compagni nei miei confronti, e soprattutto, cresceva anche la stima dell’allenatore. Di conseguenza, diventai quasi irremovibile, e con i minuti cominciarono ad arrivare anche i gol, in quel campionato feci diciotto gol, e nell’ultima partita realizzai la doppietta che mi portò a venti gol stagionali, giocando con quelli più grandi di me.
Da quell’anno cominciai a segnare sempre di più, l’anno successivo collezionai cinquanta gol esatti, con i miei coetanei, avendo una media di quasi due gol a partita, vincendo il campionato portammo la squadra ai campionati regionali: giocando nelle provincie di Brescia, Cremona e Mantova, feci circa venticinque gol, giocando però con quelli di un anno in più rispetto a me, ci classificammo appena fuori dalla zona play-off. L’importante era salvare la categoria.
Tutto questo risale all’anno scorso, mentre a settembre, dopo la pausa invernale, prontissimo per tornare a correre ed impegnarmi ricevei una chiamata dal presidente del Rezzato, che mi avvisò che l’allenatore della prima squadra avrebbe voluto parlarmi.
Pochi giorni dopo ci trovammo in una specie di sala riunioni, e mi disse che voleva allenarmi in prima squadra: così, da settembre a fine dicembre, mi sono allenato con gente anche più grande di me di vent’anni quasi, mentre nella pausa invernale, parlando con il presidente, abbiamo accordato che tornassi ad allenarmi con i ragazzi della juniores, cioè dai ’95 ai ’93. È passato più di un mese da quando non mi alleno più in prima squadra, e se devo essere sincero, è una scelta di cui mi pento. Si sa mai che parlando con il mister della prima squadra, possa convincerlo a riportarmi con sé.
Il calcio non è uno sport di numeri, dati, e percentuali: anche, forse. Il calcio è, soprattutto, uno sport di passione, di voglia, di grinta e di cuore.
Lunga vita al calcio».

Numerosi sono i calciatori all’appello, in I e II A.

Leggeremo, nelle prossime domeniche, la loro esperienza e i loro spunti di riflessione in merito a questa disciplina che è, senza dubbio, la più popolare nel Bel Paese.

Prima di congedarvi, però, vi proponiamo lo scritto di Paolo Tononi:

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Paolo Tononi

«E’ proprio vero, lo sport permette di fare nuove conoscenze e relazionarsi con i coetanei. Io ho iniziato a giocare a calcio nella squadra del mio paese, la Calvina, quando avevo sei anni, e da allora ogni anno conosco persone nuove, tra dirigenti e ragazzi. Ho sempre avuto allenatori che si affezionano molto ai loro giocatori, sia dentro che fuori dal campo. Molte amicizie sono durate fino ad ora, grazie allo sport. Ho passato grandi momenti con i miei compagni, mi sono divertito! Per esempio a fine partita andiamo spesso a bere qualcosa con il mister, che non a caso è soprannominato ”Terzo tempo”. Giocare in prima squadra mi ha fatto conoscere un ambiente completamente diverso da quello al quale ero abituato, che prima pensavo diverso! I ragazzi che ho conosciuto sono tutti molto socievoli, e questo sicuramente aiuta molto, siamo sempre stati uniti, cosa che non si vede spesso in una squadra.

La paura è una sensazione che personalmente ho provato poche volte in ambito sportivo: la paura di sbagliare, di non riuscire o di non essere pronto possono giocare brutti scherzi, e proprio per questo motivo cerco di agitarmi il meno possibile.

Nello sport come nella vita bisogna imparare ad essere umili e allenarsi per raggiungere un obiettivo: non ci si deve sopravvalutare, perché ci sarà sempre qualcuno più bravo e soprattutto serve aiutare i compagni in difficoltà, anche quelli che forse hanno sbagliato sport, che forse non dovevano giocare a calcio..

I giocatori forti sono quelli che inventano la giocata al momento, che sanno improvvisare il meglio possibile con il pallone tra i piedi e che capiscono come si potrebbe svolgere l’azione prima degli altri. Calciare un rigore non è facile, la paura di sbagliare è tanta, o almeno così dicono.. io faccio il portiere!

Il calcio mi ha sorpreso: all’ inizio per me era solo un divertimento al quale non davo nessun peso, ma pian piano ho iniziato a sentire la pressione prima delle partite, mi sono tolto diverse soddisfazioni e ora penso che stia diventando una passione».